Generazione ansiosa (III). Non basta la spiritualità, ci vuole Cristo
“La vita fondata sul telefono produce degrado spirituale, non solo negli adolescenti, ma in tutti noi” (p.239). Ecco come inizia il capitolo conclusivo dell’analisi psicosociale che Jonathan Haidt fa in Generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), prima di passare alle proposte pratiche.
Haidt ammette che nel 2014 lui stesso si è sentito sopraffatto da ciò che osservava nella sua analisi clinica, nelle sue ricerche, nei campus universitari e persino nella politica americana. Ciò lo ha spinto a interrogarsi profondamente sui modi in cui la tecnologia ci cambia, cercando risposte tanto nelle fonti accademiche quanto nella sapienza antica. Pur dichiarandosi ateo, è giunto alla medesima conclusione del filosofo francese Blaise Pascal: “c’è un vuoto a forma di Dio nel cuore di ogni uomo” (p.258). Sebbene questa frase possa apparire rassicurante, l’origine di tale vuoto, la sua diagnosi e la sua cura, secondo l’interpretazione di Haidt, sono molto lontani dalla visione biblica.
Nelle sue precedenti ricerche sulle emozioni morali, Haidt aveva dimostrato che le persone percepiscono tre dimensioni dello spazio sociale: una orizzontale (l’asse x della vicinanza), una verticale (l’asse y della gerarchia) e una seconda dimensione verticale (l'asse z della divinità). Sulla scia di C. Darwin e del biologo D. S. Wilson, Haidt sostiene che il vuoto divino che percepiamo è stato scavato dalla selezione naturale.
La religiosità è il frutto dell’evoluzione biologica e culturale, che ha reso i vari gruppi umani più coesi e perciò in grado di sopravvivere meglio nella competizione tra loro, perciò, la spiritualità, secondo l'interpretazione di Haidt, è "lo sforzo di vivere la propria vita molto al di sopra del punto zero dell'asse z della divinità” (p. 241). In altre parole, più siamo esposti ad attività come quelle offerte dai nostri smartphone - considerate moralmente degradanti - più siamo attirati verso il basso. Mentre le azioni virtuose ci elevano, portandoci più vicini a Dio, quelle meschine ci portano verso l'anti-divinità e sono “incompatibili con la nostra natura elevata” (p.241). Ecco perché questo vuoto va riempito di cose nobili adatte alla nostra natura, o sarà riempito da spazzatura.
Per esaminare meglio il fenomeno, Haidt fa riferimento sia alla filosofia, sia alle neuroscienze.
Rifacendosi al sociologo francese Durkheim, Haidt sostiene che l'uomo vive fondamentalmente su due livelli: profano e sacro. Il profano "è la nostra normale coscienza concentrata su sé stessa" (p. 259); il sacro si attiva invece quando viviamo esperienze di comunità, coesa attorno a rituali che ci elevano.
Il dato neuroscientifico pare dare supporto a questa visione dualista. Diversi studi, infatti, sostengono l’esistenza di una rete di strutture cerebrali che si attivano insieme in modalità predefinita quando processiamo gli eventi da un punto di vista egocentrico (ciò avviene il più delle volte). L’autore la definisce "rete in modalità profana”: essa è meno attiva quando siamo coinvolti in pratiche spirituali che trascendono noi stessi, ci aprono agli altri e a qualcosa di più alto di noi; mentre è ai suoi massimi livelli quando siamo connessi a una piattaforma social. Il mondo virtuale è, secondo questa prospettiva, assolutamente profano e non può soddisfare la parte sacra della nostra esperienza. Le ricerche psicologiche provano anche la stretta correlazione tra le pratiche spirituali e il miglioramento del benessere e la riduzione dei disturbi mentali.
Perciò maggiore è il numero di persone impegnate in attività che recano un danno spirituale, maggiore sarà il danno sociale. Ed ecco la cura: se vogliamo combattere l'ansia e i disturbi mentali dilaganti dobbiamo ridurre nella nostra vita ciò che attiva la "rete in modalità profana" e dare più spazio a pratiche spirituali che ci aiutino a rimanere in linea con la nostra storia evolutiva. In particolare, sostiene Haidt imparando dalle grandi tradizioni religiose: la sacralità condivisa, la corporeità, il silenzio e la meditazione, l’auto-trascendenza, la lentezza all’ira e la rapidità al perdono, la meraviglia nella natura. La vita basata sul telefono ostacola tali pratiche contribuendo invece al degrado spirituale e sociale.
Haidt sostiene di essere in disaccordo con i suoi amici religiosi sull'origine del vuoto divino, ma di concordare con le sue implicazioni.
È vero dissentiamo sull’origine. Il nostro senso spirituale attesta ciò che la rivelazione scritturale afferma: siamo creature di Dio in relazione personale con Lui nel quale egli stesso ha posto il pensiero dell’eternità (Ecclesiaste 3,11). Tale realtà è buona, non nasce da alcun conflitto e perciò rende l’uomo inescusabile quando nega e si oppone a tale evidenza (Romani 1,19-20). Ma la visione biblica del mondo spinge l’antitesi ben oltre l’origine.
Alla creazione è seguita la separazione storica dell’umanità da Dio a causa della sua disubbidienza. Il peccato ha trasformato il senso di Dio in un vuoto a forma di Dio, che noi riempiamo con sostituti di ogni genere. Solo Dio può riempire realmente quel vuoto, per la redenzione operata da Cristo, e trasformarci nelle persone che dovremmo essere.
