Cosa sta succedendo al mondo riformato americano?

 
 

Una mela marcia c’è in tutte le cassette di frutta. Una pecora nera c’è in qualunque gregge. Qui però le crisi e gli scandali si stanno moltiplicando. Sto parlando del mondo riformato americano. È notizia di questa settimana la vicenda del ministero Ligonier (fondato da R.C. Sproul e comprendente una facoltà di teologia, una rivista, conferenze molto popolari e una chiesa presbiteriana, più varie altre iniziative) dentro il quale sono incominciati a volare stracci. 


Prima, il pastore della chiesa fondata da Sproul è stato sottoposto a investigazione disciplinare dalla denominazione presbiteriana di appartenenza (PCA). Poi la chiesa ha lasciato la PCA, con strascichi di polemiche incrociate. Poi, un predicatore molto coinvolto in Ligonier (Steve Lawson) è stato allontanato dal ministero pastorale per adulterio. 


Ora, si viene a sapere che una delle figure più esposte e conosciute di Ligonier, Stephen Nichols, ha lasciato la direzione del Reformation Bible College ed è stato “scomunicato” dalla chiesa presbiteriana di cui peraltro non è più membro da un anno. Un altro pastore della chiesa si è licenziato. Sembra che vi siano state accuse a quest’ultimo di comportamenti inappropriati verso bambini. La vicenda è in corso e non è ancora possibile avere un quadro chiaro. Si tratta comunque di una brutta storia.


Quello che emerge è una situazione caotica in un contesto melmoso. Quello che doveva essere un ministero stabile, credibile, ordinato, insomma un fiore all’occhiello del mondo riformato americano, è diventato una palude a meno di dieci anni dalla morte di R.C. Sproul. 


Che quel mondo non fosse immune da crisi era già emerso con le vicende di C.J. Mahaney e poi di Mark Driscoll. Entrambe figure di spicco del movimento “giovani, indomiti e riformati”, sono caduti per temperamenti abusivi e condotte lesive della dignità altrui. Poi vi è stato il declino delle grandi conferenze (T4G) che avevano segnato una stagione dell’evangelismo americano. Infine, o la scomparsa (ad esempio, di Tim Keller, dello stesso R.C. Sproul e di John MacArthur) o l’invecchiamento di figure di spicco del movimento (ad esempio, John Piper e Don Carson) hanno infragilito un movimento che per un ventennio era sembrato avere il vento in poppa. 


Il passaggio da una generazione all’altra ha mostrato le fragilità di questo mondo e forse anche le crepe della visione promossa negli anni. Più che “vangelocentrica” era dipendente da carismi straordinari e da personalità attrattive. I passi falsi delle seconde linee e degli eredi stanno mostrando quante difficoltà hanno gli evangelici (anche riformati!) a costruire istituzioni e non solo a seguire dei capi. Inoltre, di fronte alla marea ideologica del MAGA (Make America Great Again), questo mondo è rimasto prevalentemente silente e ha scelto una narrazione che non tocca la sfera pubblica e l’attualità politico-culturale. Anche questa ritirata mostra la debolezza profetica della visione riformata rappresentata.


Come altri fenomeni della società contemporanea legati al successo passeggero di celebrità, anche il “nuovo calvinismo” dei primi anni Duemila attraversa una stagione crepuscolare. Dopo una bolla espansiva che forse lo aveva gonfiato eccessivamente, quel “vibe” è un ricordo del passato, sostituito da una realtà appannata e comunque ridimensionata. 


Due fatti vanno altresì tenuti in conto. Il primo è che, per quanto indebolito e frammentato, il mondo riformato americano continua ad avere eccellenze che mantengono una certa integrità e progettualità. Si pensi a case editrici come Crossway, a facoltà di teologia come il Southern Baptist Theological Seminary e il Reformed Theological Seminary, a siti come quello della Gospel Coalition, a personalità forse non carismatiche come quelle evocate prima, ma comunque rappresentative come Kevin DeYoung, Joel Beeke e Mark Dever. Si pensi soprattutto a centinaia, se non migliaia di chiese battiste, presbiteriane, non denominazionali, indipendenti, comunque appartenenti al mondo riformato a vario titolo che sul territorio mantengono alta la testimonianza evangelica. Il panorama non è tutto a tinte fosche. Ci sono luci forse meno appariscenti, ma accese.


Lo sgonfiamento della bolla delle celebrità non significa la fine della testimonianza riformata. Questo è il secondo fatto da considerare. Forse questa stagione di crisi presenta anche dei vantaggi in quanto sposta l’attenzione primaria dalle figure mediatiche e dagli eventi di massa, per riportarla alle chiese, alle discipline ordinarie, alla fondazione di chiese, alla promozione della visione riformata nelle pratiche della vita ecclesiale. Non sono tanto le “star” che contano, quanto le migliaia di pastori fedeli, di donne dedicate, di belle iniziative, di chiese ordinate ed intenzionali nel dare voce e corpo alla testimonianza riformata. 


Lontano dagli USA, qualcuno aveva avuto la tentazione di idealizzare il mondo riformato americano. La realtà sta mostrando che ogni provincia della famiglia evangelica (compresa l’Italia) deve coltivare la propria solidità, collegata alle altre e in relazione di reciprocità con tutte, ma non dipendente da nessuna.