Che fine faranno le facoltà di teologia? Tendenze nord-americane
L’America non è il mondo, ma quello che accade in America impatta in un modo o nell’altro quello che succede altrove, anche nel campo della formazione teologica. Cosa bolle in pentola là in questo campo?
Il titolo di un articolo di Dale Coulter su The Protestant Mind (28/7/2026) la dice lunga: “La grande selezione delle facoltà di teologia”. Quello che è in atto da qualche anno è la chiusura di una facoltà di teologia dopo l’altra, all’interno di un ridimensionamento dell’intero settore, almeno nella forma ereditata dal passato. Vero è che si assiste alla crescita di domanda di formazione teologica in modalità nuove e diverse rispetto al passato, non legato al modello del seminario residenziale e del triennio dedicato esclusivamente agli studi.
A pagare le spese della selezione sono soprattutto le facoltà legate a chiese di tendenza teologicamente liberale. Le chiese presbiteriane (PCUSA), la United Church of Christ, le varie chiese episcopaliane sono in caduta libera rispetto al calo dei membri. Questa perdita di adesioni si riflette inevitabilmente nella progressiva chiusura delle facoltà che preparano al ministero pastorale in queste chiese. Meno gente va in chiesa, meno soldi si raccolgono, meno pastori sono necessari, meno risorse sono disponibili per la formazione. È il classico gatto che si morde la coda.
Resistono, anche se arrancano, le facoltà (come Princeton e Duke) che possono fare affidamento su dotazioni finanziarie imponenti e non dipendono primariamente dalle chiese o dalle contribuzioni degli studenti.
La selezione non colpisce solo il mondo liberale, ma coinvolge anche facoltà un tempo (anche recente) ritenute portabandiera dell’evangelicalismo USA. È il caso del Fuller Theological Seminary, Trinity Evangelical Divinity School (TEDS) e del Gordon-Conwell Theological Seminary. Negli ultimi anni, hanno chiuso o venduto addirittura le proprietà o sono in fase di chiusura. Si tratta di istituzioni che, nel secondo dopoguerra, hanno fatto la storia del movimento evangelicale, ma che ora non attirano più studenti, almeno non in numero sufficiente da rendere sostenibili le attività.
In questo quadro a tinte fosche, vi sono anche eccezioni che raccontano un’altra storia. Ad esempio, la Talbot School of Theology, collegata all’università Biola in California è cresciuta in termini di numero di studenti così, come le facoltà dei battisti del sud continuano ad avere numeri importanti.
Nella sua analisi, Coulter introduce tre cambiamenti che aiutano a capire cosa sta succedendo.
1. Il cambiamento generazionale. Fino a 20 anni fa, le facoltà erano legate a comunità di teologi e docenti che attiravano studenti che volevano essere formati da loro. Si pensi a D. Migliore, W. Breueggeman, S. Hauerwas. Oggi non ci sono grandi nomi e il traino di quelli che ci sono è quasi nullo. Sembra che la teologia nord-americana abbia perso le celebrità in grado di interessare gli studenti al punto da incidere sulle loro scelte di vita. Anche nel mondo evangelicale, non è più il tempo in cui Don Carson, Wayne Grudem o la scuola missiologica di Fuller potevano attirare studenti alle loro facoltà.
2. Il cambiamento ecclesiale. Mentre le denominazioni liberali sono in crisi e quelle evangeliche rimangono stabili, a guadagnarne è l’evangelicalismo non-denominazionale fatto di chiese indipendenti o reti di chiese dai contorni mobili. In genere queste chiese non richiedono ai candidati pastori dei percorsi accademici rigorosi come un tempo, il Master of Divinity (MDiv), ma si accontentano di titoli che sono una combinazione di studio ed esperienze sul campo. Questo fa sì che le facoltà strettamente legate a denominazioni diventino meno attraenti rispetto a facoltà inter-denominazionali e che offrono programmi più elastici e ibridi.
3. Il cambiamento educativo. Questo forse è il motivo più impattante. Con l’avvento della tecnologia digitale e l’uso di piattaforme di educazione a distanza, è la formazione stessa che è soggetta a grandi trasformazioni. Oggi sopravvivono e forse crescono le facoltà che hanno al loro interno offerte “ibride”: in presenza, on line, intensive, a moduli, spalmabili nel tempo, ecc. Inoltre, più che concentrarsi sulle discipline teologiche classiche (esegesi, lingue, storia, ecc.), i percorsi che attraggono prevedono corsi di leadership, consulenza, amministrazione, comunicazione, ecc., cioè materie non propriamente teologiche.
Le facoltà che si sono adeguate a questi cambiamenti sopravvivono e, in alcuni casi, crescono. Chi si è attardato a conservare l’esistente si è visto costretto a decisioni drastiche perché soverchiato da oneri finanziari non più sostenibili. Il punto è che la “domanda” di teologia non è in diminuzione, anzi cresce, ma l’“offerta” classica non la incontra più.
Anche al di qua dell’oceano, è forse questo il dato su cui gli operatori della formazione teologica in Europa e in Italia possono riflettere.