GT 2026 (VII). L’IA tra libertà e responsabilità
L’ultimo intervento della 38ma edizione delle Giornate Teologiche su “La testimonianza cristiana nell’era digitale” è stata la relazione finale del prof. Derek Schuurman, lo stesso che ha aperto il convegno. Si è trattato di un tentativo di sintesi e di rilancio verso un approccio cristiano sano nei confronti della rivoluzione digitale guidata dall’IA.
L’IA, come del resto ogni cosa, si trova in una condizione di non-neutralità di fronte a Dio. Dalla sua ideazione, realizzazione e utilizzo, si trova sempre in questa condizione. Qui il prof. Schuurman apre alla necessità dell’esercizio del binomio libertà-responsabilità. Nell’esercizio del mandato culturale, l’uomo ha la libertà di usufruire di tutto ma è chiamato a farlo con cognizione di causa conoscendone vantaggi, limiti e rischi. Il contesto rimane quello tratteggiato nella sua prima relazione in cui, citando il suo amico e mentore, nonché ospite alle Giornate Teologiche del 2008, Albert Wolters, aveva sottolineato la distinzione tra struttura creazionale ed orientamento spirituale. Si intende con ciò la libertà di potersi accostare ad ogni aspetto della vita umana senza imbarazzo, ma consapevoli della realtà del peccato che incide sia a livello sistemico sia a livello personale.
In questo senso l’IA – che non è un concetto astratto ma una tecnologia sviluppata da persone con nome e cognome – presenta costitutivamente dei limiti. Innanzitutto, l’IA non è realmente intelligente, “semplicemente” in funzione della quantità enorme di dati in suo possesso, comprende comandi e fornisce risposte sulla base di un sistema statistico. La sua risposta dunque non è corretta, è probabilmente corretta. Questo renderebbe l’IA fallace dal punto di vista epistemico.
L’altro limite è sul piano ontologico, ovvero il rischio di personificare l’IA. I rischi sembrano rimandare più al genere fantascienza, ma sono completamente reali: si va dall’uso terapeutico, all/a fidanzato/a digitale, fino ad un genere (già vietato in alcuni Paesi) di riviviscenza dei propri cari defunti clonando voce, conoscenze, modo e stile di parlare.
Da qui Schuurman ha elencato alcuni semplici usi dell’IA per cui possano beneficiare le chiese, dalla semplificazione nella ricerca di inni, a utilizzi specifici relativi a documenti significativi per la fede. Ha proposto quindi un utilizzo “ibrido”, l’IA – e successivamente la robotica – non è un rimpiazzo per gli esseri umani ma uno strumento per amplificare le proprie capacità e conoscenze rimanendo sotto il cappello inalterabile della sovranità di Dio.
Pur apprezzando queste piste relative alla vita della chiesa, ci si poteva aspettare di più per un contesto teologicamente formato come quello dell’IFED e del format delle Giornate Teologiche.
C’è però qualcosa su cui possiamo riflettere come evangelici italiani. Il prof. Schuurman è un ingegnere, professore e direttore di dipartimento alla Calvin University (Grand Rapids, MI, USA), ed è membro attivo di associazioni evangeliche in materia di scienza e ingegneria. La sua attività accademica include l’esercizio della professione. Si tratta di un reale esercizio nell’applicazione della visione biblica a situazioni vere e reali. La Calvin University, anche se prende il nome dal riformatore Giovanni Calvino, non è un seminario di teologia, è una università che forma per professioni anche complesse. Infatti, proprio il pensiero della Riforma ha scardinato quella falsa linea di separazione tra sacro e profano, concedendo la possibilità all’uomo di rendere gloria a Dio con ogni sua azione (1 Corinzi 10,31) – in questo, il riferimento a Calvino è quanto mai azzeccato.
Cosa invidio, quindi, in riferimento per il nostro Paese, al prof. Schuurman, non è la formazione teologica; per quella, grazie al Signore, oggi in Italia ci sono possibilità e strumenti [1]. Ciò che invidio è il suo apparato applicativo [2]. Quanti ingegneri, scienziati, medici, insegnanti, giuristi evangelici abbiamo in Italia? E quanto spesso l’applicazione cristiana rimane molto superficiale: lavorare bene, non rubare il tempo, evangelizzare solo nella pausa caffè o fuori dall’orario di lavoro ecc.? È già qualcosa, ma l’aspirazione deve essere molto più alta. Si può avere un approccio alle professioni ingegneristiche realmente riformato? [3] E per l’ambiente medico? Per quanto Dio ci dia di capire sempre più come il suo mondo sia assolutamente suo, forse non abbiamo raccolto ancora tutte le sfide ad esso connesso.
