Albert N. Martin (1934-2026). La passione per il ministero pastorale

 
 

Con la morte di Albert N. Martin viene a mancare un altro protagonista di uno dei fenomeni più interessanti della seconda metà del XX secolo che, probabilmente, sarà ricordato come “la rinascita del calvinismo esperienziale”. La sua “uscita di scena” è stata graduale e meno traumatica di quella di altri che l’hanno preceduto, ma la sua morte, sopraggiunta lo scorso 7 aprile, ha fatto in modo che tanti ricominciassero a scrivere e parlare di lui per ricordare i molteplici aspetti del suo ministero lungo e benedetto.


Al Martin si colloca a pieno diritto accanto a uomini, molto più celebri di lui, che sono stati gli artefici del rinnovato interesse nei confronti della teologia riformata che, oggi, ha raggiunto dimensione globale con la fondazione, la nascita e la proliferazione di molte chiese, case editrici e seminari teologici.


Migliaia di credenti e pastori, in ogni parte del mondo, hanno tratto profitto dal suo ministero fin dall’epoca in cui, per ascoltare una predicazione o una lezione, era necessario ordinare un’audiocassetta e riceverla per posta. Uomini del calibro di John Murray, Martin Lloyd-Jones, John MacArthur, Iain Murray, Geoff Thomas, Joel Beeke e molti altri, lo hanno stimato, hanno avuto con lui una lunga e proficua amicizia e hanno testimoniato di aver tratto beneficio dai suoi doni.


Lo stesso può dirsi di predicatori e pastori di due o tre generazioni successive, che sono stati influenzati dalle conferenze annuali per pastori, tenute nella Trinity Baptist Church di Montville e, soprattutto, dalle sue lezioni di teologia pastorale date, rimaneggiate e ampliate fino alla forma definitiva dei tre volumi pubblicati tra il 2018 e il 2020. [1]


Essendo tra coloro che hanno avuto il privilegio di conoscerlo personalmente e che sono stati profondamente influenzati dal suo ministero, mi limiterò a tracciare un profilo dell’uomo e del ministro del Vangelo, seppur con l’avvertenza che, per me, il pastore Martin è stato un mentore e un amico per cui, pur cercando di essere sincero e onesto, riconosco di non potere avanzare alcuna pretesa di oggettività. 


L’uomo

Quando, nel primo pomeriggio di luglio del 2000, mi stavo recando nel suo ufficio per incontrarlo per la prima volta faccia a faccia, ero insolitamente nervoso, e per varie ragioni. Una era la mia scarsa abilità di comunicazione in inglese, ma ce n’era un’altra che era ben più seria. M’intimoriva incontrare l’uomo che avevo solo sentito predicare e la cui voce e insegnamento avevano scosso profondamente il mio cuore e, allo stesso tempo, mi avevano sostenuto nella battaglia di qualche anno prima con uomini e ministri del Vangelo della sua stessa età, ma di diversi principi. Eppure, il suo sorriso, la sua calorosa accoglienza, l’interesse che mostrò per le mie vicissitudini, i suoi consigli (anche su come fare per evitare i disagi di una valigia smarrita nei voli intercontinentali), e l’attenzione che prestò al mio racconto stentato di come ero giunto a nuove convinzioni teologiche, mi fecero sentire immediatamente a mio agio. Da allora, si è sempre affettuosamente interessato alla mia persona e all’opera riformata battista che stava nascendo in Italia. Ogni volta che avevamo l’opportunità di parlare e, spesso anche per iscritto, mi ripeteva che pregava regolarmente per noi dicendomi, anche nei dettagli, in quale modo e per quali cose intercedeva presso Dio in nostro favore.


Per molti, il nome di Al Martin è associato a una certa rigidità e ad aspettative molto alte da parte dei membri di chiesa. In realtà, è più onesto dire che i principi scritturali che hanno governato e tenuto prigioniera la sua coscienza e quella degli altri pastori della chiesa di Montville erano considerati semplicemente “non negoziabili” perché erano stati faticosamente appresi, scrupolosamente elaborati, chiaramente esposti, sufficientemente motivati e cordialmente accolti e condivisi “non come parola di uomini, ma come parola di Dio”. Infatti, quanto richiesto ai membri veniva praticato in prima persona da tutti i conduttori della chiesa perché, secondo uno dei suoi “mantra”: «La vita del ministro è la vita del suo ministero». 


