Generazione ansiosa (II). Non bastano i patti digitali di comunità, ci vuole la comunità del patto
Una generazione ansiosa, segnata da profondi problemi di salute mentale, è emersa dopo l’avvento dello smartphone e la possibilità di connessione digitale illimitata ad esso collegata. Questa, in sintesi, la tesi di Jonathan Haidt nel suo bestseller, Generazione ansiosa, Milano, BUR Rizzoli 2025. Numerosi studi, anche se a volte discordanti sulle cause, sono concordi nel sostenere che i danni legati all'uso precoce di dispositivi digitali con accesso ad Internet sono innumerevoli a fronte di benefici minimi.
Il problema è classificato da Haidt come di natura sociale e perciò può essere affrontato in maniera efficace solo attraverso azioni collettive: educazione, leggi e non da ultimi i Patti digitali di comunità. Una realtà di cui la teologia dell’alleanza ci aiuta a cogliere benefici e rischi.
Haidt illustra i meccanismi di pressione sociale che conducono i singoli a compiere azioni che ledono l’interesse proprio e collettivo. Nonostante diverse evidenze negative fossero già davanti agli occhi dei genitori prima che gli studi scientifici le confermassero, le famiglie non sono state in grado di fare scelte diverse per i propri figli.
Avendo scelto senza troppa consapevolezza e spinti da un forte tecno-ottimismo, di dare libero accesso agli strumenti digitali in età precoce, si sono poi trovati a dover combattere con le abitudini malsane consolidate, le pressioni dei pari e della maggioranza e con le regole del mercato orientate a mantenere ed accrescere la dipendenza dei giovani utenti.
Ecco che intervengono i Patti digitali di comunità: invece di agire da soli, si cerca di agire insieme per supportarsi a vicenda nelle scelte controcorrente da prendere e per sostenere insieme la forza delle pressioni che la sfida genitoriale e sociale comporta. Gli aderenti si impegnano reciprocamente a rispettare alcune regole condivise per offrire ai propri figli un'educazione digitale ed un accesso progressivo e protetto ai dispositivi digitali, Internet e social media. [1] Anche nel mio Municipio recentemente ne è stato inaugurato uno.
Nonostante le istanze postmoderne di relativismo, indipendenza e autodeterminazione siano estremamente forti nelle nostre società occidentali, le persone continuano ad esprimere il bisogno di allearsi, di legarsi attorno a norme comuni per sopravvivere alle sfide della vita.
Le nostre relazioni, infatti, sono contrassegnate in modo innegabile e indelebile da alleanze, anche quando queste non sembrano esplicite o non sono riconosciute tali, perché il patto “è l’unica modalità di relazione tra Dio e il mondo” [2] e tale da rendergli gloria.
È questo ciò che apprendiamo dalla rivelazione biblica: il Dio trino, avendo preso un impegno con sé stesso, ha stabilito un patto vincolante nei confronti dell’uomo e della donna e lo ha formalizzato in una cornice giuridica che richiede una risposta di ubbidienza responsabile che porta libertà e prosperità e che prevede conseguenze chiare in caso di disubbidienza.
La trama della realtà è pattizia e noi possiamo solo costruirci sopra, in una relazione riconciliata con Dio o rotta. Ecco perché la civiltà umana non può prescindere da relazioni di alleanza che, anche se in modo limitato, compiono gli scopi di Dio.
Perciò i patti digitali di comunità possono essere un’ottima risorsa per favorire il dialogo sull’educazione digitale, alzare il livello di informazione e consapevolezza degli adulti, favorire un uso più sobrio della tecnologia e dell’accesso ai social media da parte di bambini e adolescenti e promuovere azioni di governance diverse.
Offrono certamente un’opportunità per entrare in contatto con altri genitori sensibili a queste tematiche, per dare un contributo diverso alla riflessione e condividere motivazioni più ampie e profonde (non solo scientifiche, mediche o morali ma prima di tutto spirituali) sulle quali fondare scelte consapevoli e talvolta controcorrente.
Tuttavia, non è sufficiente dire patto perché esso sia rispettato e garantisca effettivamente i benefici attesi. Qual è il fondamento che lega davvero queste comunità? Cosa stabilisce la validità dell’impegno preso? Cosa impedisce di recedere? Chi controlla che l’impegno sia mantenuto? E se Haidt si sbagliasse e il problema fosse un altro?
Gli elementi che definiscono una cultura pattizia (rispetto delle norme condivise, la rendicontazione delle proprie azioni con le relative conseguenze, l’attenzione al bene di tutti) non sono un’invenzione umana. Dio stesso ne è il fondamento.
Quando, però, dall’equazione pattizia è tolto Dio, tutti i patti umani sono potentemente indeboliti e il rischio di fallimento è grosso.
