Earthrise o Earthset, sempre alla Terra guardiamo

 
 

È il 1902 e in Le voyage dans la Lune, diretto da Georges Méliès, gli astronauti durante la loro esplorazione della superficie lunare, assistono estasiati al sorgere della Terra. Un’immagine immaginata, quasi ingenua, ma sorprendentemente profetica. Più di sessant’anni dopo, quella visione avrebbe preso forma reale nella fotografia “Earthrise” del 24 dicembre 1968, quando l’astronauta Bill Anders, guardando fuori dal modulo dell’Apollo 8, vide per la prima volta la Terra sorgere sopra la Luna. Ciò che il cinema aveva intuito come possibilità poetica è diventato esperienza concreta. L’umanità che, allontanandosi dalla Terra, impara a guardarla.


Oggi questa visione continua a riproporsi davanti ai nostri occhi. Il 6 aprile 2026 la missione Artemisia II ha compiuto il suo attesissimo sorvolo lunare, arrivando a soli 4.067 miglia dalla superficie della Luna. I quattro astronauti hanno attraversato il lato nascosto del nostro satellite, completando un’orbita e diventando così gli esseri umani che più si sono allontanati dalla Terra nella storia. Durante il sorvolo, l’equipaggio ha condotto numerose osservazioni scientifiche, pianificate dalla NASA nei giorni precedenti. Alternandosi agli oblò della navicella Orion, hanno analizzato circa trenta aree della superficie lunare, arrivando ad osservare regioni mai viste prima dall’uomo, nemmeno durante le missioni Apollo.


La faccia nascosta della Luna, invisibile dalla Terra a causa della sincronia dei moti tra i due corpi celesti, è stata così osservata e documentata. Gli astronauti ci hanno portato con loro in questa missione, mostrandoci cose straordinarie. No, non parlo del flyby del barattolo di Nutella nella navicella spaziale. Piuttosto, da quel punto privilegiato, gli astronauti hanno catturato immagini spettacolari del nostro pianeta. Le prime fotografie diffuse dalla NASA mostrano una Terra che tramonta dietro l’orizzonte lunare: un’immagine già definita “Earthset”, richiamando così l’iconica “Earthrise” del 1968.


Due immagini. Due missioni. Quasi sessant’anni di distanza. Eppure lo stesso soggetto al centro: la Terra, osservata da lontano. Forse il vero obiettivo non è mai stato semplicemente raggiungere la Luna, ma trovare un nuovo modo di vedere il mondo. Alla conclusione del flyby lunare, l’astronauta Christina Koch ha commentato quel momento con queste parole: “Esploreremo, costruiremo veicoli spaziali. Torneremo. Costruiremo basi scientifiche. Saremo fonte di ispirazione, ma sceglieremo sempre la Terra”.


L’umanità è quella specie che, mentre scruta i misteri del cosmo assetata di conoscenza, sente un’irrefrenabile attrazione di volgere lo sguardo verso casa. E contemplarla. Poiché è in questo posto che nasciamo, moriamo, piantiamo, sradichiamo, uccidiamo, guariamo, demoliamo, costruiamo, piangiamo, ridiamo, gemiamo, balliamo, gettiamo sassi, raccogliamo, abbracciamo, parliamo, amiamo, odiamo, facciamo la guerra, facciamo la pace. È qui che i nostri piedi sono attratti. Eppure, mentre teniamo gli occhi fissi sulla Terra, non possiamo non intuire che la nostra piccola storia personale si incastona in una storia più grande di questa casa sospesa nell’immensità del buio dell’universo.


Ciò che l’occhio coglie da quella distanza non esaurisce la verità della creazione. Dalle immagini diffuse dalla NASA non emerge il tremore della Terra, il suo essere in doglie, né il suo languire. Esse restituiscono una visione silenziosa del pianeta ma non ne mostrano la condizione profonda. La creazione geme, è in attesa, partecipa a una tensione che non è visibile in queste fotografie nelle quali, tuttavia, succede qualcosa; osservare quel piccolo globo nel quale abitiamo dissolve quella dicotomia tra individuo e mondo. In esse non vediamo la reale condizione della Terra ma ne conosciamo il significato perché partecipiamo alla stessa tensione. 


Terra e essere umano non sono realtà separate, e così come entrambe sono state toccate dalla caduta nel peccato, entrambe partecipano all’opera di redenzione operata da Dio. La Scrittura ci consegna una visione in cui la salvezza non è un fatto individuale, ma un progetto cosmico. Il prezzo pagato da Cristo non riguarda soltanto l’uomo e la donna ma il recupero, la realizzazione e il compimento del disegno di Dio per l’intera creazione. È dentro questo orizzonte che anche la salvezza personale trova il suo pieno significato. Queste immagini non sono solo documenti scientifici, non sono solo meraviglia: sono interrogativi visivi. Ci chiedono chi siamo, dove siamo, in quale tempo viviamo. Il Vangelo risponde, inserendoci nell’attesa di una transizione che non tende alla distruzione ma alla liberazione.


Earthrise e Earthset. Due titoli che raccontano un movimento, un ritmo cosmico, quasi una liturgia 

visiva sospesa nello spazio del già e del non ancora. Un richiamo, in fondo, alla fotografia ultima, al movimento finale: la riconquista del creato da parte di Colui che con la sua potenza ha fatto la terra, con la sua saggezza ha stabilito fermamente il mondo e con la sua intelligenza ha disteso i cieli. Perché prima ancora della Terra che contempliamo e dell’universo che esploriamo, c’è una verità più grande che precede ogni cosa: Dio è Dio prima ancora che la terra e l’universo fossero formati.