I momenti più intimi e toccanti di cui ho potuto godere sono stati quelli delle riunioni pomeridiane in cui, per un’ora e mezza al giorno, emergeva l’uomo che ci presentava il proprio pensiero con franchezza, biblicamente e brillantemente, rispondendo alle domande di ogni genere che gli venivano sottoposte in anticipo, in modo che potesse prepararsi adeguatamente. In quelle occasioni, rigorosamente non registrate, spiegava i principi ecclesiologici che avevano dato forma alla Trinity Baptist Church, alla liturgia che seguiva, su come rispondere alle sfide poste dalle questioni etiche del momento, come reagire alle situazioni ecclesiali complicate, a critiche, accuse, calunnie e a molto altro. Una delle occasioni più memorabili è stata quando, nell’ambito di una discussione sugli stili musicali degli inni, ha espresso le proprie ragioni per cui riteneva improprio l’uso del “rap” e, nel motivare la sua risposta, per chiarire che le sue ragioni non erano culturali o anagrafiche ha eseguito un pezzo di “rap cristiano”, probabilmente composto da lui stesso, tra lo stupore generale e le risate di tutti. 


Il predicatore

Se un predicatore veramente abile è un uomo che proclama, spiega e applica accuratamente la Parola di Dio e che, a causa della propria vita e per la potenza dello Spirito Santo, è in grado di ottenere l’attenzione di ogni genere di persone e di riuscire ad aver presa non solo sulla mente ma anche sulle coscienze di tutti gli ascoltatori, allora Al Martin è stato davvero un predicatore eccellente.


John Murray, che lo propose come suo sostituto alla Leicester Conference del 1967 (all’epoca la più prestigiosa e frequentata dai più stimati teologi riformati, battisti e presbiteriani), lo raccomandò con queste parole:


«Al Martin è uno dei predicatori più abili e toccanti che io abbia mai ascoltato. Di recente non ho sentito alcuno di pari abilità. E la mia memoria può andare indietro di sessant’anni. Pertanto, quando dico che è uno dei più abili, vi sono compresi i predicatori memorabili del passato e del presente». [2]


Un’altra testimonianza ben più autorevole della mia è quella del pastore Edward Donnelly che riporta un evento verificatosi nell’estate del 1990, in una conferenza per famiglie tenuta nella sala di un college americano:


«Il pastore Martin stava predicando su Gesù nel Getsemani. Verso la fine del sermone tutte le luci della sala si spensero e lui concluse la sua predicazione al buio. Quando cominciò la preghiera conclusiva, le luci si riaccesero. In seguito, venimmo a conoscenza che quell’edificio era dotato di un sistema d’illuminazione comandato da sensori che, non avendo rilevato alcun movimento, come se non ci fosse nessuno in sala, aveva fatto spegnere le luci». [3]


Un predicatore in grado di “congelare” sulle sedie sei o settecento persone, bambini compresi, è di sicuro abile e “rilevante”. 


I sermoni di Al Martin potevano essere, a volte, eccessivamente lunghi e con titoli e suddivisioni complessi al punto che, spesso, doveva fare l’esegesi delle sue stesse definizioni, richiedendo un notevole sforzo intellettuale agli ascoltatori. La sua è stata una “eloquenza d’altri tempi” e perciò, chiunque cercasse di imitarlo, offrirebbe uno spettacolo grottesco. Certe armature possono essere indossate esclusivamente dalle persone sulle quali sono state progettate. Non l’imitazione, quindi, ma l’assorbimento dei buoni principi omiletici, che ha espresso nel secondo volume della sua teologia pastorale, faranno di ogni aspirante predicatore un uomo davvero eloquente che sarà utile e piacevole ascoltare.     


Il pastore

Il modo in cui tutti lo chiamavano, dai bambini ai colleghi nel ministero, e il modo in cui si firmava sempre era: “Pastor Martin”. Infatti, il ministero pastorale non è stato soltanto l’occupazione svolta per quarantasei anni nella stessa chiesa (dal 1962 al 2008), ma la sua unica, vera e grande passione. La consapevolezza di essere stato chiamato da Cristo per essere un ministro del Nuovo Patto lo portò a riflettere, studiare e impegnarsi affinché il suo ministero e quello della sua chiesa si conformassero non tanto e non solo a una certa tradizione teologica, ma affinché, fin nei minimi dettagli, i principi appresi potessero tradursi in forme concrete e visibili nella vita dei ministri e dei membri, nell’insegnamento, nell’amministrazione e perfino nella forma e nell’arredamento del luogo di culto. Chi ha potuto visitare la chiesa di Montville ha certamente avuto l’impressione che nulla lì è lasciato al caso e che, perfino dietro i dettagli più insignificanti vi è pensiero ed elaborazione di principi scritturali.


Da giovane pastore, appena uscito dalla scuola biblica che ho frequentato, ero convinto che la chiamata ricevuta fosse quella di essere un “predicatore” e che questa attività dovesse occupare quasi esclusivamente la vita di un ministro del Vangelo. L’esperienza, e Al Martin, mi hanno insegnato che non è così e che le attività del ministero pastorale sono ben più ampie e varie di quelle di chi pensa che essere dei pastori significa chiudersi nel proprio studio a leggere libri e comporre sermoni che, spesso, sono talmente astratti e sconnessi dalla vita reale degli ascoltatori da risultare del tutto inutili. Al Martin raccomanda a chi predica di non perdere “il senso della realtà”, ovvero di non divenire mai astratto e cervellotico nel modo di porgere il messaggio del Vangelo. Egli chiarisce subito che il ministero cristiano è primariamente il “ministero del pastore” e dedica il terzo volume del suo corso, che è anche il più corposo, al governo della chiesa, all’adorazione comunitaria, all’evangelizzazione e alla cura pastorale.


