Olimpia Morata (1526–1555). A Ferrara un convegno di studi e una targa commemorativa
Nel cinquecentenario della nascita, Ferrara ha ricordato Olimpia Morata (1526-1555), umanista ferrarese e voce della Riforma protestante, con un convegno di studi e l'inaugurazione di una targa commemorativa. Due iniziative accomunate dall'intento di riscoprire una figura nella quale la straordinaria preparazione intellettuale si intrecciò con una fede evangelica vissuta con profonda convinzione.
Il convegno, «Olimpia Morata: umanesimo, Riforma e coscienza religiosa nel Cinquecento europeo», è stato promosso dalla Chiesa evangelica riformata battista di Ferrara, in collaborazione con l'Istituto di Studi Rinascimentali e con il patrocinio del Comune di Ferrara, dell'Associazione degli Italianisti (ADI), del Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Ferrara, della Biblioteca Comunale Ariostea, dell'associazione Amici della Biblioteca Ariostea, dell'Istituto di Formazione Evangelica e Documentazione (IFED) di Padova e dell'Istituto di Storia Contemporanea.
Sotto la direzione scientifica della Prof.ssa Antonella Cagnolati, il convegno si è articolato in due sessioni, tenutesi il 16 e il 21 ottobre nella Sala Agnelli della Biblioteca Ariostea. Le dieci relazioni, tenute da studiosi provenienti da diversi atenei italiani (Ferrara, Urbino, Foggia, Torino, Bari e Modena e Reggio Emilia) e da due docenti dell’IFED di Padova, hanno approfondito il contesto storico, la formazione intellettuale, la fede e l’eredità di Olimpia Morata.
L’ambiente di Olimpia
La prima sessione del convegno ha voluto ricostruire il profilo storico e intellettuale di Olimpia Morata attraverso un'attenta lettura delle fonti disponibili, collocandone la vicenda nel contesto politico, culturale e religioso del Cinquecento. Nella Ferrara in cui Olimpia crebbe, gli Este difendevano con decisione la propria autonomia dal potere temporale dei papi, attraverso un atteggiamento definito di «anticlericalismo strategico e ideologico», dettato soprattutto da ragioni politiche e dinastiche. Attorno alla duchessa Renata di Francia trovarono protezione esuli e simpatizzanti della Riforma, e nel 1536 vi soggiornò lo stesso Calvino. Questa apertura esponeva tuttavia il ducato al rischio che Roma utilizzasse l'eterodossia religiosa come pretesto per intervenire contro gli Este. Per scongiurare tale eventualità, Ercole II cercava di evitare scandali religiosi e, all'occorrenza, poteva mostrarsi persino «più papale del papa». Ne fece le spese chi non aveva protettori, come Fanino Fanini, un umile fornaio di Faenza finito sul rogo.
In tale ambiente si sviluppò la straordinaria formazione di Olimpia. Avviata agli studi dal padre, l’umanista Pellegrino Morato, fu accolta giovanissima alla corte estense, dove risulta presente almeno dal 1540, come compagna di studi della principessa Anna d’Este. Qui approfondì il latino, il greco e la letteratura classica, ed entrò in relazione con figure di primo piano della cultura del tempo, come Celio Calcagnini, il medico e umanista Johannes Sinapius e Celio Secondo Curione, suo maestro.
Le relazioni hanno mostrato che questa formazione non fu separata dalla successiva maturazione religiosa. La conoscenza delle lingue e il confronto con gli autori antichi diedero a Olimpia gli strumenti per accostarsi direttamente alle Scritture e alle questioni teologiche che attraversavano l’Europa.
Su questo aspetto si è concentrato l’intervento di Leonardo De Chirico, docente di teologia storica all’IFED, che è partito dal libro dello storico Roland Bainton sulle donne della Riforma, una raccolta di decine di profili femminili di rilievo europeo, tra cui compare anche quello di Olimpia. Secondo De Chirico, la Riforma incise profondamente sulla vita di queste donne attraverso tre fattori: la traduzione della Bibbia nella lingua del popolo, la sua diffusione grazie alla stampa e l’insistenza sulla necessità della lettura personale della Scrittura. Pur nella varietà delle loro vicende, quelle donne avevano in comune un tratto preciso: «l’amore per le Sacre Scritture». Olimpia, ha osservato, rientra perfettamente in questo profilo, e lo dimostrano le sue stesse parole: «Mentre una volta provavo avversione per la teologia, ora non c’è nulla che mi appassioni di più».
De Chirico ha poi indicato in Olimpia un «contropersonaggio» rispetto a molti italiani del suo tempo che, pur essendo attratti dal messaggio della Riforma, si fermavano «al di qua» di un’adesione consapevole e piena. Calvino li chiamava «nicodemiti», dal nome di Nicodemo, che nel Vangelo va da Gesù di notte. Erano persone che, pur mostrando adesione alle idee della Riforma, evitavano di manifestare apertamente le proprie convinzioni religiose, continuando esteriormente a conformarsi alle pratiche della Chiesa romana. Per Calvino, come ha spiegato De Chirico, la fede non poteva però restare confinata nella sfera privata, ma doveva coinvolgere l'intera esistenza, senza ammettere una «doppia faccia». Olimpia, al contrario, compì un passo «irreversibile», da cui «non c’è più un ritorno».
