La Reformanda Initiative compie 10 anni. Come la teologia evangelica affronta il cattolicesimo?
Dieci anni sono solo un battito di ciglia nel normale scorrere delle cose. Non dovremmo darvi troppo peso. Tuttavia, per le iniziative evangeliche nate in contesti di minoranza e aventi un profilo internazionale, 10 anni non sono un periodo trascurabile. Fu nel 2016 che venne lanciato il primo Rome Scholars Network (RSLN) e che la Reformanda Initiative (RI) iniziò la sua esistenza. A parte i due anni di interruzione causati dalla pandemia, da allora il RSLN si è riunito regolarmente con almeno duecento studiosi e leader evangelici internazionali che vi hanno partecipato. Nel corso di questi dieci anni vi sono state decine di convegni e conferenze in Europa e nel mondo, la pubblicazione di libri in varie lingue, l’avvio di un podcast, ecc.
Vorrei cogliere l’occasione per riflettere sullo stato dell’impegno teologico evangelico nei confronti del cattolicesimo romano e su come la RI abbia cercato di contribuirvi. Naturalmente, le mie riflessioni sono di parte, poiché sono coinvolto nella RI sin dalla sua nascita, e sono di carattere impressionistico, poiché metterò in evidenza alcuni spunti generali senza approfondirli o documentarli in modo accademico. Ritengo che si possano individuare tre ambiti in cui la RI abbia svolto un lavoro significativo.
1. Chiamata all’azione: da occhio cieco a campo di lavoro
Negli ultimi 10 anni l’interesse evangelico per la chiesa cattolica romana è cresciuto e la RI ha contribuito in piccola parte a tale fenomeno. Al momento del suo lancio nel mondo intero non esisteva alcuna iniziativa evangelica dedicata allo studio del cattolicesimo romano. Negli ambienti evangelici in generale, c’era una sorta di punto cieco. Il cattolicesimo romano era ed è ovunque, ma il radar evangelico gli prestava poca o nessuna attenzione. Le facoltà di teologia non offrivano corsi specifici sul cattolicesimo romano; le agenzie missionarie prestavano scarsa attenzione alla necessità di formare il proprio personale su come confrontarsi con il cattolicesimo romano in modo evangelicamente responsabile. Le chiese non includevano alcuna formazione sul cattolicesimo romano nelle catechesi e nei programmi di discepolato. I nuovi libri sull’argomento erano pochi e, se non addirittura obsoleti, tendevano a riproporre le controversie del passato.
A distanza di 10 anni, la situazione è leggermente cambiata, non a motivo della RI, ovviamente, ma la RI ha svolto un piccolo ruolo in ciò che è accaduto. È necessario menzionare brevemente diversi fattori che hanno contribuito al cambiamento:
- La conversione di ex-evangelici al cattolicesimo romano, certamente amplificata dai social media, ha richiamato l’attenzione sul fatto che ci sono persone che non solo attraversano il Tevere nella direzione giusta, ma anche in quella sbagliata. Detto questo, i dati statistici continuano a indicare che sono più numerose le persone che lasciano il cattolicesimo per abbracciare la fede evangelica rispetto a quelle che fanno il movimento contrario.
- La crescente visibilità degli apologeti cattolici che si rivolgono intenzionalmente agli evangelici con la loro visione sentimentalizzata e selettiva di Roma. Il cattolicesimo romano è improvvisamente diventato di tendenza sui social media.
- La conseguente reazione degli apologeti evangelici (ad esempio Gavin Ortlund, Wes Huff) che offrono confutazioni e risposte alla crescente sfida proveniente dagli apologeti cattolici. Dieci anni fa, solo alcune voci evangeliche marginali parlavano del cattolicesimo romano. Ora è diventato quasi di moda.
- L’impressione generale che il cattolicesimo romano stia attirando l’attenzione delle giovani generazioni come alternativa a un evangelicalismo superficiale e al vuoto secolare. Non si può nemmeno cominciare a comprendere il “quiet revival”, qualunque cosa significhi e comunque lo si definisca, senza avere un’idea del fascino esercitato dal cattolicesimo romano.
