GT 2026 (II). Quattro sfide per il discepolato nel mondo accelerato della tecnologia

 
 

La rivoluzione tecnologica sta impattando molti aspetti della vita, inclusa quella spirituale. In che modo la tecnologia influenza il discepolato? Alle Giornate Teologiche di Padova di quest’anno, su “La testimonianza cristiana nell’era digitale” (11-12 settembre 2026), è intervenuto anche Giuseppe Rizza, sovrintendente scolastico e pastore evangelico, affrontando la questione del discepolato nell’era digitale. 


Per inquadrare meglio la questione, Rizza ha ricordato il primo convegno sull’urbanistica, tenutosi a New York nel 1898. Il boom demografico aveva riempito le strade di trasporti a trazione animale, portando le strade a riempirsi di tonnellate di letame. Per poter risolvere il problema, è servito un cambio di paradigma. Dai cavalli si è passati alle automobili.


Lo stesso vale per la questione del discepolato nel mondo accelerato della tecnologia. Serve un cambio di paradigma. Bisogna rivedere il modello concettuale, le lenti attraverso cui interpretiamo la realtà, per comprendere e affrontare questa rivoluzione, il cui apice è rappresentato dall’Intelligenza Artificiale (IA).


Prima di tutto, bisogna riconoscere che la tecnologia non è un semplice strumento, ma un ambiente cognitivo ed epistemologico. Non solo la utilizzi, la respiri. Non è in competizione con la chiesa. È in competizione con Dio stesso. Cosa ascolto di più: la parola di Dio o le notifiche del mio telefono? Lo scrollare sta diventando la postura dominante. Una concezione sana del discepolato ci aiuterà ad affrontare le tante sfide che ci stanno di fronte.


Nella sua relazione, Rizza ha illustrato quattro sfide e alcune implicazioni pastorali e missionali.


La prima sfida: dalla comunità alla piattaforma. Fino a poco tempo fa, la catena che stava alla base della trasmissione della conoscenza e del sapere era lineare. È il modello della scuola e dell’università. Pochi producono e molti ricevono. Il flusso ha una direzione. Oggi invece, dalla linearità siamo passati alla reticolarità. Non si produce più contenuto, piuttosto lo si mette in relazione, tramite algoritmi e filtri. I criteri non sono filosofici o teologici, ma di engagement e di marketing. 


Molti giovani sono discepolati dai social, da questo ambiente immersivo della tecnologia. Un ambiente non solo distrattivo, ma anche catechetico. La chiesa non può accontentarsi di diventare un semplice “content creator”. Il suo obiettivo è formare discepoli, persone che vivono la realtà ecclesiale non come appendice dei loro video YouTube, ma come epicentro catechetico e formativo. 


La seconda sfida: dall’attenzione alla distrazione permanente. La distrazione non è un effetto collaterale della tecnologia. È un modello economico. La nostra attenzione è diventata merce. Il tempo della nostra vita è monetizzato. Nella visione biblica, l’attenzione non è solo una risorsa cognitiva, ma una postura dell’intero essere davanti a Dio.


Non esiste discepolato, preghiera, amore e devozione senza attenzione. Un ascoltatore disattento diventa insensibile anche alla predica perfetta. Il problema, quindi, non sta nell’essere troppo connessi, ma nell’essere continuamente distratti. Non riusciamo a vedere in profondità.


La terza sfida: dalla conversione alla sensazione. Nella cultura della piattaforma, la conversione e la crescita sono percepite come semplici sensazioni. La chiesa ha imparato a usare gli strumenti tecnologici per informare, ma non ha ancora imparato a usarli per formare. 


La società occidentale è dominata dall’individualismo espressivo. Conta solo come sono visto, come appaio davanti agli altri. Conta la performance, non il carattere. Non importa se siamo fedeli. Importante è apparire interessanti. Siamo alla ricerca della reazione immediata. Viviamo la visibilità permanente. La visibilità in sé non è un problema. Il vero problema è l’incessante sforzo di apparire giusti. E la dottrina della giustificazione per fede ci libera dalla tirannia della performance.


La quarta sfida: dall’incarnazione alla disincarnazione. Il digitale separa presenza e corpo. Puoi ascoltare senza partecipare. Puoi consumare contenuti cristiani senza condividerli con nessuno. La chiesa è corpo, è presenza. Si porta i pesi gli uni degli altri. Ci si conosce e ci si accompagna. Il discepolato necessita di presenza fisica, che porta al servizio e alla responsabilità. Senza l’inserimento concreto in una comunità carnale il discepolato è solo una vetrina.


Affrontate le sfide, Rizza ha continuato la relazione evidenziando alcune implicazioni pastorali e missionali. Nella dimensione pastorale, serve recuperare una teologia dell’uso della tecnologia. Non basta vietare, serve insegnare. Bisogna anche custodire e proteggere la predicazione. Il sermone non può e non deve diventare un clip motivazionale. Nella solitudine amplificata dal digitale serve recuperare l’arte della cura pastorale.


Non siamo invitati ad abbandonare questo ambiente immersivo dell’alta tecnologia, ma siamo sollecitati a sviluppare una presenza fedele. Abbiamo bisogno di contenuti evangelici fedeli, capaci di rispondere in modo reale e profondo. Bisogna essere onesti e precisi, evitando titoli ingannevoli o statistiche gonfiate.


Rizza ha concluso citando C.S. Lewis: “credo nel cristianesimo così come credo che il sole sia sorto: non solo perché lo vedo, ma perché attraverso di esso vedo tutto il resto”.[1] Il cristianesimo non è semplicemente un contenuto in più in rete, ma la lente attraverso la quale vediamo e interpretiamo tutto. Abbiamo bisogno di riconfigurare le nostre coscienze, di riconfigurare il nostro discepolato. Abbiamo bisogno di essere modellati dalla consapevolezza che è in Dio che viviamo, ci muoviamo e siamo, anche nello spazio digitale e tecnologico.  


(continua) 

Della stessa serie:

Raffaele Costagliola, “GT 2026 (I). Senza visione biblica del mondo, l’IA esalta o impaurisce” (15/09/2026)

 

[1]: Citazione dal discorso intitolato “Is Theology Poetry?” che C. S. Lewis fece all’Oxford Poetry Conference del 1944.