La febbre del lavoro. Attenzione allo scarso coinvolgimento
La febbre è un aumento della temperatura corporea. In genere, non viene mai sola, ma è accompagnata da altri sintomi, tra i quali brividi, sudorazione, stanchezza, mal di testa e dolori muscolari. La febbre mostra che qualcosa non sta andando nel corpo. Non è una malattia in sé, ma una sirena che mostra la presenza di qualche forma di infezione.
Ebbene, anche il mondo del lavoro ha la febbre. È ciò che emerge dal “2026 State of the Global Workplace Report” di Gallup, l’annuale valutazione sul mondo del lavoro a livello globale. Il report fa una fotografia dello stato del lavoro.
Se nel 2024 era la solitudine che tormentava i lavoratori, nel 2025 è stato il poco coinvolgimento a fare da padrone nell’ambiente di lavoro, in modo trasversale. Questa sofferenza è stata confermata. Nel 2026, infatti, è stato registrato che “il livello di coinvolgimento dei lavoratori a livello mondiale è sceso al 20% dal picco del 23% registrato nel 2022. Lo scorso anno, il basso livello di coinvolgimento è costato all’economia mondiale circa 10.000 miliardi di dollari in termini di perdita di produttività, pari al 9% del PIL”.
Inoltre, si è registrato che “L'aumento dell'ottimismo sul mercato del lavoro nel 2025 è derivato interamente dai lavoratori non in grado di lavorare da remoto, ma esclusivamente in sede (+2 punti). L'ottimismo sul mercato del lavoro è diminuito per i lavoratori completamente in remoto (-5 punti) e per i lavoratori in grado di lavorare da remoto ma presenti in sede (-14), mentre è rimasto stabile tra i lavoratori ibridi”.
In altri termini: il poco coinvolgimento dei lavoratori costa e lavorare da remoto fa scendere il grado di ottimismo. Il report dice anche che non sono solo i dipendenti o i sottoposti a sentirsi poco coinvolti, ma anche i manager.
“Dal 2022, il coinvolgimento dei manager è sceso di nove punti. Anche il coinvolgimento dei collaboratori individuali ha subito un calo. Il calo più significativo su base annua nel coinvolgimento dei manager si è verificato tra il 2024 e il 2025, quando è sceso di cinque punti, passando dal 27% al 22%. In breve, i manager godevano in passato di un ‘premio di coinvolgimento’ sul lavoro, ma oggi il loro livello di coinvolgimento è sempre più allineato a quello dei collaboratori che guidano”.
Ecco la febbre che attanaglia il lavoro: il termometro dei dati ci dice che a livello globale il lavoro soffre di una riduzione di coinvolgimento. Il poco coinvolgimento è una febbre che sta mostrando la malattia del lavoro moderno.
Nel suo articolo sulla storia del lavoro in “Buon lavoro”, Studi di teologia – Suppl. N. 18 (2020), il prof. Bolognesi ha spiegato bene che “il lavoro ha sempre meno senso per l’agire umano” (p.124) e non c’è salario più o meno alto che tenga. Il senso uno lo trova anche nel coinvolgimento nello scopo e nella realizzazione del lavoro. Non è primariamente una questione di soldi, ma di senso.
È sotto gli occhi di tutti che il lavoro deve essere più umano, ma non solo nei termini di massimizzazione della soddisfazione personale per ogni lavoratore, dipendente o capo che sia. Un punto ancora più fondamentale (e lacunoso) è di dare il giusto ruolo e ritmo al lavoro nella multidimensionalità della vita.
Solo se il lavoro non è più caricato di aspettative idolatriche può essere vissuto con un coinvolgimento sano e produttivo; esso può essere vissuto come una benedizione per sé e per gli altri, come luogo di fioritura professionale, nonostante la fatica che comporta. Il non percepire l’importanza del proprio contributo, il non sapere a cosa serva il proprio lavoro, il non vedere riconosciuto il proprio ruolo … tutto ciò contribuisce a far crescere il malessere del lavoro.
Un cambiamento deve passare necessariamente attraverso un “rinnovamento culturale che possa fornire nuove categorie” (p.125) per trovare il senso del lavoro. Questo cambiamento cura non solo i sintomi, ma anche la causa della malattia del lavoro.