Donne pastore? Nuove discussioni tra i battisti del Sud

 
 

Donne pastore: sì o no? Tra i battisti americani del Sud, la questione del pastorato femminile era già diventata un caso di cronaca evangelica nel 2023. Allora l’assemblea annuale della Convenzione Battista del Sud (SBC), la più grande denominazione evangelica degli Stati Uniti, aveva riaffermato che l’ufficio di pastore, anziano o sovrintendente è riservato “a uomini qualificati secondo le Scritture”. L’occasione era stata sollecitata dalla presa di posizione del pastore Rick Warren che si era espresso pubblicamente a favore del pastorato femminile, distanziandosi dalla linea ufficiale della denominazione. 


Lungi dall’essere risolta, la questione negli ultimi tre anni pare si sia acuita, tanto che la settimana scorsa è riemersa con forse ancora maggiore intensità, proprio all’interno dello stesso contesto. All’assemblea annuale della Convenzione Battista del Sud 2026, infatti, Albert Mohler, preside della Facoltà di teologia di Louisville, ha presentato un emendamento per modificare la costituzione della chiesa. L’emendamento non introduce nulla di nuovo. 


Esso riafferma che la SBC, essendo un’associazione di chiese congregazionaliste, non prende decisioni interne alle singole chiese locali, ma si riserva di non ammettere chiese che riconoscono il pastorato femminile o con donne in funzioni pastorali.


La vicenda non è passata in sordina. Se ne sono occupati anche i media secolari statunitensi e sta portando con sé strascichi che non sembrano destinati a cessare. 


A giudicare dalle reazioni, è chiaro che le questioni in ballo siano plurime. Una risposta dal mondo interno alle chiese battiste è il comunicato stampa del Baptist Women in Ministry che dichiara che l’emendamento ha lo scopo di ampliare l’ingiustizia, la discriminazione e ferire le donne che servono nella chiesa. Altre voci si sono spese per “denunciare” questa posizione come una forma di sopraffazione verso le donne e anche come una volontà di continuare a perpetrare una cultura abusiva di predominazione maschile e di detenzione assoluta del potere. 


Il nodo quindi si sta ingarbugliando. Sempre più spesso la rivendicazione del pastorato femminile viene formulata attraverso categorie proprie del discorso culturale contemporaneo - potere, rappresentanza, inclusione, discriminazione - piuttosto che attraverso le categorie bibliche.


Davvero la questione dell’anzianato si può discutere sul piano di chi detiene il potere? Se così è, e le chiese complementariste agiscono in modo da rendere l’anzianato un ufficio di potere e addirittura di abuso, sicuramente questa posizione va riformata. L’anzianato è un ministero di responsabilità spirituale e di servizio al Signore in umilità. Dove non viene vissuto con tali dinamiche può essere problematizzato. Ma davvero la risposta per le donne che si sentono sopraffatte da tale esercizio di “potere” è quello di prendere una parte di questo potere anche per sé? 

La questione dell’autorità si può discutere sul piano dell’autoritarismo? 


Come affermano le “Tesine riassuntive sul ministero femminile” (1984), “Nel caso dell'uomo l'esercizio dell'autorità s'iscrive nel contesto del servizio di cui è responsabile dinanzi a Dio e non significa né superiorità, né ineguaglianza, né dominio. Costituisce un elemento della sua diversa e specifica collocazione in vista di un'armonia più feconda e si fonda esclusivamente nell'ordine voluto da Dio”.


Davvero il pastorato femminile è il modo per trattare gli abusi sulle donne nel contesto ecclesiastico, le dinamiche di mascolinità tossica, la delegittimazione del servizio delle donne?

La questione del pastorato femminile non nasce ora, ma sta prendendo sempre più vigore. Alcune ricerche sostengono addirittura che le chiese stanno perdendo sempre più donne perché queste ultime non si sentono apprezzate. 


C’è da chiedersi se chi invita le donne a lasciare le chiese affiliate alle SBC o a continuare a lottare per il diritto di esercitare il ministero pastorale non stia spostando i piani della discussione ad una lotta di potere adottando categorie politiche e non più bibliche. 


È altrettanto evidente che il “fronte” complementarista non può più limitarsi a ribadire la correttezza esegetica e teologica della propria posizione. Occorre mostrare con chiarezza che la visione biblica dei ruoli nella chiesa non nasce dalla volontà di preservare privilegi maschili, ma dal desiderio di vivere fedelmente l'ordine creazionale e redentivo di Dio. Bisogna mostrare anche come esso protegga la dignità e la vocazione delle donne e che ci sia bisogno che le chiese riconoscano, denuncino e stigmatizzino abusi e sopraffazioni. 


Se il pastorato viene interpretato esclusivamente attraverso la categoria del potere e della sua distribuzione all’interno della chiesa, allora in gioco non c’è più soltanto la questione dell’ufficio pastorale, ma la concezione stessa dell’autorità cristiana, del servizio, della vocazione e della natura della chiesa.