Il termine “evangelico” sopravviverà al ciclone trumpiano?
La domanda non è nuova, ma è pur sempre attualissima. Cosa significa essere evangelici oggi? Se si guarda alla stampa e ai social nelle ultime settimane, gli evangelici sono coloro che paragonano Trump a Gesù (Paula White) o a Ester (Franklin Graham), che invocano i salmi imprecatori contro l’esercito iraniano (Peter Hegseth), che vogliono togliere il diritto di voto alle donne (Doug Wilson), che sostengono ogni azione militare di Israele a Gaza e in Libano (Mike Huckabee), che vedono in termini apocalittici lo scontro tra il bene-MAGA e il male-woke (Eric Metaxas).
L’opinione pubblica, soprattutto nei Paesi dove gli evangelici sono una minoranza o dove il significato del termine è più esposto a fluttuazioni (ad esempio in Italia), pensa che effettivamente il termine evangelico identifichi la base culturale e la giustificazione religiosa alla persona di Trump e alla sua politica.
“Evangelico” è allora visto attraverso un filtro negativo che getta una luce sinistra su tutti coloro che lo usano per qualificare la propria fede, le proprie chiese, un tipo di cultura protestante di cui sono espressione. Molti evangelici italiani hanno avuto in questi giorni conversazioni imbarazzanti con qualche amico o conoscente che ha chiesto loro in modo sdegnato: “ma voi siete quelli che pensano che Trump sia come Gesù o che benedicono la guerra?”
Inorriditi da queste associazioni, molti di loro si chiedono se effettivamente non sia il caso di abbandonare il termine a sé stesso e “reinventare” la propria identità con altri termini: semplicemente cristiani, discepoli di Cristo, seguaci di Gesù, vangelocentrici, biblici, ecc. Anche se non tutti immaginano una soluzione immediata e radicale, serpeggia un disamoramento crescente nei confronti di tutto ciò che è “evangelico” vista la politicizzazione del termine.
L’intreccio di questioni sul tappeto è complesso. Da questa matassa estraggo solo alcuni fili, sperando di iniziare a dipanarla, almeno parzialmente.
1. Le parole hanno significati mobili ed in divenire. Il termine evangelico è da sempre oggetto di negoziazioni e va costantemente verificato. C’è il riferimento biblico alla “buona notizia”; c’è un sostrato storico legato al cristianesimo protestante, poi un collegamento alla stagione dei risvegli evangelici, poi al movimento evangelicale. C’è chi privilegia il primo, il secondo, il terzo o il quarto strato o una combinazione tra loro. In anni recenti, vi è stato il tentativo anche da parte cattolica di appropriarsi del termine (si veda George Weigel, Cattolicesimo evangelico, Siena, Cantagalli 2016). In diverse epoche, gli evangelici hanno visto la necessità di precisare il senso della parola “evangelico”, in distinzione (e opposizione) ora al cattolicesimo, ora al liberalismo, ora all’ecumenismo, ora al neo-carismaticismo …
Questo per dire che non è esistita un’età pacifica e definitiva per il termine evangelico. È sempre stato nel tritacarne della storia ed esposto alle sue intemperie. Oggi gli evangelici devono proteggerlo dalla manipolazione in atto e dallo schiacciamento su fenomeni mediaticamente potenti che millantano vicinanze ad esso. Invece di abbandonarlo, va difeso, incarnato e rilanciato, come è sempre stato necessario fare.
