La teologia irrisolta di Francesco Guccini

 
 

Associare Francesco Guccini alla teologia è un azzardo a cui anche lo stesso cantautore avrebbe reagito con una smorfia di perplessità mista a sorpresa. Guccini è più spesso associato alla politica (ma era socialista o anarchico?), alla critica sociale (sia del perbenismo borghese che dell’impegno militante), alla letteratura (come autore di canzoni e di libri), allo sguardo sulle città (memorabili sono le sue canzoni dedicate a Modena “piccola città”, Bologna “provinciale” ma maggiore di Parigi, a Venezia, a Bisanzio) e alla montagna (tenero il suo amore per Pàvana), alla memoria (chi non ricorda “Auschwitz”?), alla cultura in generale. 


Tutto vero. Però. Nelle decine e decine di canzoni, Guccini non ha mostrato un interesse diretto ed esplicito ai tradizionali temi teologici di Dio, Gesù Cristo, la fede, ecc. Eppure, sfido chiunque ad ascoltare anche solo una sua canzone e a non uscirne con richiami, evocazioni, suggestioni che non portano dritto dritto a domande teologiche sulla vita, il male, la morte, i dubbi, i vissuti umani. 


Tutti questi fili potrebbero essere intrecciati in un senso cristiano e trovare un orizzonte dentro il quale rimanere in via di definizione senza scadere in un dubbioso scetticismo. Invece, Guccini li ha lasciati sciolti, o meglio, li ha intessuti nella sua visione decadente, ombrata, sorniona. Lui si definitiva un “agnostico possibilista”. Tutto il corpus gucciniano potrebbe essere letto come una forma cantautoriale di “teologia apofatica”: una teologia che pone le questioni ma non dice altro, non va oltre, non cerca il sentiero per trovare la rivelazione e sceglie di rimanerne al di qua.


In questo, Guccini è stato figlio di una cultura italiana che ha preso congedo dalla religione cattolica e dalle sue forme standardizzate, ma non può rimuovere le domande della vita e cerca di esplorarle attraverso le storie delle sue canzoni. Forse anche per aver dato voce a questo disagio verso la religione tradizionale pur mantenendo viva l’inquietudine “religiosa”, Guccini è stato amato tantissimo da estimatori di diverse generazioni.


Detto questo, ci sono almeno due canzoni di Guccini che hanno temi teologici espliciti. “Dio è morto” (1965) ha un titolo che sembra contenere una dichiarazione programmatica di nitzscheana derivazione, ma non è un inno all’ateismo. 


Due elementi devono essere tenuti presente per capire la canzone. Nel testo di Guccini, dio è con la d minuscola. Non è solo un dettaglio ortografico. L’autore stesso non sembra voler parlare della morte di Dio (come Nietzsche), ma della morte di un dio. Chi o quale? 


Mi han detto

Che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell'eroe
Perchè è venuto ormai il momento di negare
Tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura


Il dio di cui parla Guccini è la maschera della religione borghese e conformista della patria e dell’eroe presentata come fede civile, come credo che unisce la società “per bene”. Questa fede è fatta di “abitudine e paura”, non di fiducia nella Persona di Cristo. Guccini dice che questo “dio” è morto. La sua è una critica alla cultura moralista elevata a “dio”.


Nell’ultima strofa della canzone, si parla anche di resurrezione: 


Che se dio muore è per tre giorni e poi risorge
In ciò che noi crediamo, dio è risorto
In ciò che noi vogliamo, dio è risorto
Nel mondo che faremo, dio è risorto


Dopo aver proclamato la morte di quel “dio”, Guccini dice che possiamo farlo risorgere in ciò che crediamo, vogliamo e faremo. Al “dio” della cultura borghese, si può sostituire il “dio” dei nostri ideali, delle nostre volontà, di quello che saremo capaci di fare. Insomma, Guccini non parla della morte del Dio biblico e non parla della resurrezione di Cristo. Echeggiando la poetica dell’Urlo di Allen Ginsberg e non il grido di Nietzsche, quella di Guccini è una teologia della denuncia di un’idolatria: la fine di un ideale culturale elevato ad assoluto. Invece di liberarsi dagli idoli della cultura e rivolgersi a Dio, Guccini auspica illusoriamente la sostituzione di un idolo con un altro: quello della cultura progressista. Ora, anche questo “dio” è morto e non credo Guccini avrebbe avuto difficoltà ad ammetterlo melanconicamente. 


In un certo senso, è Guccini stesso a darci l’interpretazione autentica in “Cirano” (1996) quando rivolge un’invettiva contro i preti (ma non contro Dio, che i preti hanno tradito) e contro i materialisti che dicono che Dio è morto:


Venite gente vuota, facciamola finita

Voi preti che vendete a tutti un'altra vita

Se c'è, come voi dite, un Dio nell'infinito

Guardatevi nel cuore, l'avete già tradito

E voi materialisti, col vostro chiodo fisso

Che Dio è morto e l'uomo è solo in questo abisso

Le verità cercate per terra, da maiali

Tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali


Guccini non ha il “chiodo fisso” dell’ateismo. Non vuole vivere come i maiali in cerca di ghiande. Vuole le ali per … non si sa. Anche qui, il suo percorso non indica una direzione che rimane un sentiero di dubbi. 


L’altra canzone esplicitamente teologica è “Shomèr ma mi-llailah” (1983). Si tratta della traslitterazione dell’ebraico di Isaia 21,11-12: “Sentinella, quanto resta della notte?”. Tutto il testo è una struggente interpretazione del passo biblico. Guccini ripete la domanda del profeta: quanto ancora? quando passerà la notte?


Pur facendo la domanda giusta e commentandola con profondità poetica e pathos esistenziale, la sua conclusione è:


Ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà
Che la risposta sull'avvenire è in una voce che chiederà

Shomèr ma mi-llailah


La domanda è anche la risposta. È la domanda che diventa permanente. Per Guccini risposta non ci sarà se non continuare a fare la domanda del profeta Isaia. Grazie a Dio, la domanda ha avuto una risposta: quella del Signore Gesù che è venuto ad inaugurare un giorno nuovo. 


Guccini non sembra aver cercato questa risposta. Si è fermato alla domanda. Paradosso nel paradosso, in “Libera nos Domine” (1978), Guccini prega il Signore di liberarlo da tutto e da tutti, anche da Dio stesso a cui peraltro prega. Immagina una preghiera a qualcuno chiedendogli di essere liberato anche dalla persona a cui si sta rivolgendo. Anche per questo, la sua teologia, per quanto aperta all’interrogazione, rimane irrisolta.


Vero è che, riflettendo sulla morte, l’ultimo brano che ha composto “L’ultima Thule” (2012), si conclude in modo sconsolato:


L’Ultima Thule attende al nord estremo

regno di ghiaccio eterno, senza vita

e lassù questa mia sarà finita

nel freddo dove tutti finiremo


L’Ultima Thule attende e dentro il fiordo

si spegnerà per sempre ogni passione

si perderà in un’ultima canzone

di me e della mia nave anche il ricordo


Qui Guccini non fa più domande e non spera neanche più nella resurrezione del dio di una società più umana. La sua teologia, da irrisolta, veleggia verso l’oblio dal sapore nichilista.