“Lettera ai teologi cattolici”. Non lo sono, ma l’ho letta

 
 

Non sono un teologo cattolico e, dunque, questa lettera non è indirizzata a me. Da evangelico, però, provo a capire la teologia cattolica e quindi questa lettera mi interessa. Sto parlando della Lettera alle teologhe e ai teologi cattolici. La Rivelazione è un Sapere-Amore di Antonio Staglianò. 


Mons. Staglianò non è una voce qualunque nel panorama della teologia cattolica contemporanea. È infatti il presidente della Pontificia Accademia di Teologia (PATH) e autore di libri dai titoli scoppiettanti come Pop-Christology o evocativi come Teologia in ginocchio. Oratore funambolico a cui piace citare Kant, Heidegger e Hölderin, oltre a fare costanti riferimenti alla fisica quantistica, durante i suoi anni come vescovo di Noto attrasse qualche attenzione per i riferimenti alla cultura pop (canzoni, film, ecc.) che trovavano posto nelle sue omelie. Insomma, pur avendo un incarico istituzionale pontificio, Staglianò è tutt’altro che un pensatore convenzionale.


In questa Lettera, Staglianò riassume quello di cui ha scritto diffusamente in libri recenti e che qui condensa in poche pagine. Si tratta della sua proposta di abbracciare quello che definisce “Illuminismo cristico” per superare la dittatura del “Metaverso illuminista” e dare alla teologia uno spazio nel dibattito pubblico e nella vita delle persone. Il suo linguaggio è iniziatico, ma viene spiegato.


Staglianò parte dalla sua interpretazione della realtà attuale: la nostra epoca non è più solo un tempo di secolarizzazione (positiva, perché riconosce il pluralismo), ma neanche di secolarismo (negativa, perché ideologico e antitetico alle religioni): siamo in un’era di scristianizzazione, di desculturazione, in cui i simboli, le credenze, le pratiche, i vissuti della fede sono oggetto di rimozione e di sostituzione con quelli degli algoritmi ciechi della tecnologia.


Al cuore della crisi c’è la perdita di credibilità della Rivelazione cristiana, che non viene ritenuta degna di essere presa sul serio; anzi, è percepita come retrograda per il pensiero e antagonista rispetto alla libertà individuale. Al massimo viene relegata alla sfera privata del credere ma non a quella del sapere che è appannaggio della ragione scientifica. In ballo c’è il peso epistemico della narrazione cristiana che è evaporato.


Per Staglianò, questo grumo di opposizioni al cristianesimo si chiama “metaverso illuminista”: un sistema chiuso di pensiero che nega la Rivelazione e il sapere critico della fede che fa appello ad essa. Per il dogma illuminista “la fede crede e non sa; la ragione sa e non crede” (27). In questo quadro, per la teologia non c’è posto nelle deliberazioni pubbliche; al massimo essa può ambire a coltivare un interesse storico di nicchia e di risulta, senza pretese epistemiche fuori dal suo orticello inaridito. Addirittura, per Heidegger chi crede non è abilitato a pensare e quindi deve uscire dal modus credendi se vuole essere considerato una voce degna di essere ascoltata. 


Qui inizia la pars construens di Staglianò. Al “metaverso illuminista” non va contrapposto un impossibile ritorno alla pre-modernità o il recupero nostalgico della Tradizione (come vorrebbero i tradizionalisti cattolici). La proposta è di aprire la stagione dell’“Illuminismo cristico”. Invece di giocare in difesa, la teologia deve superare in avanti la sfida illuminista, cioè proponendo un illuminismo ancora più grande ed esigente. 


Come? Praticando la transdisciplinarietà (quindi alfabetizzandosi rispetto ai vari linguaggi e ai codici del sapere), dialogando con tutti sulla base del fatto che tutto è teion (divino) e sviluppando la capacità di immaginazione analogica che sa fecondare categorie diverse (ad esempio: la doppia natura di Cristo e la complementarietà onda/particella della meccanica quantistica). Così facendo, si apre uno “spazio illimitato” (33) in cui la teologia ritrova la sua vocazione pubblica e la sua forza epistemica.


Punto di riferimento storico di questo rilancio è la figura di Antonio Rosmini (1797-1855), o meglio la linea che va da Agostino, passa da Tommaso d’Aquino e arriva a Rosmini (38). 


Ci sono almeno un paio di battute che, leggendo la “Lettera”, un lettore evangelico (non interpellato nelle intenzioni dell’Autore, ma comunque interessato) può suggerire a mo’ di commento.


La prima è che la lettura di Staglianò del “metaverso illuministico” appare schiacciata sull’ateismo militante (Dawkins e Hitchens in Gran Bretagna, da noi Oddifreddi e Piovani) degli Anni Novanta che però oggi è datata. Non che la corrente scientifica mainstream oggi sia favorevole alla teologia o alle religioni in generale, ma non sembra più oppositiva e conflittuale come la dipinge Staglianò. Siamo ancora nell’universo illuminista duro e puro o, dopo Polany, Gadamer e altri, le questioni non si sono fatte più sfumate? Domanda: dove Staglianò incontra gli illuministi dogmatici? 


La seconda è che, per quanto detta con un linguaggio pop e scoppiettante, la cornice teologica di Staglianò è il vecchio tomismo ringiovanito da Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio (1998): secondo questa impronta, la fede assume la ragione/scienza e la eleva ampliandone il campo. È il vecchio progetto tomista di integrare l’aristotelismo che oggi Staglianò vorrebbe applicare allo scientismo. A questa impostazione tomista, manca il realismo biblico secondo il quale non esiste una ragione neutrale e oggettiva, così come non esiste una scienza che sta al di sopra degli impegni religiosi. 


Giustamente, Staglianò riconosce che l’uomo e la donna sono “animali religiosi”: la relazione con Dio, per quanto negata e contrastata, non può essere soppressa. In più, dopo il peccato, tutto l’umano è “rotto” e corrotto senza possibilità di auto-redenzione. Per questo, la ragione non deve essere semplicemente elevata, ma redenta radicalmente e riformata profondamente. Dunque, lo schema non è “natura-grazia”, ma “creazione/rottura/redenzione”. 


Pare allore che l’“Illuminismo cristico” di Staglianò sia l’ultima versione del tentativo tomista di assorbire la ragione e la scienza nella sintesi cattolica in cui salvare capre e cavoli, senza riformare granché. Una via più promettente è riconoscere la signoria di Cristo su tutta la realtà, leggere l’umano con le categorie bibliche e impegnarsi in un conseguente progetto di riforma del sapere.