2. Per quanto esposti sul piano mediatico, i personaggi che oggi sembrano impersonificare l’evangelico medio negli Stati Uniti sono in realtà espressioni border-line per non dire del tutto esiziali del movimento (ad eccezione di Franklin Graham, su cui ritornerò più tardi). Anche se i media hanno la tendenza a prendere una parte e scambiarla con il tutto, il peso evangelicamente specifico delle varie Paula White e compagnia è rasente la nullità se messo a confronto con la fede evangelica nei suoi connotati dottrinali e spirituali, la storia evangelica nelle sue diverse stagioni e la natura globale dell’evangelicalismo che oggi è un movimento di centinaia di milioni di credenti solo in minima parte rappresentato dall’anima anglo-americana. Non è solo da lì che passa il suo presente e il suo futuro. Inoltre, il mondo evangelico americano ha tuttora un tessuto sano fatto di migliaia di chiese fedeli e milioni di credenti che guardano anch’essi con stupore ed imbarazzo a quanto sta accadendo, anche se tendono ad essere (troppo) silenti sul punto.
Un modo per proteggere il termine evangelico è di nutrire un vissuto di fede che sia biblico, radicato nella vita di comunità di credenti che leggono la Bibbia e vivono l’evangelo, collegato alla storia della chiesa fedele, in rete con l’evangelismo mondiale. Solo così si avranno filtri per valutare cosa la religiosità americana produce: molte cose buone da cui beneficiare, tanta spazzatura da tenere alla lontana. Forse non sarà mediaticamente vincente nell’immediato, ma potrà essere efficace nel lungo periodo.
3. Certamente, avendo nutrito nel suo seno questi personaggi e le loro idee, l’evangelicalismo USA ha problemi irrisolti e non da oggi. Vale per le famiglie battiste, pentecostali, riformate, non denominazionali … tutte! I personaggi sopra citati provengono da tutto l’arco evangelico. Non che quello europeo o latino-americano, o africano o asiatico siano immuni da criticità. Tutti abbiamo i compiti a casa da fare e derive da cui guardarci.
In particolare, gli evangelici americani sembrano avere questi nervi particolarmente scoperti:
- la “religione civile” in cui Dio e USA sono mischiati in un tutt’uno. Questo grumo richiede la preghiera per il Presidente e la nazione con cattolici, ebrei, musulmani, ecc. e confonde spesso i piani tra popolo di Dio e nazione americana “under God”. Inoltre, la religione civile non permette la necessaria distanza profetica dalla politica e tende ad attribuire caratteri “messianici” al Presidente di turno.
- la sovrapposizione tra vangelo e conservatorismo politico-culturale. In realtà, Dio non è conservatore e nemmeno progressista, anche se ciò non significa che gli evangelici siano equidistanti rispetto alle questioni politico-culturali. Pur avendo innegabili vantaggi, il sistema bipartitico non aiuta a differenziare gli orientamenti culturali evangelici dagli schieramenti politici.
- il sostegno acritico alla politica dello stato d’Israele. Il sionismo ha infettato la spiritualità evangelica trasformando lo stato d’Israele in una sorta di idolo a cui tutto è permesso e che i cristiani devono sostenere a prescindere.
Questi sono i temi su cui tutti gli evangelici dovrebbero esercitare maggiore discernimento biblico. Paula White & Co. scivolano proprio su questi terreni sdrucciolevoli. Anche Franklin Graham cade su tutte e tre le bucce di banana. A differenza di altri, Franklin ha sin qui rappresentato il “centro” del movimento evangelico USA ma si è sempre più appiattito sulle tre distorsioni diventandone anzi un portavoce. Da evangelista si è trasformato in attivista politico. Fuori dagli USA, tuttavia, ha perso la credibilità ereditata dal padre Billy.
Vale la pena buttare il termine evangelico a causa del ciclone trumpiano? No. Profeticamente, vanno denunciati gli abusi e le improprie commistioni politiche ovunque avvengano (non solo negli USA). Regalmente, l’identità evangelica va vissuta in modo responsabile e credibile, partendo dalle chiese locali e facendo parte di reti evangeliche degne di questo nome. Sacerdotalmente, la tempesta in corso finirà e bisogna attenderne la conclusione confidando nelle promesse di Dio che non lascerà la chiesa a sé stessa. Per usare le parole di Eduardo De Filippo, “adda passà 'a nuttata”.