Generazione ansiosa (I). Non bastano leggi ed educazione, ci vuole la redenzione

 
 

Nel 2024 lo psicologo americano Jonathan Haidt ha pubblicato il saggio Generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli", Milano, Rizzoli che, in brevissimo tempo, ha riscosso un'attenzione enorme in tutto il mondo. Frutto di un lavoro interdisciplinare, l'autore sostiene la tesi secondo cui dal 2010 si sia verificata una "grande riconfigurazione" per la quale un'intera generazione, l'ormai nota GenZ, abbia sperimentato per prima la fine dell'infanzia fondata sul gioco e la nascita della nuova infanzia fondata sul telefono.

Tale nuova infanzia mostra livelli esponenziali di malattie mentali e disturbi sociali di ogni genere, nonché disturbi dell'attenzione. Ansia, isolamento, depressione, disturbi del sonno, autolesionismo, dipendenze, suicidio hanno raggiunto in questi sedici anni cifre altissime in modo trasversale tra le nazioni del mondo e con un tasso maggiore tra le ragazze.


Complici di questo cambiamento, una serie di fattori: l’emergere di una cultura estrema della sicurezza e di una genitorialità iperprotettiva rispetto al mondo reale, un nuovo tecno-ottimismo, l'avvento dello smartphone e dei social media. 


È a questi ultimi due fattori in particolare che Haidt attribuisce gli effetti più deleteri, ai quali bambini e adolescenti, durante gli anni più delicati del loro sviluppo cognitivo, hanno avuto un accesso indiscriminato.


Il saggio analizza con semplicità una mole impressionante di ricerche e dati, offre una bibliografia di ben trenta pagine a supporto della tesi e molto materiale di approfondimento che rimanda al suo blog, alla sua newsletter After Babel e alle iniziative di advocacy correlate.


Non si ferma all'analisi dei dati, ma muove delle proposte per genitori, insegnanti, aziende e governi, indicando un cambiamento di rotta che favorisca il ritorno al tipo d'infanzia per la quale gli esseri umani a suo avviso hanno speso i loro migliori sforzi evolutivi; ossia l’infanzia fondata sul gioco, la quale garantisce il maggior benessere individuale e sociale.


Questo bestseller è certamente una di quelle opere che aiutano ad osservare più da vicino alcune delle visioni del mondo che popolano il nostro tempo. Ricco di sollecitazioni di grande stimolo, almeno tre delle sue letture e proposte meritano di essere prese in seria considerazione. Proverò a farlo qui brevemente, per riflettere seriamente sull'impegno pubblico evangelico nell’affrontare questo problema reale: in modo regale, sacerdotale, e profetico. 


Prima di tutto Haidt afferma che, trattandosi di un problema che coinvolge una società intera, esso va trattato con una risposta collettiva. E qui entrano in gioco le leggi, i regolamenti e l'educazione.


Ad esempio, in un'economia che incentiva modelli imprenditoriali che sfruttano a proprio vantaggio le vulnerabilità psicologiche degli utenti, soprattutto i più giovani, la legislazione può spingere ad un dovere deontologico aziendale, incentivando modelli e scelte progettuali che proteggano i minori da forme di dipendenza indotta. Ciò che le aziende non vogliono fare perché distrugge la competizione e abbassa il profitto, la legge le costringe a fare.


Inoltre, i governi potrebbero rivedere le norme legate alla sicurezza per l'infanzia in modo da disincentivare l'iperprotezione nelle scuole, negli spazi pubblici, nelle città, smettendo di sanzionare i genitori che scelgono un’educazione meno dipendente dal controllo di un adulto, anche se attenta. Piuttosto, istituendo meccanismi che verifichino l’età reale dei minori per l’accesso ad internet e alzando tale età “adulta” da 13 a 16 anni potrebbero garantire maggiore sicurezza nella sfera digitale, come stanno facendo Australia e - notizia di questi giorni - la Gran Bretagna.


Una bambina, qualora i genitori lo volessero per lei, è impossibilitata a tornare a casa da scuola da sola prima dei 12 anni, anche se è già in grado e ci sono le condizioni giuste per farlo. Paradossalmente però, anche se i genitori non lo vogliono per lei, può essere indotta facilmente a vedere immagini pornografiche su Internet, o contenuti che spingono ad assumere comportamenti alimentari disturbati, a causa dell’assenza di controlli reali sull’età e sistemi algoritmici di adescamento.


Le istituzioni scolastiche possono regolamentarsi in modo da favorire al massimo relazioni e interazioni, vietare fino ad una certa età l'uso di dispositivi personali a scuola, incoraggiare più tempo e più spazi per il gioco e lo svago libero con una supervisione minima e minime regole.


Le amministrazioni cittadine posso riprogettare spazi urbani che siano adatti anche allo spostamento dei bambini senza l’accompagnamento di un adulto, spazi polifunzionali, adatti al gioco e alle relazioni dirette.


I genitori possono scegliere un'educazione che investe il più possibile nella relazione e nel gioco, che accompagna i figli ad affrontare i rischi e le sfide nel mondo reale in modo graduale e preparato, che offra loro opportunità di autonomia, responsabilità e servizio e che metta limiti appropriati per l’uso della tecnologia e l’accesso a Internet e social media, offrendo protezione da rischi reali, come quelli della dipendenza, del cyberbullismo e della pornografia.


Tutte queste sono ottime proposte che, nella grazia comune, possiamo condividere e che, come cristiani impegnati a incoraggiare l’ordine di Dio nel mondo, possiamo sostenere a livello istituzionale, politico e amministrativo. Ma le leggi e l’educazione da sole non sono soluzioni sufficienti, quando tralasciano di prendere in seria considerazione la realtà del peccato


Il problema collettivo, infatti, non è solo una stupida deviazione dal nostro standard evolutivo, motivata da interessi personali che poi incidono sulla vita di molti. Il problema è un vero e proprio idolo istituzionalizzato che scaturisce dall’idolo del cuore individuale: la comodità, il bisogno di accettazione, il piacere, ecc. Tale idolo produce “abitudini, linguaggi, criteri di appartenenza, gerarchie di valore che col tempo diventano ambienti, comunità e istituzioni che educano altri cuori alla stessa o a una peggiore idolatria”. [1]


Questo, nessuna norma umana e neppure la migliore educazione può abbatterlo ed estirparlo. La legge non basta, serve la redenzione: l’opera dello Spirito Santo che per mezzo della Scrittura illumina in modo nuovo il problema, lo ridefinisce e suscita il pentimento e la confessione e applica la rigenerazione compiuta da Cristo al cuore e a tutta la vita.


Coloro che ha hanno sperimentato quest’opera esterna, divina, hanno la responsabilità prima di tutto di denunciare a sé stessi, nelle proprie famiglie, chiese e comunità gli idoli che hanno servito e che serviamo, i quali hanno condotto un’intera generazione nella disperazione, essendo poi impegnati ad abbandonarli e aiutare altri a fare lo stesso. 


Fintanto che assumeremo solo un atteggiamento di giudizio verso l’esterno e di autogiustificazione personale, l’educazione o le leggi che stabiliremo saranno soltanto forme esteriori prive di forza riformatrice per questa generazione.


(continua)

[1]: “Il peccato alla prova della modernità”, Studi di teologia N. 75 (2026) p.54.