Regeni, Garlasco, morti con la ricina … quando i fatti non bastano

 
 

Forse mai come in questo periodo, sui media è presente un ingorgo di fatti di cronaca che periodicamente tornano a galla. Le novità sul caso Garlasco, la simulazione della morte di David Rossi, la condanna in primo grado dei rapitori di Giulio Regeni, la collaborazione della Francia su Ustica, fino agli sviluppi nelle indagini sulle due morti con la ricina: tutte storie di cronaca che hanno all’apparenza poco in comune.


Eppure, a giudicare dall’attenzione che attirano, devono essere unite da qualcosa. Certo, ogni singolo caso è diverso, ma rivela molto delle nostre aspettative. Sono tutte vicende dove, da un lato, si intravede la possibilità che il colpo di scena sia il preludio a una verità finalmente accessibile; dall’altro, sembra che la verità sia sfuggente perché indefinibile.


A Garlasco esiste una verità giudiziaria che però ora sembra vada riscritta: Alberto Stasi è stato giudicato colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi dalla Cassazione, eppure ora la Procura di Pavia chiede il processo per Andrea Sempio per lo stesso omicidio, mentre, pare che le indagini rivelano che le prove cruciali per accusare Stasi erano inesistenti.


Nel caso di Giulio Regeni la consapevolezza della verità precede da tempo il responso del tribunale: la condanna a primo grado di tre agenti segreti egiziani irreperibili perché il governo del Cairo non li cerca, aggiunge solo frustrazione e sconcerto. La condanna, comunque, è solo per il sequestro di persona, l’omicidio resta impunito.


Anche su Ustica ci sono consapevolezze radicate su che cosa abbia portato alla morte di 81 persone nel 1980, quando precipitò l’aereo DC-9 Itavia: l’ipotesi più corroborata da sentenze e indagini parlamentari è quella della battaglia nei cieli. Eppure, esperti vicini all’aeronautica militare continuano ad accreditare la falsa teoria della bomba esplosa a bordo.


Anche sul caso di David Rossi c’è chi crede che, l’ex capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. si sia suicidato. Ma oggi, dopo oltre un decennio di libri inchiesta, trasmissioni televisive e ora indagini parlamentari, è ancora più difficile dipanare questa matassa. 


Tutti dicono di volere la verità, ma poi bisogna constatare che la verità può assumere tante forme diverse. Einaudi ha appena pubblicato un libro inedito di Michel Foucault, Storia della verità. Corso all'Università di Buffalo marzo-aprile 1972. Il filosofo francese argomenta che la verità nella storia ha preso forme molto diverse, ciò vale anche per i processi. A suo avviso, il tratto costante è che la verità è un prodotto del potere, e il potere deriva dal controllo del sapere. 


Per questo, Foucault usa la formula speculare “potere-sapere” e “sapere-potere”. L’inchiesta, come la chiama Foucault, è “un esercizio del potere molto singolare che consiste nell’andare a prelevare del sapere da un certo numero di persone, nell’accumularlo, nel riunirlo, nel concentrarlo per trasformarlo in decisioni”. Tutto ciò è possibile “solo grazie all’esistenza di un potere... che si sposta seguendo le linee di forza del potere politico”.


In altre parole, sembrerebbe che tante storie di cronaca che promettono un percorso lineare verso la verità, finiscono per confermare le analisi di Foucault. Se Stasi è rimasto in carcere per un decennio da innocente, non è per un errore procedurale, o per un’imperfezione congenita al sistema giudiziario, ma per il prevalere di alcuni poteri rispetto ad altri (vedi la discrezionalità dei magistrati che si è imposta sulla logica, oppure l’ossessione dei media di avere subito un colpevole si è imposta sulla possibilità che in prigione possa esserci un innocente).


Anche sui casi David Rossi e Ustica c’è una tensione costante e forse irrisolvibile tra due poteri, quello giudiziario e quello politico, che competono per stabilire ognuno la sua verità.


In queste vicende cosa pensare del progresso tecnologico e della diffusione della sorveglianza capillare con telecamere a ogni angolo? Sono in grado di togliere ogni dubbio e di fornire verità oggettive? I test del DNA non riaprono anche casi vecchi di decenni? La diffusione dell’intelligenza artificiale rende più facile o più difficile convincersi che esista una verità condivisa? 


La somma di questa evoluzione tecnologica viene usata sempre più spesso per verificare informazioni, ma con gli stessi strumenti si possono anche produrre e mettere in circolazione contenuti verosimili e falsi, dai meme ai video. La tecnologia certo è utile e preziosa, ma non potrebbe anche certificare la nostra sottomissione a quella forma di sapere-potere che domina questa età dell’intelligenza artificiale? 


Non a caso, la funzione giudicante, il ruolo dei giudici/magistrati e lo svolgimento del processo sono molto attenzionati nella Bibbia. Il rischio di malagiustizia è reale e costante. Sia i libri storici (es: Giudici), che i profeti (es: Isaia 10,1-2) e gli scritti sapienziali (es: Salmo 58) denunciano i giudici iniqui e i falsi testimoni (es: Esodo 20,16) che inquinano il processo per interessi di parte o per favorirne una a scapito dell’altra. La giustizia umana è attraversata da perturbazioni e manipolazioni che la rendono un guazzabuglio su cui esercitare vigilanza regale (capendone il sistema di funzionamento), attenzione profetica (denunciando le distorsioni) e vicinanza sacerdotale (pregando per i magistrati). 


Il magistrato è un ministro di Dio (Romani 12,4) da rispettare, sapendo che non è infallibile. La la sua giurisdizione è limitata e soggetta a verifiche. Dio solo è colui “che ha stabilito il diritto … ed esercita il giudizio e la giustizia” (Salmo 99,4).