Perdono agli abusatori. Cosa vuol dire Papa Leone?
Di cosa si occupa la Conferenza episcopale francese? Tra gli altri temi, gli abusi sui minori è stata una delle questioni affrontate durate l'ultima l’assemblea plenaria, tenuta a fine marzo a Lourdes. Papa Leone XIV, con la lettera inviata alla Chiesa cattolica francese tramite il Cardinale Parolin, ha trasmesso un messaggio chiaro e rassicurante a migliaia di preti pedofili e abusatori. Per la chiesa, questi criminali sono peccatori e perciò sia garantito loro il perdono. In pratica, prendendo alla lettera le parole del Papa, si profila una sorta di amnistia generalizzata.
Queste sono le sue parole:“Un punto della vostra riflessione riguarderà il proseguimento della lotta contro gli abusi sui minori e il processo di riparazione che avete intrapreso con determinazione”. Poi invita a “continuare a manifestare l’attenzione della chiesa verso le vittime e la misericordia di Dio verso tutti. È bene che i sacerdoti colpevoli di abusi non siano esclusi da questa misericordia e siano oggetto delle vostre riflessioni pastorali”.
Cosa ne è della “tolleranza zero” proclamata da Papa Francesco? Se per il peccatore la chiesa di Roma conosce solo la strada del perdono e della riabilitazione, sorge una domanda: "A che cosa servono i tribunali dello Stato e quello ecclesiastico? Escludendoli non si garantisce agli abusatori di continuare nel sacerdozio, magari occupandosi di minori, dopo un percorso di riabilitazione?
Le risposte, o le non risposte, le possiamo intuire nella lettera di Prevost alla chiesa francese, così come la “tolleranza zero” stabilita da Bergoglio sarà un lontano ricordo e una bella intenzione. In molte dichiarazioni Prevost ha sempre detto di essere in perfetta continuità con chi l’ha preceduto: è davvero così?
È anche vero che, almeno davanti ai giornalisti e alle telecamere, Bergoglio ha più volte ribadito la “tolleranza zero”, ma forse per tranquillizzare le vittime e le loro associazioni, per poi fingere di non vedere che le singole conferenze episcopali nazionali, quella italiana in particolare, continuavano a proteggere in vario modo i loro pedofili (vedi il caso del vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana).
Da oggi è tutto più chiaro, almeno per il caso di Rupnik, accusato di abusi psicologici e sessuali su una trentina di donne adulte vulnerabili, quasi tutte religiose, che è solo nominalmente sotto processo. Nominalmente perché prima è stato scomunicato, poi la scomunica fu revocata nel giro di ore per ordine dello stesso Bergoglio, un gesto arbitrario che la chiesa da anni si rifiuta di commentare. Poi i suoi reati sessuali con decine di vittime sono stati dichiarati prescritti, fino a quando lo stesso Bergoglio, non riuscendo a sostenere la pressione di alcuni cardinali, ha revocato la prescrizione.
Almeno per questo caso non tutto è perso. La settimana scorsa a Bari è stato proiettato, per la prima volta in Italia, l’esplosivo documentario Nun vs. the Vatican, di Lorena Luciano e Filippo Piscopo, nel quale due reduci della comunità Loyola di Rupnik, Gloria Branciani e Mirjam Kovac, raccontano in modo assai crudo le imprese erotiche dell’amico di Bergoglio e, soprattutto, il silenzioso lavorio della chiesa di Roma per proteggerlo.
Purtroppo, con l’ultimo messaggio ai vescovi francesi, le vittime di abusi adesso sanno che non è la chiesa cattolica, ma un commissariato di polizia il posto dove chiedere giustizia, e chi ha perpretato abusi raccapriccianti sui minori che si sono fidati, non è un criminale ma è solo un peccatore. E che agli abusatori la chiesa di Roma riserva “attenzione e misericordia”. In sostanza, perdono senza giustizia.
Se da un lato è giusto fare una distinzione fra il crimine e il peccato, il primo offende il prossimo, il secondo offende Dio (le due cose non possono essere considerate allo stesso modo), è anche vero che per Dio ogni crimine è peccato. Come è avvenuto nell'ethos generale della società dove: "la comprensione del peccato si è contratta e ha perso il suo punto di riferimento", [1] anche la chiesa di Roma non è immune da questa "contrazione"!
La Scrittura non riduce il peccato a semplici categorie umane, sociali e psicologiche. Non considera il comportamento umano esclusivamente sul piano orizzontale e privo di un peso morale, ma è soprattutto una rivolta verso Dio come giudice e Signore sovrano. Solo quando siamo posti davanti a Dio nella sua santità comprendiamo davvero qualcosa del peso del peccato (Isaia 6,1-7). Pare che questa comprensione sia assente nel modo di trattare il deplorevole abuso sui minori che traspare dalla lettera di Papa Leone.
[1]: David F. Wells, "L'impatto della secolarizzazione sulla comprensione del peccato", Studi di teologia N. 75 (2026) p. 13.