Senza dolore non c’è evangelizzazione
Il dolore lo associamo alla malattia, ad un trauma, ad un problema grave. Giusto. Secondo Rico Tice a queste esperienze di dolore dovremmo anche aggiungere l’evangelizzazione. Evangelizzare fa male; deve far male. Altrimenti non è evangelizzazione.
Così sostiene nel suo libro Honest Evangelism: How to Talk About Jesus Even When It's Tough, Epsom, The Good Book Company 2015, dove Tice parla della “linea del dolore”. Nella sua più che ventennale esperienza di evangelista presso la chiesa All Soul’s di Londra (quella di cui rettore è stato John Stott), Tice ha sperimentato che evangelizzare implica l’attraversamento della linea del dolore. Due laboratori sulla linea del dolore sono stati tenuti nel ritiro annuale delle chiese Breccia di Roma (20-22 marzo) trovando riscontro nelle vite di tanti credenti che trovano “doloroso” evangelizzare.
Di cosa si tratta? Nella nostra zona di conforto possiamo parlare di tante cose con amici e conoscenti. Finché rimaniamo dalla parte del comfort, tutto è relativamente facile. Parliamo di valori, spiritualità, comunità, di Dio in senso generale, della fede come opzione personale. In conversazioni del genere nessuno si offende, si è tutti più o meno d’accordo.
Eppure, nel momento in cui il discorso va nella direzione dell’evangelo e Gesù è chiaramente condiviso in quando unica via, unica verità; quando introduciamo nella conversazione che abbiamo tutti bisogno del perdono che Lui può donare, che la sua morte in croce è stata necessaria e che se non si crede in Lui c’è un giudizio già stabilito che incombe, ci apriamo a reazioni diverse: accettazione, indifferenza o repulsione da parte di chi ci sta davanti.
La realtà è che noi tutti vogliamo evitare quel dolore. È una tendenza naturale ed è per questo che rimaniamo dalla parte della zona di conforto, in cui non c’è ostilità. Molte conversazioni di credenti non attraversano mai la linea del dolore e si mantengono sempre alla larga dai punti spinosi dell’evangelo.
Che fare allora? Nel libro, Tice ricorda che dobbiamo avere in mente cosa dire con lucidità e senza fronzoli. Il nostro cuore deve essere concentrato su tre cose: identità, missione, chiamata.
L'identità di Gesù: chi è!
La missione di Gesù: perché è venuto.
La chiamata di Gesù: cosa vuole da noi.
Dobbiamo riconoscere che chi è davanti a noi è una persona. Quindi, come possiamo coinvolgerla nel ricevere questo messaggio? Ci sono tre altri livelli da attraversare: comprensione, accordo e impatto. Per dirla in altre parole:
lo capiscono?
Sono d'accordo?
Cosa stanno facendo al riguardo?
Voglio assicurarmi che la persona con cui sto parlando capisca quello che sto dicendo e che sia sfidata a cambiare. La fede cristiana non è solo conoscenza del contenuto del Vangelo (notizia), né essere semplicemente d'accordo con esso (assenso). La fede è riporre personalmente la fiducia nella Persona che ne è al centro: il Signore Gesù. Come dicevano i Riformatori, non basta la notizia, non basta l’assenso, serve la fiducia. Questo cambia la vita e la riforma.
Così, identità, missione e chiamata mi aiutano a ricordare il Vangelo, per poter essere spiegato in modo completo e chiaro. Comprensione, accordo e impatto aiutano a contestualizzare ciò che stiamo dicendo alla persona che abbiamo davanti. Per arrivare all’impatto, la linea del dolore va superata.
Da una parte abbiamo Cristo, il Signore Gesù, dall’altra un’altra persona, in carne ed ossa, che ha l’occasione di conoscere Gesù. Se riusciamo a immaginare questa illustrazione davanti a noi, è più facile superare la linea del dolore e passare da una conversazione generale ad una più particolare sull’evangelo.
Certamente non esiste una tecnica vincente o un insieme di pratiche o strategie da ripetere sempre e comunque. L’evangelizzazione non è un metodo generale o un ritornello ripetitivo. Ci possono essere elementi o situazioni più o meno favorevoli o ostili. In ogni incontro, tuttavia, se vogliamo dire la buona notizia, va anche detta la cattiva notizia e, dunque, non si deve avere paura di attraversare la linea del dolore. Non c’è anestetico spirituale che tenga, non c’è antidolorifico che renda l’evangelizzazione una passeggiata.
C’è una grande gioia nel ricevere e accettare il perdono dei peccati e nel vedere persone accettare la buona notizia dell’evangelo. Si tratta comunque di un impegno che obbliga ad uscire dalla nostra zona di conforto e ci mette in situazioni scomode. Le vite trasformate dall’evangelo vivono “controcorrente” e si aprono inevitabilmente a rifiuti, giudizi, reazioni negative. Se vogliamo evangelizzare la linea del dolore è parte del “prezzo” da pagare.