La formazione teologica domani. Voci controcorrente
La formazione teologica continua ad interrogare gli addetti ai lavori. Soprattutto in tempi di transizione tecnologica e demografica e di evoluzione dei modelli di apprendimento, le facoltà di teologia si trovano a farsi la domanda: ci sarà un futuro per noi?
Un paio di mesi fa ho provato a riassumere alcuni temi del dibattito nell’articolo “Che fine faranno le facoltà di teologia? Tendenze nord-americane” (12/8/2026). A fronte del calo delle chiese protestanti storiche, le facoltà ad esse collegate sono in sofferenza e molte stanno chiudendo. Anche le istituzioni evangelicali (non tutte) affrontano processi di ridimensionamento. Nel frattempo, si moltiplicano offerte formative più “leggere”, ibride e sganciate dal modello residenziale.
Tenendo a mente tutto ciò, è interessante anche ascoltare alcune voci fuori dal coro. O meglio: sono voci totalmente integrate nel panorama della formazione teologica e anzi all’avanguardia quanto a qualità e prestigio, ma portatrici di letture e prospettive diverse rispetto alla tesi dell’ineluttabilità della fine della facoltà di teologia legate al modello classico-residenziale.
In occasione della cerimonia d’inizio del servizio del nuovo presidente del Westminster Theological Seminary (WTS) di Philadelphia, David Garner, si è tenuta una tavola rotonda sulla formazione teologica a cui, oltre a Garner, hanno partecipato altri presidi di istituzioni teologiche riformate, sia americane, sia internazionali: Joel Kim (Westminster Theological Seminary California), Ligon Duncan (Reformed Theological Seminary), Valdeci Da Silva Santos (Andrew Jumper Centre di San Paolo, Brasile) e Kevin Kang (Facoltà di teologia Chongshin, Seul, Corea).
Kim ha ammesso che la fase attuale è di “potatura” piuttosto che di crescita. Nonostante questo, il WTSC (250 studenti) rimane fedele alla sua offerta tradizionale residenziale non per conservatorismo culturale ma per scelta intenzionale. La preparazione al ministero pastorale, se pensata avendo come standard le competenze teologiche e il carattere cristiano, richiede un tempo intensivo e dedicato. Inoltre, ha detto che la maggior parte degli studenti oggi viene non da vissuti famigliari ed ecclesiali sani, ma da percorsi esistenzialmente rotti ed ecclesialmente poveri. Non è la forma ibrida della formazione che può offrire una svolta impattante. A questo è associata la difficoltà crescente di trovare persone emotivamente equilibrate e socialmente aggreganti. Il tempo in facoltà permetterebbe di far crescere questi tratti.
Valdeci Da Silva Santos ha riportato che la sola chiesa presbiteriana del Brasile ha ben 11 facoltà di teologia sparse in tutto il Paese. La loro offerta formativa è solo residenziale. Per i gradi post-laurea (MA e MDiv) l’Andrew Jumper Centre propone percorsi ibridi. Per Santos, il vantaggio della residenzialità è il lavoro sull’integrazione del sapere teologico e della persona. La modalità online stenta a trasmettere e a far impiantare una visione coesa del mondo.
Aprendo una finestra sulla Corea (la facoltà di teologia Chongshin ha 950 studenti), Kang ha messo l’accento sul fatto che lo studio residenziale integra cattedra e pietà. La formazione spirituale ne soffre se non corroborata nel contesto di relazioni “corte”. In ogni caso, anche in Corea, i numeri degli studenti di teologia sta scendendo, così come un po’ tutto l’andamento della chiesa evangelica conosce una fase di sofferenza. Le facoltà di teologia tradizionali faticano a mantenere le loro attività, ma non demordono.
Infine, Ligon Duncan (RTS) ha sottolineato il fatto che, per quanto la situazione sia difficile per tutti, le facoltà evangelicali stanno molto meglio di quelle protestanti storiche e anche dei seminari cattolici. Lo RTS ha più studenti di tutte le facoltà PCUSA (i presbiteriani liberali) messe insieme. Inoltre, le facoltà evangeliche hanno dei bacini ancora solidi da cui traggono sostegno e studenti.
Ciò detto, non si è nascosto le sfide. In passato, la facoltà di teologia consolidava le basi e metteva semmai le finiture della preparazione; oggi deve porre le basi bibliche essenziali. In passato, lo studente di teologia aveva un grado elevato di catechizzazione; oggi no e deve acquisirlo mentre studia.
Un rischio da evitare da tutti è di abbassare gli standard della formazione. Le istituzioni riformate, in particolare, devono ambire all’eccellenza possibile. La loro ambizione deve essere quella di formare non solo i conduttori di chiese locali, ma anche i leader evangelici con un raggio d’influenza più ampio.
Quanto al ruolo dell’Intelligenza Artificiale (IA) nella formazione teologica, Duncan ha affermato che il suo uso, per quanto utile ed anche inevitabile, non deve dar luogo a pigrizia intellettuale. Le competenze teologiche di base (lettura, esegesi, ricerca, memorizzazione) non possono essere bypassate dal ricorso all’IA. Per questo, esse vanno rese solide e coltivate nel corso della vita. Per corroborare l’uso ragionato e limitato della tecnologia, Garner ha detto che al WTS l’uso del computer in classe non è consentito. A lezione si va con libri, quaderni e penne.
Lo scenario nord-americano (ma non solo) sta attraversando un tempo di transizione. Non tutti, però, considerano esaurito il ruolo della facoltà di teologia che adottano metodi e modalità tradizionali.