Battista e la sua autobiografia. Quando la provvidenza di Dio non è compresa fino in fondo

 
 

Nelle ultime settimane, tra i contenuti più condivisi in rete, si è imposto Battista, un brano autobiografico napoletano interpretato da un omonimo cantante finora pressoché sconosciuto. Il brano presenta una giovane coppia che, già afflitta da difficoltà economiche, riceve la notizia di una seconda gravidanza. La situazione si complica ulteriormente quando un'ecografia sembra indicare una possibile disabilità, inducendo il medico a consigliare l'aborto.

Di fronte a questa prospettiva, i genitori, accompagnati dalla propria comunità di fede, scelgono di pregare e di affidarsi a Dio. Il bambino nasce sano. È solo nel finale che si scopre che la vicenda narrata riguarda proprio la nascita dell’autore.

L’aspetto peculiare, suggerito dalla scenografia e dalle parole utilizzate, è che il cantante sembra provenire da una famiglia evangelica o influenzata dalla cultura di quest’ultima. I riferimenti della canzone ricordano infatti concetti e parole comuni agli ambienti evangelici. La canzone descrive una fede semplice, ma capace di incidere profondamente sulla vita: non una religiosità confinata a parole o gesti esteriori, ma una fiducia in Dio che orienta le decisioni quotidiane anche quando le circostanze diventano difficili.

Di fronte alle difficoltà economiche e alle preoccupazioni per la salute del nascituro, i genitori di Battista non si allontanano da Dio, ma scelgono di affidarsi a lui nella preghiera, rimettendo la propria vita alla sua cura. La cura di Dio accompagna il credente anche nelle difficoltà, attraverso le quali la fede può essere provata e fortificata. 

È significativo che il brano richiami l’immagine biblica dell’oro sottoposto al fuoco, utilizzata anche dall’apostolo Pietro per descrivere le prove che, pur causando sofferenza, mettono alla prova l’autenticità della fede, più preziosa dell’oro, in vista della rivelazione di Gesù Cristo (1 Pt 1,6-7). Le difficoltà, dunque, non sono necessariamente un segno del disinteresse di Dio, ma possono rappresentare proprio il contesto in cui egli opera nella vita del credente, conducendolo a conoscerlo più profondamente e a crescere nella fede.

Un secondo elemento significativo è il contrasto tra la fede della coppia e la reazione del medico, che rimane sconvolto di fronte alla loro speranza. La storia di Battista mostra come chi ripone la propria fiducia in Dio possa affrontare le difficoltà da una prospettiva diversa da quella di chi interpreta la realtà esclusivamente attraverso criteri statistici. Lo stupore, o persino la derisione, suscitati da questo atteggiamento non devono sorprendere. 

Ciò non implica disprezzare la scienza o la medicina. Una sana teologia, riconoscendo Dio come Creatore e Signore di ogni cosa, può ricondurre anche la ricerca scientifica e la pratica medica alla gloria di Dio. Il problema nasce quando alla scienza si attribuisce un’autorità assoluta, come se le sue valutazioni fossero infallibili o esaurissero tutto ciò che possiamo conoscere della realtà e determinassero, da sole, come l’uomo debba agire.

Il terzo elemento riguarda l’abbandono fiducioso a un Dio sovrano. Nel brano, i genitori di Battista esprimono una disposizione significativa: anche qualora Dio non avesse voluto guarire il figlio, avrebbero comunque accettato la sua volontà. La storia si conclude con un esito favorevole, che rispecchia le legittime speranze dei genitori: il bambino nasce sano. Ma il significato della loro testimonianza non si esaurisce nel lieto fine. Né dal racconto si può dedurre che chi prega con sufficiente convinzione ottenga necessariamente quanto desiderato.

Ciò che merita di essere apprezzato è la fiducia espressa dai genitori di Battista. Essa non dipendeva dalla certezza che il bambino sarebbe guarito, ma dalla disponibilità ad affidarsi a Dio anche di fronte a un esito diverso da quello sperato. È questo atteggiamento a distinguere una preghiera fiduciosa dalla pretesa, talvolta mascherata da fede, che Dio agisca secondo i nostri desideri.

Ripercorrendo la propria storia, Battista riconosce nella fede dei genitori un elemento decisivo e nella propria esistenza una particolare cura di Dio nei suoi confronti. Eppure, il brano si conclude con una nota stonata. L’esperienza dei genitori suggerisce una visione teocentrica, sottomessa a Dio e fiduciosa del suo operato, ma quando l’autore, nelle ultime strofe, passa a parlare di sé stesso il registro cambia percettibilmente e diventa esclusivamente incentrato su sé stesso: “E non solo, fratè, / sono nato sano, ma sono il più forte di quanti sono in questa scena / da Milano a Napoli, ora devono stare attenti tutti quanti, se non vogliono problemi / Si vede che ho uno scopo importante /per questo il Signore ha riguardo per me /Perché, se avessero seguito la sapienza umana, / a quest’ora Battista non ci sarebbe.” 

Diversamente da un altro Battista, cioè Giovanni, che riconobbe con umiltà di non essere l’epicentro ma una testimonianza indirizzante a Cristo, il nostro, invece, sembra voler crescere e far diminuire il Dio che gli ha dato la vita (Giovanni 3,30). Se da una parte la storia richiama l’attenzione sulla fede, la preghiera e la provvidenza divina, dall’altra stona sul capire realmente il motivo di quest’ultimi.

Sembra che per Battista i genitori siano stati premiati da Dio per la loro fede e preghiera, dandogli un figlio sano. E se Battista fosse invece nato con la disabilità prognosticata? Analogamente alla storia del nato cieco (Giovanni 9,1-41), non è né per i “meriti” dei genitori né per il “successo” di Battista che egli è nato sano, ma affinché in ogni cosa Dio sia glorificato.