Oltre il 25 dicembre. Atanasio e Agostino sulla ragione dell’incarnazione

 
 

Tra le altre cose, il Natale è un periodo per ricordarci che i ritmi delle nostre vite sono scanditi dalla realtà che il Dio eterno, immutabile e santo si incarnò e divenne uomo per il nostro bene. L’incarnazione di Gesù Cristo, Figlio di Dio, seconda persona della Trinità, eternamente generato dal Padre, pienamente Dio e pienamente uomo in un’unione ipostatica senza confusione, cambiamento, divisione o separazione, è il cardine su cui la storia del nostro mondo si sposta dalla rovina totale del peccato alla certa speranza della redenzione futura.


Questa è una verità fondamentale della fede cristiana, eppure il motivo dell’incarnazione non ci è sempre chiaro. Perché era proprio questo il modo più appropriato per Dio di agire nella storia? Questa è una domanda che ha occupato innumerevoli credenti in tutta la storia della chiesa. 


Fra i tanti che hanno risposto a questa domanda, spiccano due giganti della teologia cristiana: Atanasio d’Alessandria (295-373 d.C.) e Agostino d’Ippona (354-430 d.C.). Atanasio ci ricorda perché l’incarnazione fu appropriata da parte di Dio. Agostino ci ricorda perché lo fu da parte nostra.


Nel suo trattato famoso L’Incarnazione del Verbo, Atanasio dimostra che “era veramente assurdo e sconveniente” (§6) che il creato si dissolvesse nel peccato. Sarebbe stato assurdo se Dio avesse infranto la sua promessa, secondo cui il salario del peccato è la morte, ma sarebbe stato ugualmente sconveniente se ciò che Dio aveva creato a sua immagine e chiamato buono si fosse dissolto nel nulla.


Atanasio scrive che “dalla negligenza di Dio si riconosce la sua debolezza più che la sua bontà: debolezza tanto più grande se, dopo averla creata, lascia che la sua opera vada soggetta alla corruzione di quanto sarebbe stata se non avesse creato l’uomo all’inizio” (§6). Se Dio ci avesse abbandonati, sarebbe sembrato che Satana lo avesse sovrastato e che Dio fosse troppo debole per vincere.


L’incarnazione è un ricordo che Dio è sempre fedele a sé stesso. È la Verità, e le conseguenze promesse per il peccato dovevano essere eseguite. Eppure, i piani di Dio non si sventano, e nessun peccato sarebbe stato in grado di sopraffarlo, nonostante quanto grande fosse. Invece di lasciarci a noi stessi nella nostra peccaminosità, Dio riaffermò il suo amore per noi ed entrò nella storia per riconciliarci a sé stesso.


Questa è la buona notizia dell’incarnazione: che noi non ce la siamo meritata, ma è interamente un dono di Dio per noi. Non c’è in noi nulla che meriti la grazia di Dio. Dio si incarnò nonostante ciò che eravamo, per renderci ciò per cui ci ha creati. C’è libertà nel sapere che non potremmo mai essere abbastanza buoni, ma che Dio, di sua iniziativa e in assoluta fedeltà al suo carattere, e non al nostro, si è incarnato per redimerci.


È questa verità che portò Agostino ad affermare che la redenzione non sarebbe potuta accadere in alcun altro modo. L’incarnazione fu appropriata non solo da parte di Dio, ma anche da parte nostra, come una dimostrazione tangibile del suo amore per noi.


Infatti, nel De Trinitate, Agostino scrive che “non c’era né vi sarebbe potuto essere un altro modo più conveniente per risanare la nostra miseria” (13.10.13). Agostino àncora la sua risposta nella tangibilità dell’incarnazione. Nel nostro stato naturale, siamo inclini a disperare del nostro peccato. Perciò, Agostino ci chiede: “Che c’era di più necessario che mostrarci quanto Dio ci apprezzi e quanto ci ami?” (13.10.13). Abbiamo, dunque, bisogno dell’incarnazione, non solo per ottenere la redenzione dai nostri peccati, ma anche per ricevere una prova commovente e tangibile del punto fino a cui Dio fu disposto ad andare per realizzarla.


Dio conosce le nostre debolezze. Infatti, le assunse: nato in una mangiatoia, incapace di fare altro che mangiare, dormire, piangere e farsi la cacca addosso. Il Creatore di tutto ciò che esiste, che governa ogni atomo, pianeta e galassia che esistono, diventò un infante indifeso per noi—ma non solo. Infatti, crebbe, conobbe ogni tentazione senza peccare, e morì la morte angosciante che noi ci eravamo meritati.


Dio non ci ha semplicemente detto che possiamo essere riconciliati con Lui: ce lo ha dimostrato nella persona del Figlio. Guardando le sue ferite, siamo umiliati nella riconoscenza di averle completamente meritate come nostre. Guardando la sua morte, piangiamo per le conseguenze dei nostri peccati.


Però non ci fermiamo lì. Ci ricordiamo che il Natale non è un fine a sé stesso, ma che ci dirige oltre sé stesso alla Pasqua, dove contempliamo il Cristo incarnato, non più umiliato fino alla morte, ma esaltato nella risurrezione, ispirandoci con il coraggio di essere riconciliati a Dio.


Oltre il 25 dicembre, è questo che celebriamo in questa stagione e in ogni altra che la segue.