La dichiarazione conclusiva delle GT– ad opera del consiglio direttivo dell’IFED – ha opportunamente recuperato il quadro teologico di riferimento e lo ha rilanciato per la nostra applicazione. Vale la pena consigliarne la lettura integrale mentre qui riporto per intero il paragrafo 16 conclusivo:
“Per queste ragioni, esortiamo le chiese evangeliche, le istituzioni teologiche e gli organismi di cooperazione del mondo evangelico a una testimonianza fedele nell’era digitale:
- sul versante teologico, promuovendo una visione teocentrica in cui il governo di Dio illumini le sfide della tecnica, mantenendo ferma la distinzione Creatore-creatura e la centralità della redenzione in Cristo; sviluppando una visione biblica degli ambienti digitali e dell’IA che includa una riflessione etica radicata nella Scrittura;
- sul versante omiletico e catechetico, insegnando la dottrina dell’imago Dei, del peccato, della vocazione, della verità e della sapienza cristiana applicate ai temi del digitale, formando credenti capaci di discernimento, di testimonianza fedele e di servizio competente nello spazio pubblico, anche mediante vocazioni solide nei luoghi della cultura, della tecnica e delle istituzioni;
- sul versante pastorale, mantenendo alta la vocazione della chiesa quale comunità dell’alleanza nella quale si coltivano relazioni autentiche orientate al bene reciproco, alla giustizia e alla vocazione di Dio ed accompagnando quanti vivono sfide legate a dipendenze digitali, smarrimento identitario, ansie tecnologiche e transizioni professionali;
- sul versante missionario, utilizzando con sapienza gli strumenti tecnologici per l’evangelizzazione, il discepolato, la traduzione biblica, la formazione e il sostegno a chiese in contesti difficili, senza confondere i mezzi con il messaggio;
- sul versante pubblico, prendendo con coraggio parte al dibattito civile, facendosi portatori di una visione del mondo biblica dell’uomo, della libertà e della giustizia, ed essendo presenti negli ambienti nei quali la governance del digitale e dell’intelligenza artificiale viene progettata, regolata e decisa; vigilando sui rischi legati alla concentrazione del potere tecnologico e alle implicazioni per la libertà religiosa (Mt 5,13-16; Ger 29,7)”.
Della stessa serie:
Raffaele Costagliola, “GT 2026 (I). Senza visione biblica del mondo, l’IA esalta o impaurisce” (15/9/2026)
Gheorghe Balan, “GT 2026 (II). Quattro sfide per il discepolato nel mondo accelerato della tecnologia” (18/9/2026)
Isabella Savino, “GT 2026 (III). Senza timor di Dio, nessuna intelligenza (nemmeno quella artificiale)” (22/9/2026)
Francesco Aquila, “GT 2026 (IV). L’IA tra secondo comandamento e idoli 2.0” (24/9/2026)
Leonardo De Chirico, “GT 2026 (V). Quale etica per l’IA” (29/9/2026)
Alessandro Sciortino, ”GT 2026 (VI). Era digitale: una sola voce non basta” (2/10/2026)
Matteo Rigamonti, “FT 2026 (VII). Oltre la paura, abitare cristianamente l’IA” (6/2/2026)
[1]: In materia di fede e scienza, ad esempio, la cornice teologica è stata tracciata in maniera attualissima ancora oggi nel 1985 con Studi di teologia (prima serie) N. 16 (1985/2).
[2]: Schuurman ne ha parlato nella sua prima relazione, ovvero la necessità di verificare ogni tecnologia sviluppata alla Calvin University rispetto ad una griglia valutativa. Tale griglia è stata strutturata a partire dal pensiero del filosofo cristiano olandese Herman Dooyeweerd. Autore cui la rivista Studi di teologia ha dedicato un intero volume: https://www.ifeditalia.org/studi-di-teologia/archivio/nuova-serie/12
[3]: Qui un piccolo esempio di una riflessione: https://www.asa3.org/ASA/PSCF/2008/PSCF3-08Ermer.pdf