- La crescente popolarità, in alcuni settori dei circoli teologici conservatori, della “grande tradizione”, di cui alcuni eminenti teologi cattolici romani sono i paladini. Tutto questo fermento intorno alla “grande tradizione” ha attirato l’attenzione sul cattolicesimo romano come la tradizione che, più di altre, la custodisce e la rivendica come propria.
Negli ultimi dieci anni, è risultato più chiaro che il cattolicesimo non è una questione regionale e locale per gli evangelici in Paesi a maggioranza cattolica, ma rappresenta una sfida teologica per la teologia evangelica nel suo complesso.
2. Cambiamento epistemico: dai particolari al sistema
Fu nel 2014 che Gregg Allison pubblicò il suo libro fondamentale Roman Catholic Theology and Practice. In esso sosteneva che la teologia cattolica romana fosse un “sistema coerente e onnicomprensivo”. Era dai tempi di Gerrit Berkouwer in The Conflict with Rome (1948; edizione inglese: 1958), che la categoria di “sistema” non veniva più utilizzata per affrontare la teologia cattolica romana nei libri evangelici. Inoltre, Allison ha individuato i due assiomi del sistema cattolico romano: l’interdipendenza tra natura e grazia e l’interconnessione tra Cristo e la Chiesa. Per quanto riguarda il primo, ecco come lo spiega Allison: “La natura, pur essendo ferita dal peccato, conserva una capacità di accogliere la grazia, e la grazia eleva o perfeziona la natura. Le due continuano ad agire in modo interdipendente” (p. 47). Per quanto riguarda l’interconnessione tra Cristo e la Chiesa, ecco la sintesi: “La natura, essendo aperta alla grazia, è in grado di ricevere la grazia che le viene mediata dalla Chiesa… La mediazione dipende dal principio o dalla legge dell’incarnazione” (p. 56): vale a dire Cristo incarnato sacramentalmente nella Chiesa. Nel suo libro, Allison affronta particolari dottrine cattoliche così come sono presentate nel Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992, ma dal punto di vista della loro interrelazione sistemica e del fatto che derivano dai due assiomi. Questo approccio era ed è in netto contrasto con le trattazioni evangeliche della dottrina cattolica basate in gran parte solo sull’analisi delle singole dottrine.
Nei suoi dieci anni di storia, la RI è stata un laboratorio in cui questo approccio sistemico è stato sperimentato e approfondito. Anziché considerare le dottrine e le pratiche come unità o elementi indipendenti, ciò che cerchiamo di fare è sviluppare una visione sistemica della Chiesa cattolica romana. Riconosciamo che tutto ciò in cui Roma crede e agisce ha un DNA teologico costituito da impegni che operano in tutti gli ambiti della dottrina e della vita cattolica romana. Sebbene il loro impatto possa variare dagli aspetti dottrinali alle pratiche devozionali, con enfasi e intensità diverse, questi impegni sono onnipresenti nel sistema in quanto costituiscono l’infrastruttura epistemica e la prospettiva operativa della Chiesa cattolica romana.
Dal punto di vista teologico, il sistema cattolico romano è “fallace” e necessita di una riforma secondo il Vangelo. Tale riforma dovrebbe riguardare non solo alcune dottrine e pratiche, ma il nucleo teologico di Roma, che si colloca all’incrocio tra l’interdipendenza natura-grazia e l’interconnessione Cristo-Chiesa.
Prendendo in prestito il titolo del libro di Vittorio Subilia (1962; edizione inglese: 1964), Il problema del cattolicesimo non risiede nelle aggiunte o nelle sottrazioni che possono essere facilmente rimosse o reinserite. Il problema del cattolicesimo è il suo sistema nel suo insieme. Le aggiunte o le sottrazioni non sono mattoncini Lego che, una volta aggiunti, possono essere tolti. Sono elementi che sono diventati parte integrante del sistema. Il cattolicesimo romano non è più il cristianesimo biblico con qualche aggiunta. Non è per metà Vangelo e per metà aggiunte. È un tutto integrato in cui le aggiunte non bibliche definiscono la sua visione fondamentale e non solo i suoi aspetti secondari e terziari.
