“Figli di Abramo”, l’equivoco di Papa Francesco

 
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Tutte le volte che si parla di terre martoriate da decenni di guerre e violenze, talvolta perpetrate in nome di religioni, divinità e fedi, bisogna farlo con sobrietà e circospezione. È facile pontificare a distanza con in mente il proprio pallino, comodamente seduti e al sicuro, dimenticando il tragico contesto e le sofferenze diffuse nella situazione di cui si vuole parlare. Questo per dire che commentare il viaggio di Papa Francesco in Iraq può diventare un esercizio pretestuoso se non si prova ad entrare nella complessità e a evitare facili schematismi. Bene quindi il richiamo del papa romano alla libertà religiosa e alla libertà di coscienza; bene l’appello al rispetto delle minoranze; bene l’invito alla conciliazione nazionale e alla solidarietà tra le diverse componenti della società. 

Ciò detto, la cornice teologica della sua visita in Iraq non può essere sottaciuta. L’apice del suo viaggio è stato il discorso tenuto all’Incontro interreligioso alla Piana di Ur (6 marzo 2021) dove, in modo molto evocativo e sagace, ha intessuto un ragionamento basato sulla figura di Abramo come padre di ebrei, cristiani e mussulmani. Secondo Francesco, il “padre Abramo” è comune a tutti: ebrei, cristiani e musulmani sono la “discendenza” promessa da Dio ad Abramo e quindi “fratelli e sorelle”. Questi tre gruppi “sono chiamati a testimoniare la sua bontà (di Dio, ndr), a mostrare la sua paternità mediante la loro fraternità”. In nome di Abramo, sperimentano la stessa paternità umana (Abramo) e divina (Dio) essendo quindi fratelli e sorelle. Applicandolo alla situazione odierna, per il papa, “non ci sarà pace finché gli altri saranno un loro e non un noi”. 

Raccogliendo i vari fili del discorso, la sua conclusione riassume il nocciolo della visione del papa:  

Noi, fratelli e sorelle di diverse religioni, ci siamo trovati qui, a casa, e da qui, insieme, vogliamo impegnarci perché si realizzi il sogno di Dio: che la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli; che, guardando il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra.

A questo appello accorato ha fatto seguito la “preghiera dei figli di Abramo” (recitata con i rappresentanti ebrei, cristiani e musulmani presenti) in cui colpiscono, tra le altre, queste espressioni: “ti ringraziamo per averci donato come padre comune nella fede Abramo” e “ti chiediamo, Dio del nostro padre Abramo e Dio nostro, di concederci una fede forte, operosa nel bene, una fede che apra i nostri cuori a Te e a tutti i nostri fratelli e sorelle”. 

Abramo come “padre comune nella fede” e la preghiera al “Dio nostro”, senza nominare Gesù Cristo e dando per assodato la paternità di Dio non in quanto creatore di tutto, ma come “Dio nostro”, Dio di tutti “i fratelli e le sorelle”. In più, pregando il papa ha spostato il baricentro da un discorso religioso ad una forma di “ecumenismo spirituale”. Per lui parlare e pregare sono un tutt’uno. Il dialogo interreligioso diventa una forma spirituale di unità nella fede di tutta l’umanità.

Questo discorso e questa preghiera richiedono una “grammatica” per essere capiti sino in fondo. È facile fermarsi al livello di un convinto richiamo alla libertà religiosa e alla convivenza pacifica. Sarebbe riduttivo e non consono alle intenzioni del pontefice. Quello che Francesco ha detto e ha fatto è iscritto dentro una vera e propria teologia cattolica dell’unità del genere umano in quanto composto di sorelle e fratelli, tutti figli dello stesso Dio che, in quanto tali, possono e devono pregare insieme. 

In esso è evidente un “pendio scivoloso” relativo ai temi dell’alterità e della convivenza tra diversi. Il papa dice che per non essere in conflitto bisogna essere amici; per essere amici bisogna essere fratelli e sorelle; e per essere fratelli e sorelle bisogna fare riferimento alla stessa divinità che, quantunque diversamente declinata sul piano teologico, è la stessa; essendo tutti figli dello stesso Dio, si deve pregare insieme. 

Se si ponderano tutti i passaggi coinvolti in questa catena, si è di fronte ad un impressionante concentrato di cattolicesimo romano con fortissime implicazioni teologiche (Allah è il Dio uno e trino della Bibbia?), soteriologiche (siamo tutti salvati dunque, al di fuori e al di là di Gesù Cristo?), missiologiche (che ne è del mandato di andare in tutto il mondo e annunciare l’evangelo in vista della conversione dei perduti?), ecclesiologiche (se siamo già tutti fratelli e sorelle, che senso ha la comunione fraterna della chiesa?).

Se si accetta la “logica” del papa, per vivere in pace tra diversi bisogna riconoscere la pan-religione che accomuna tutti. Chi non accetta questa “logica” (tradotto: chi pensa che non si debba avere la stessa fede per convivere, che non si debba pregare insieme per vivere pacificamente, che non si debba ricorrere alla retorica dei “fratelli tutti” per amare il prossimo), semina inimicizia, fomenta violenza, crea conflitti. Lo slittamento del discorso del papa è pericolosissimo. Mina alla base lo “scandalo” cristiano secondo cui Gesù Cristo è l’unica via al Padre (Giovanni 14,6) e, al contempo, i discepoli di Cristo sono chiamati a vivere in pace con tutti (Romani 12,18). Per ottenere la pace, il papa smantella lo “scandalo” cristiano e promuove la religione mondiale senza riferimento a Cristo. Non è questa la via cristiana. 

Un’ultima parola su Abramo. Quello che il papa ha detto sul patriarca, l’apostolo Paolo non l’avrebbe detto. Per Paolo, Abramo è padre dei credenti in Gesù Cristo (Romani 4,11-12) e la discendenza di Abramo sono i discepoli e le discepole di Gesù Cristo provenienti da ogni nazione (4,16-17): la sua eredità, infatti, non segue la via biologica del sangue ma è “per fede” (4,16). Gesù stesso ha problematizzato appropriazioni strumentali della comune paternità di Abramo (Giovanni 8,39), dicendo che Abramo stesso gioì nell’attesa di vedere il giorno del Signore Gesù (Giovanni 8,56). Senza Gesù e fuori dalla fede in Gesù Cristo, l’essere figli di Abramo può essere un dato culturale, ma non una base per l’unità nella fede e nella preghiera.