Scrivere ai tempi dell’IA. Quali linee-guida?
Qualche giorno fa ho ricevuto da un editore evangelico britannico la notizia che, a partire da settembre, sul frontespizio di ogni libro comparirà la frase: “Questo libro è opera di menti e mani umane, ispirate da Dio. Nessuna parte è stata scritta dalla tecnologia dell’Intelligenza Artificiale”.
Non mi convince il richiamo all’ispirazione di Dio (siamo sicuri che chi scrive un libro lo fa in questo modo?), ma mi ha dato a pensare l’esigenza di mettere una linea di demarcazione tra la scrittura umana e quella dell’IA.
È infatti possibile che l’IA entri nel processo della scrittura in mille modi: nella ricerca, nella redazione, nella chiarificazione, nel controllo ortografico, nell’affinamento dell’argomento, nell’illustrazione, nella suddivisione del testo, persino nell’ideazione stessa. Il punto dell’editore è: chi ha in mano un libro deve sapere che esso è frutto dell’ingegno umano, senza “aiutini” e men che meno sostituzioni da parte dell’IA.
Il tema è grosso e invadente. Oggi l’IA può fare (quasi) tutto nel processo di scrittura. Chi scrive deve porsi sempre la domanda: scrivo io o mi faccio “aiutare” dall’IA? E se sì, fino a che punto?
Chi legge, d’altra parte, ha il diritto di sapere chi è l’autore/autrice di cosa sta leggendo. Se non sbaglio, il quotidiano Il Foglio ha una sezione che contiene articoli generati dall’IA e una sezione (quella prevalente) a firma dei suoi editorialisti. Il lettore deve sapere.
La questione si estende a tutte le produzioni che prevedono l’elaborazione di testi: gli esami scolastici, i compiti, le ricerche, le tesi, ecc. Non a caso, tutte le scuole e le università si sono dotate di linee-guida che mettono limiti e danno orientamenti e che tutti gli operatori (studenti e docenti) devono sottoscrivere.
In ambito evangelico, ho trovato stimolanti le linee-guida della Gospel Coalition (TGC), una delle grandi piattaforme mediatiche dell’evangelicalismo nord-americano. Tosti i punti di partenza:
La scrittura è una forma d’arte e un’opera d’amore (l’amore è qualcosa che l’intelligenza artificiale non può provare).
La scrittura è il risultato di un processo profondamente umano e necessariamente inefficiente, fatto di divagazioni, lotte interiori, riflessioni, meditazioni e spesso sofferenza (la sofferenza è qualcosa che l’intelligenza artificiale non può provare).
Per i cristiani, la scrittura è una vocazione sacra e un atto di adorazione (l’adorazione è qualcosa che l’intelligenza artificiale non può compiere).
A partire da queste demarcazioni nette, ecco le linee-guida:
Tutti i contenuti scritti su TGC devono essere opera originale del rispettivo autore. Gli autori non devono ricorrere all’intelligenza artificiale per:
l’ideazione,
la ricerca che vada oltre la semplice verifica dei fatti di base,
l’organizzazione,
la stesura,
o la revisione che vada oltre un semplice controllo ortografico.
Il documento incoraggia lo scambio tra redattori, le letture incrociate tra colleghi, le verifiche di esperti, ecc., ma il presupposto è che esso avvenga tra essere umani e non affidato all’IA.
Questo non significa per TGC essere contro l’uso della tecnologia. Significa avere dei paletti che pongano l’asticella molto in alto ed evitino il più possibile il rischio della spirale della dipendenza dall’IA e della sostituzione del lavoro umano di scrittura con quello dell’IA.
Queste linee-guida sono state criticate, anche aspramente, da chi le considera retrograde, luddiste, impossibili da implementare, ecc. Il controargomento è che se all’IA si concede uno spiraglio oggi, sarà un portone spalancato domani. Meglio prevedere limiti chiari e nitidi subito, che perdere il confine tra Claudio e Claude, tra una chat umana e ChatGPT. Il dibattito continua.
P.S. Su questi temi si terranno le Giornate teologiche 2026 dell’IFED: “La testimonianza cristiana nell’era digitale” (11-12 settembre 2026).