Cristo ci avverte: “Guardatevi dal lievito dei farisei”. E Paolo aggiunge: “Un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta”. Piuttosto che il risultato di diverse aggiunte, la metafora del lievito è appropriata per descrivere qual è il problema del cattolicesimo: un nucleo di impegni teologizzati e persino dogmatizzati che plasmano l’insieme. Considerando la Chiesa cattolica romana come un sistema, la RI è stata un laboratorio in cui abbiamo cercato di osservare l’impatto del lievito del cattolicesimo romano sull’intera pasta.
3. Approccio teologico: dalle risultanti al cuore della questione
Un ritornello ricorrente anche nelle analisi evangeliche del cattolicesimo romano è che tutte le tradizioni religiose storiche (cattolicesimo romano, ortodossia orientale, varie correnti del protestantesimo) differiscono nel modo in cui intendono la salvezza (ad esempio, giustificazione, rinnovamento, deificazione) e la natura/il ruolo della Chiesa e dei sacramenti, ma concordano sui principi delle dottrine cristiane della Trinità e della cristologia. Un esempio di tale approccio si trova in N. Geisler – R. MacKenzie, Roman Catholics and Evangelicals. Agreements and Differences, 1995.
Sebbene ciò sia formalmente vero a un certo livello, uno sguardo più attento rivela alcune crepe. Il contrasto tra le tradizioni diventa più evidente nei campi della salvezza e della Chiesa, eppure entrambi sono organicamente e indissolubilmente legati alla dottrina trinitaria come nucleo della teologia cristiana. Come afferma Gerald Bray, “Le grandi questioni della teologia della Riforma — la giustificazione per fede, l’elezione, la certezza della salvezza — possono essere comprese correttamente solo sullo sfondo della teologia trinitaria, che ha conferito a tali questioni la loro peculiare importanza” [1]. In questo contesto, il presunto consenso sul quadro trinitario della fede cristiana risulta più limitato di quanto spesso si pensi.
Tutti i tentativi di indicare il “cristianesimo niceno” come terreno comune tra il cattolicesimo romano e l’evangelicalismo sono storicamente semplicistici e teologicamente superficiali. Il modo in cui il quadro trinitario viene accolto, creduto e applicato evidenzia una distanza significativa tra le due tradizioni, nonostante i punti formali di accordo. Le parole utilizzate sono le stesse, ma i mondi teologici che esse aprono sono diversi.
Alla RI abbiamo appena iniziato ad analizzare il passaggio dall’affrontare il problema del cattolicesimo romano come se fosse teologicamente collocato nella soteriologia e/o nell’ecclesiologia, all’affrontarlo a livello delle fondamenta trinitarie. In altre parole, la domanda è: il vero problema, quello centrale ed essenziale del cattolicesimo, risiede in una o due dottrine, in uno o due accumuli teologici, in una o due pratiche peculiari, oppure risiede nei suoi presupposti dottrinali ultimi, cioè negli impegni fondamentali che riguardano la confessione di Dio come Trinità e ciò che ne consegue?
Considerazioni conclusive
Sono trascorsi dieci anni dal lancio della RI. Siamo grati per il piccolo contributo che essa ha dato nel ravvivare l’interesse evangelico nei confronti del cattolicesimo e nel suggerire e sostenere che il modo teologicamente più responsabile per affrontarlo sia un approccio sistemico. Preghiamo affinché la RI continui a servire lo scopo di “unire, preparare e fornire risorse ai leader evangelici” per comprendere la teologia del cattolicesimo e comunicare il Vangelo.
N.B. Queste note riassumono la relazione introduttiva tenuta all’ottava edizione del Rome Scholars and Leaders Network (Roma, 15-18 giugno 2026).
[1]: G. Bray, The Doctrine of God, Leicester, IVP 1993, pp. 197–198. Su questo punto cruciale cfr. anche M. Reeves, “The Holy Trinity” in M. Barrett (ed.), Reformation Theology. A Systematic Summary, Wheaton, Crossway 2017, pp. 189–216.