Al Martin è stato un uomo modesto. Spesso si rammaricava di non avere avuto una formazione teologica di qualità maggiore. Quando, nel 1976, gli è stato conferito un dottorato ad honorem in teologia ha espressamente chiesto che tutti continuassero a chiamarlo “pastore” e non “dottore”. Chi lo ha conosciuto davvero sa che l’esortazione paolina ad avere “un concetto sobrio” di se stessi l’ha insegnata e applicata con cura alla propria vita. Anche per questa ragione oggi, alla fine di un lungo ministero e di una lunga vita, si può parlare di lui senza ipocrisia come di un uomo che “ha combattuto il buon combattimento della fede” e che “ha finito la corsa” bene!


Il fondamento solido e l’edificazione di una chiesa, costituita da famiglie unite, devote, generose e partecipi nella vita e nei vari ministeri sviluppati nel corso degli anni, gli sopravvivono. Per quanto mi riguarda, una delle esperienze più belle legate alle conferenze per pastori, è stata quella di essere ospitato da molte famiglie di quella chiesa con cui ho conversato, fatto colazione e trascorso i pomeriggi e le sere. Famiglie sane che sono uno specchio di un’attività pastorale attenta, coscienziosa e benedetta da Dio. Tutto ciò mi ha persuaso che il miglior marcatore della qualità della dottrina di una chiesa è quello della vita delle famiglie che la frequentano, perché non può esserci una chiesa forte, se non ci sono famiglie forti. 


Infine, ho apprezzato moltissimo anche il tempismo della sua “ritirata”, sia per come l’ha preparata, sia per il modo in cui l’ha attuata. Al Martin ha concluso il suo ministero attivo nel 2008, nel migliore dei modi: trasferendosi dal New Jersey al Michigan, per non essere d’intralcio alla chiesa e continuando a rendersi utile facendo altro e conservando una buona reputazione fino all’ultimo. Ha applicato a se stesso quello che ha insegnato anche a questo proposito quando ha avvertito i suoi colleghi nel ministero così: 


«Non prendetevi troppo sul serio. Le persone vi prenderanno tanto sul serio che sarete tentati di considerarvi allo stesso modo in cui lo fanno loro. Se soccombete a questa tentazione, ne conoscerete i profondi effetti negativi sulla vostra vita e sul vostro ministero. Sforzatevi sempre di pensare a voi stessi nello stesso modo in cui vi definisce Dio. Siete una sua creatura, fatta a sua immagine, completamente corrotta in Adamo, eppure, adesso, siete anche una nuova creazione in Cristo, una persona giustificata e adottata nella famiglia di Dio in cui abita e dimora la Persona dello Spirito Santo. Inoltre, Dio vi ha impartito doni specifici con cui dovete servirlo nella sfera d’influenza che vi ha assegnato. Indipendentemente dalla misura in cui Dio vi userà nell’adempimento dei vostri doveri ministeriali, non dimenticate mai che non siete indispensabili all'avanzamento del regno di Dio. Se, proprio adesso, mentre state leggendo questo paragrafo, doveste stramazzare al suolo a causa di un infarto particolarmente grave che vi spedirebbe immediatamente alla presenza del vostro Salvatore, l'opera del regno di Dio non perderebbe nemmeno un solo colpo». [4]

Di Al Martin In italiano sono stati pubblicati:

  • L’ascolto della Parola, Caltanissetta, Alfa & Omega 1999.

  • La chiamata al ministero, Caltanissetta, Alfa & Omega 1999.

  • Sviamento ed esaurimento pastorale. Natura, cause, effetti e rimedi, Bigarello (MN), Passaggio 2015.

[1]: A chi fosse interessato a conoscere i dettagli biografici che lo riguardano, siamo lieti di offrire gratuitamente una sua biografia che apparirà a corredo del primo volume di Teologia pastorale, di prossima pubblicazione. Il libro elettronico può essere scaricato gratuitamente da questo link: https://alfaeomega.org/home/680-albert-n-martin-vita-e-ministero.html

[2]:  Iain H. Murray, “Life of John Murray” in Collected Writings of John Murray, III, Edinburgh, Banner of Truth 1982, p. 134.

[3]: Brian Borgman, My Heart for Thy Cause, Fearn, Christian Focus Publications 2002, p. 10.

[4]: A.N. Martin, “Pastoral Theology”, The Man of God, His Calling and Godly Life, I, Montville, Trinity Pulpit Press 2018, p. 332.