La realtà della creazione, della caduta e della redenzione, perciò, ci fanno interpretare il dato neurologico in modo differente e ci offrono una diagnosi e una cura diversi.
Sia che il nostro cervello si attivi nella modalità di default detta "profana" (quando siamo impegnati in attività come l'uso dei social media) sia che passiamo in modalità "sacra" (quando preghiamo, meditiamo, partecipiamo ad eventi religiosi ad alto impatto emotivo e di coesione sociale) la Scrittura ci indica che stiamo comunque operando secondo la "modalità di default del cuore": quella che Lutero definì religiosa. [1]
Dietro al funzionamento del nostro cervello, infatti, che oggi possiamo osservare con le più moderne tecnologie, c'è sempre il cuore. Questa modalità di default del cuore è sempre religiosa ed è segnata dall'idolatria, essa opera sulla base dei nostri idoli funzionali (come li definiva David Powlison [2]).
Queste divinità funzionali sono quelle che controllano davvero le nostre vite cercando di colmare quel vuoto. Possono essere divinità distruttive come la dipendenza dai social media, con i suoi risvolti psicologici e sociali allarmanti che osserviamo in questa generazione, oppure possono essere divinità apparentemente positive come la religiosità formale, che ha risvolti funzionali di coesione sociale e resilienza psicologica - risvolti che offrono comunque solo benefici temporanei e in contesti particolari.
Secondo la Scrittura, le neuroscienze descrivono lo stato del cervello umano che si esprime sempre in condizioni individuali e contesti socio-culturali in uno stato successivo alla caduta. Perciò, ciò che esse descrivono non può in alcun modo essere prescrittivo e deve essere illuminato dalla sapienza divina. Esse ci possono indicare quali siano le condizioni che favoriscono uno sviluppo umano più sereno e gioioso che risponde agli scopi per cui è stato creato, ma dovrebbero al tempo stesso sollecitare le domande giuste sulle cause del male, sugli scopi veri da raggiungere e sulle cure profonde da suggerire.
La diagnosi di Haidt resta superficiale e superficiale la cura proposta. Il cuore è il vero centro di controllo della persona umana: solo lo specchio della Parola di Dio può svelarcelo e solo l'opera della Spirito Santo può cambiarlo affinché possa operare volontariamente e, istante dopo istante, secondo la “modalità dell’Evangelo” e nutrendosi di esso.
A questo fine, le più antiche pratiche spirituali e i più eccelsi riti comunitari possono forse accrescere il nostro benessere temporaneo e permetterci di costruire gruppi sociali più coesi e all'apparenza moralmente più elevati, ma non possono garantire così una guarigione psicologica e sociale profonda e duratura, piuttosto ci lasciano più vuoti e più compiacenti rispetto ai nostri risultati personali (autogiustificazione), e alla fine ancora più lontani da Dio.
Ansia, depressione, suicidi: il problema è grave, ma se ci limiteremo a proclamare soluzioni umanistiche, che si fermano in superficie a pratiche individuali o sociali esteriori – che già in passato hanno fallito – non avremo fatto davvero il bene di questa generazione.
Quale cura, dunque? La visione biblica sottolinea sì la necessità di promuovere abitudini di vita che facciano fiorire tutti quegli aspetti della persona umana che esaltano il genio e la bontà del Creatore; incoraggia sì a proteggere i nostri giovani e noi stessi, da attività dannose nell'immediato limitando al massimo gli ostacoli che il peccato interpone alla conoscenza e alla relazione con Dio - Infatti, Dio ha stabilito tutto ciò “affinché l’uomo lo cerchi” (Atti 17,27). Ma invita anche mentre facciamo tutto questo a non trascurare di annunciare il bisogno di essere riappacificati con il solo vero Dio.
Le discipline spirituali, a cui la Bibbia invita, acquistano il loro senso e portano i loro reali benefici solo quando sono l'espressione sincera di un cuore povero in spirito, che ha umiliato sé stesso di fronte Dio (dal quale era separato a causa del proprio peccato) e che ha ricevuto la riconciliazione di Cristo ed è stato riempito di Spirito Santo. Lo scopo è ben più ampio del benessere psicologico; è la piena maturazione della persona umana, all’immagine di Colui che l’ha creata.
Martin Lutero, era completamente immerso in pratiche spirituali individuali e comunitarie tipiche del cattolicesimo agostiniano. Certamente non si può dire che tutto quello sforzo spirituale lo stesse rendendo meno ansioso e meno depresso – anzi: lo sforzo di vivere la propria vita al di sopra dello zero dell'asse della divinità non era affatto sufficiente. La sua crisi fu profonda.
Per Lutero la disperazione fu l'anticamera di una guarigione radicalmente diversa e dai risvolti sociali ampi e profondi secondo l’evangelo di Cristo. Come ai tempi di Lutero, non vogliamo offrire un Dio tappa buchi a questa generazione ansiosa, ma il Dio trino che in Cristo salva e guarisce. La spiritualità indistinta non basta: serve l’Evangelo di Dio.
[1]: Vedi Timothy Keller, Il Dio prodigo. Riscoprire il cuore della fede cristiana, Torino, Casa della Bibbia 2012, p. 87-88.
[2]: David Powlison, Seeing with new eyes. Counseling and the Human Condition Through the Lens of Scripture, Phillipsburg, P&R 2003, p.130-140.
Della stessa serie:
“Generazione ansiosa (I). Non bastano leggi ed educazione, ci vuole la redenzione” (16/6/2026)
“Generazione ansiosa (II). Non bastano i patti digitali di comunità, ci vuole la comunità del patto” (26/6/2026)