Laboratorio della predicazione (I). All’ascolto di Pierre Marcel
Da diciassette anni, il Laboratorio della predicazione, offerto anche quest’anno dall’IFED di Padova dal 9 all’11 luglio, è un appuntamento fisso per molti responsabili di chiesa e uomini coinvolti nella predicazione dell’evangelo.
La partecipazione è stata ampia: 45 persone, di diverse denominazioni evangeliche e da svariate città di provenienza. Tutti hanno espresso il bisogno di una formazione continua per una crescita nel servizio della predicazione. Il programma è stato ricco sia per chi è stato presente per la prima volta sia per i partecipanti abituali.
Come da tradizione del Laboratorio, la prima sessione è dedicata all’ascolto della lezione di un predicatore del passato recente o antico per sottolineare l’appartenenza alla chiesa storica. In passate edizioni, si è parlato, ad esempio, dell’omiletica di Gregorio Magno, Agostino, Tim Keller e molti altri.
Quest’anno la sessione tenuta da Leonardo De Chirico è stata dedicata a Pierre Marcel (1910-1992), teologo e pastore francese e figura di collegamento tra il protestantesimo storico e il movimento evangelico contemporaneo.
Marcel costituisce quell'anello di congiunzione tra Riforma e Risveglio che in Italia è mancato. Nel 1950 Marcel fondò la rivista Revue Réformée, mentre dal 1975 al 1984 insegnò omiletica presso la Facoltà Libera di Teologia Evangelica di Parigi (FLTE). Il libro su cui ci si è soffermati è L’actualité de la prédication (1951), trad. inglese The Relevance of Preaching, Grand Rapids, Baker 1963.
Pur non essendo un manuale e nemmeno un’introduzione all’omiletica, in quest’opera, Marcel apre sei "finestre" fondamentali sulla predicazione.
1. Il fondamento cristologico dell'omiletica. Marcel afferma che Cristo è la Parola di Dio e il vero predicatore. Egli autorizza e manda la chiesa a predicare, perché, dopo la sua resurrezione ed ascensione, affida agli apostoli e, per estensione, alla chiesa il compito di proclamare l'Evangelo.
2. L'indispensabilità dello Spirito Santo. Se Cristo è colui che invia, lo Spirito Santo è colui che rende efficace la predicazione.
3. La predicazione come mezzo di grazia. La proclamazione della Parola costituisce uno degli strumenti ordinari attraverso cui Dio abitualmente comunica la sua grazia. Non si tratta della concezione sacramentalista del cattolicesimo (rivelazione mediata dalla chiesa) e nemmeno di quella mistica (rivelazione interiore).
4. Il contenuto della predicazione. Essa deve mantenere un equilibrio tra Legge e Vangelo, evitando sia di trascurare la Legge che presenta la santità di Dio sia di sminuire il Vangelo che proclama la grazia di Dio. Le due realtà sono organicamente unite.
5. La rilevanza della predicazione. La predicazione deve essere significativa per la vita delle persone, affidandosi non a stratagemmi umani, ma fidandosi della promessa che Dio opererà tramite l’annuncio dell’evangelo.
6. Le caratteristiche della predicazione rilevante. Essa deve essere fedele al messaggio biblico e capace di parlare al presente portando le persone ad incontrare l’Iddio vivente.
In particolare, Marcel distingue la comprensione evangelica della predicazione da quella cattolica. Secondo la teologia cattolica, Dio avrebbe affidato alla chiesa l'amministrazione della grazia dispensata attraverso i sacramenti. In questa prospettiva, la predicazione riveste un ruolo secondario e non costituisce l'elemento essenziale della comunicazione della grazia. Il sacramento opera secondo il principio dell'ex opere operato, cioè in virtù dell'atto sacramentale stesso compiuto.
Marcel prende però le distanze anche dalla concezione spiritualista e mistica della predicazione. Secondo questa prospettiva, Dio non avrebbe scelto uno strumento privilegiato, né un modo stabilito per comunicare la grazia. Essendo assolutamente sovrano, Egli agisce in modo sganciato da qualsiasi mezzo. La predicazione potrebbe quindi essere utilizzata da Dio, ma non rappresenterebbe il mezzo ordinario della sua azione. Per questo motivo l'accento si sposta sull'illuminazione interiore e sulla rivelazione personale.
Per Marcel entrambe queste prospettive costituiscono una deviazione, perché, seppure in modi diversi, finiscono per marginalizzare la predicazione e impoverirne il ruolo.
La teologia riformata della predicazione si fonda invece sul riconoscere che Dio abitualmente si serve della predicazione, come afferma la Seconda Confessione Elvetica (1566). L'avverbio "abitualmente" è fondamentale: esso riconosce la libertà e la sovranità di Dio, ma afferma al tempo stesso che Dio ha scelto ordinariamente la predicazione come strumento attraverso cui rivelare sé stesso.
Tuttavia, anche questa prospettiva può essere deformata. Se si irrigidisce il rapporto tra predicazione e grazia, si rischia una forma di "sacramentalismo della predicazione", secondo cui il semplice fatto di aver predicato garantirebbe automaticamente un risultato spirituale. Marcel rifiuta questa conclusione: la predicazione è il mezzo abituale scelto da Dio, ma la sua efficacia dipende sempre dall'azione sovrana dello Spirito Santo. Sebbene Dio abbia stabilito ordinariamente la predicazione come mezzo della grazia, essa produce frutto soltanto grazie all'opera dello Spirito.
Il predicatore, pertanto, non è semplicemente un insegnante o un comunicatore efficace, ma un ministro che dipende totalmente dall'azione dello Spirito Santo. Solo quando lo Spirito prende possesso del predicatore, della predicazione e dell'uditorio, la grazia può raggiungere il cuore delle persone.
Marcel afferma che è lo Spirito Santo stesso ad "ardere" dal desiderio di rivelare Cristo. Di conseguenza, tutta l'efficacia della predicazione dipende dalla relazione del predicatore con lo Spirito Santo e dalla sua azione sovrana, che rende viva ed efficace la proclamazione della Parola.