Ad esempio, di fronte al problema dell’ansia generazionale si può assolutizzare una causa (l’avvento dello smartphone) e legarsi in un patto attorno a quell’aspetto a cui ci si dedica completamente, cercando sicurezza e soluzione in certe regole stabilite. Questo può far trascurare altre possibili cause correlate. Ci sono, infatti, nel mondo molte altre comunità legate da una “causa” comune le quali, a differenza di Haidt, identificano la sorgente dell’ansia infantile in altro. [3]
Così il patto reciproco è basato su un fondamento troppo debole per affrontare con efficacia un problema, esigendo oltretutto un rispetto delle regole perfetto per poter essere in qualche modo efficace. Quando la “causa” che ci lega cambia, il patto si rompe e il problema rimane. Un tale patto non va abbastanza in profondità per comprendere la causa ultima dei problemi della nostra generazione, così come la Scrittura ce la rivela.
Ancora, fare fronte comune tra i genitori, ad esempio, non significa che spariranno i conflitti con i figli, e che loro accetteranno di buon grado la nostra autorità, le nuove regole, solo perché condividono questo fardello con qualche altro amico a scuola. È probabile, invece, che si opporranno con tutte le loro forze, che cercheranno sotterfugi [4], che vedranno il patto come un’imposizione, o che lo trasformeranno in un contratto con i genitori con il quale soddisfare altri interessi, potenzialmente altrettanto dannosi. Di nuovo il patto è messo a dura prova perché si elude di essere prima di tutto individui responsabili davanti a Dio per la vita che abbiamo in dono.
Oppure il patto può essere svuotato dei suoi contenuti giuridici, morali e spirituali per cui non ci sono conseguenze di alcun tipo per coloro che recedono dal patto. Semplicemente la forza del patto sta nel numero di persone che decidono di aderirvi (es. almeno dieci genitori firmatari nella scuola). La forza del patto non sta nella bontà e nel rispetto delle leggi che ci si è dati e nella rendicontazione dell’agire in accordo ad esse, ma nel principio del “più siamo meglio è”. Ciò rende il patto estremamente precario e non in grado di resistere nel tempo.
Siccome Dio non viene meno al suo patto, possiamo vivere relazioni pattizie, anche se in modo limitato. È altresì vero però che non può esserci profonda trasformazione individuale e sociale senza il riconoscimento del Dio del patto a fondamento delle nostre alleanze. Serve una riforma spirituale e culturale profonda affinché i parametri pattizi sedimentino nel cuore e siano vissuti in comportamenti collettivi diversi.
C’è bisogno di città piene di “comunità del Patto”: chiese locali composte da donne e uomini che avevano rotto il patto con Dio, ma hanno conosciuto la Sua grazia in Cristo e che ora s’impegnano a sostenersi, incoraggiarsi, riprendersi e correggersi a vicenda per vivere secondo la legge di Dio, come atto di amore, responsabilità e ubbidienza a Lui.
In queste comunità l’ansia è compresa e affrontata non solo per mezzo di un uso sobrio, moderato e consapevole dei mezzi digitali ma anche coltivando relazioni genitoriali integre e ricche di grazia, vivendo l’autorità come uno strumento di servizio per il bene di tutti, dove si coltivano relazioni di fraternità e amicizia profonde, dove non si teme di rendere conto gli uni agli altri delle proprie abitudini e ci si perdona a vicenda, alimentandosi costantemente della Parola di Dio e della Sua sapienza, saturando lo spazio vuoto lasciato dai social.
I patti digitali di comunità possono incentivare un certo ordine dove regna il caos, ma non sono sufficienti per affrontare il problema dell’ansia generazionale in profondità. Serve piuttosto la “comunità del Patto”, costituita da Dio, nella quale regna la sua Legge perfetta e verso la quale Lui ha preso e mantiene il suo impegno per la guarigione spirituale e psicologica di tutti coloro che lo cercano e che la garantisce grazie alla mediazione di Cristo anche quando questi falliscono nell’impegno di vivere responsabilmente verso di Lui.
(continua)
[1]: Nel 2022 il centro di Ricerca "Benessere Digitale" dell’Università Bicocca di Milano diede avvio alla rete dei Patti digitali di Comunità per promuovere l'uso consapevole di media digitali. Da allora in ogni grande città italiana gruppi di genitori, sostenuti dalle comunità accademiche e in qualche caso da quelle scolastiche promuovono comunità digitali legate da un patto.
[2]: “Ricchezze della teologia dell’alleanza”, Studi di teologia N. 59 (2018), p.1.
[3]: Ad esempio, la rete Attachment Circles promossa da Erica Komisar, che sostiene come il mancato sviluppo di una relazione d’attaccamento sano con la madre nei primi anni dell’infanzia abbia inficiato la salute mentale delle ultime generazioni.
[4]: Corriere della sera, “Il divieto ai social in Australia non funziona: il 70% degli under 16 continua a usarli. Gli effetti positivi sulle prossime generazioni”, di Michela Rovelli https://www.corriere.it/tecnologia/26_giugno_18/il-divieto-ai-social-in-australia-non-funziona-il-70-degli-under-16-continua-a-usarli-gli-effetti-positivi-sulle-prossime-48db8613-b692-4231-b5cc-4af20eaa7xlk.shtml
Della stessa serie:
“Generazione ansiosa (I). Non bastano leggi ed educazione, ci vuole la redenzione” (16/6/2026)