Nel dibattito, Antonella Cagnolati ha riportato il punto di vista della stessa Olimpia. Per lei gli italiani cedevano al nicodemismo non per un difetto di carattere, ma perché non conoscevano le Scritture e mancavano buoni libri da cui imparare. Per questo, nelle sue lettere, Olimpia chiedeva con insistenza che i testi della Riforma fossero tradotti in italiano e fatti circolare.
Una targa nella piazza principale della città
La mattina del 21 ottobre, a Palazzo San Crispino, è stata inaugurata la targa commemorativa dedicata a Olimpia Morata, donata alla città dalla Chiesa evangelica riformata battista di Ferrara. Per l’amministrazione comunale è intervenuto l’assessore alla Cultura, Marco Gulinelli, che ha ricordato il coraggio intellettuale dell’umanista e il valore della sua testimonianza per le nuove generazioni.
Il pastore Alfonso Sciasci, dopo aver ringraziato il Comune per aver accettato l’intitolazione, ha ripercorso le ragioni che hanno condotto alla commemorazione, richiamando il legame tra la vicenda di Olimpia, la Riforma protestante e la libertà di coscienza.
La cerimonia ha avuto anche un fuori programma: una folata di vento ha sollevato il telo prima dello svelamento ufficiale. Ha chiuso la mattinata il quartetto di fiati bolognese El Kabod, con tre brani: Bist du bei mir, attribuito a Bach, Con mille voci di Mendelssohn e C’è un trono altissimo di Keith e Kristyn Getty.
La rete e gli scritti
Nel pomeriggio, la seconda sessione del convegno ha spostato lo sguardo dalle idee alle persone e ai libri. È stato ricostruito, tra l’altro, il contesto degli studenti tedeschi di medicina a Ferrara, nel quale si inseriva Andreas Grundler, futuro marito di Olimpia, che nel 1549 si addottorò sotto la guida del celebre medico ferrarese Antonio Musa Brasavola. Un’attenzione particolare è stata riservata alla condizione delle donne nelle corti rinascimentali e alle opportunità educative, che, pur entro precisi limiti sociali, permisero a una giovane come Olimpia di sviluppare capacità e conoscenze eccezionali. Ampio spazio è stato riservato anche a Celio Secondo Curione, maestro dell’umanista ferrarese e figura determinante per la conservazione della sua memoria: fu lui a pubblicarne, dopo la morte, le lettere e le opere.
Se Olimpia aderì con convinzione alla fede riformata, l’Italia nel suo insieme rimase ai margini della Riforma. A questo contrasto il Prof. Pietro Bolognesi, dell’IFED, ha dedicato il suo intervento sulla «riforma mancata». Nella penisola, ha ricordato, il desiderio di rinnovare la Chiesa era diffuso e le idee riformate circolarono ampiamente, ma non produssero un cambiamento come in altri Paesi europei. Tra le cause ha indicato la presenza oppressiva dell’impero spagnolo, la Controriforma con l’Inquisizione, il «particulare» di Guicciardini, cioè l’interesse personale anteposto alle scelte di principio, e la difficoltà degli italiani ad assumersi responsabilità e impegni duraturi, richiamando a questo proposito l’«inquietudine» che Calvino rimproverava loro. Ha citato anche lo sfasamento tra Umanesimo e Riforma. Altrove i due movimenti erano cresciuti insieme, e il ritorno ai testi antichi aveva aperto la strada alla lettura della Bibbia. In Italia, invece, l’Umanesimo aveva già percorso una strada propria, soprattutto letteraria, e non si saldò con la spinta religiosa. Bolognesi ha però insistito in particolare sul sesto fattore: la difficoltà di accogliere una riforma della dottrina, e non solo dei costumi. La dottrina avrebbe dovuto plasmare l’intera esistenza; in Italia, invece, si parlava di grazia e di fede senza una visione d’insieme.
A concludere i lavori è stata Antonella Cagnolati, che ha ripercorso la storia editoriale degli scritti di Olimpia Morata e, infine, ha letto un passo dell’ultima lettera indirizzata a Celio Secondo Curione, scritta poco prima della morte: «non affliggetevi quando riceverete la notizia della mia morte, perché io so che allora sarò viva e, infine, desidero essere liberata dal corpo per essere con Cristo».
«Non potevamo chiudere che con le parole di Olimpia», ha osservato Cagnolati. Parole che esprimono con particolare intensità la fede cristiana che aveva orientato l’esistenza dell’umanista ferrarese e con le quali si è scelto di concludere anche questo contributo.