Da Barth a Tommaso. Sono questi i riferimenti per la teologia evangelica?
Che un libro sia intitolato Tomismo e protestantesimo è giù di per sé una notizia. Fino a pochi anni fa, associare il tomismo al protestantesimo sarebbe stata un’operazione ai limiti dell’azzardo. I due termini sembravano essere in una relazione inversamente proporzionale. Gli ultimi decenni li hanno visti avvicinare. Da un lato, la teologia cattolica si è riaffacciata ai Riformatori non per demonizzarli, ma cercando di apprezzarne l’intentio; dall’altro, settori della teologia evangelica hanno riscoperto Tommaso non come campione del cattolicesimo, ma come padre della “grande tradizione”.
Una recensione al volume Serge-Thomas Bonino – Luca F. Tuninetti (a cura di), Tomismo e protestantesimo. Atti della XXI Sessione plenaria, Città del Vaticano, Urbaniana University Press 2026, pp. 335, compare sul fascicolo di Studi di teologia N. 76 in uscita a settembre a firma del prof. Pietro Bolognesi. A questa rimando per una valutazione complessiva del volume.
Ciò su cui mi soffermo qui è un saggio di Craig Carter intitolato “John Webster’s Use of Thomistic Metaphysics” (pp. 143-163). In esso, il teologo battista canadese Craig Carter esplora la possibilità di un tomismo riformato prendendo come riferimento l’opera di John Webster (1955-2016), teologo protestante anglicano autore di libri molto profondi su Dio e su temi di teologia sistematica, purtroppo non tradotti in italiano. Per Carter, Webster rappresenta un modello da seguire nella teologia del recupero (retrieval) della “grande tradizione” in cui settori della teologia evangelica sembrano trovare grande trasporto.
Nella prima parte della sua vita, Webster aveva avuto Karl Barth come punto di riferimento della sua opera; nella seconda parte, rilevate le incongruenze e gli oscillamenti della teologia barthiana, Tommaso d’Aquino è diventato la stella polare della sua riflessione teologica. Si può dire che Webster sia passato da un confronto prevalente con la teologia dialettica ad uno con la teologia tomista. Carter lo vuole prendere a modello per la teologia evangelica attuale nel suo abbraccio della “grande tradizione”. Con tutto il rispetto per l’opera di Webster, non è questo un auspicio dalle premesse infondate e dai risultati prevedibilmente problematici?
Che un teologo sicuramente profondo ma irrisolto come John Webster possa diventare un punto di riferimento per la teologia evangelica contemporanea è un’ipotesi molto discutibile. Partire con Barth e poi svoltare verso Tommaso non sono garanzie di affidabilità evangelica. Ci troviamo in entrambi i casi in situazioni borderline. Webster deve sicuramente essere tenuto presente, ma non elevato a modello. La sua teologia è attraversata da un’incompiutezza che va risolta in senso evangelico, non imitata e perpetrata.
Carter conclude il saggio sostenendo che, siccome la Riforma volle discutere la soteriologia e l’ecclesiologia, ma non le dottrine di Dio e di Cristo, i cattolici e i protestanti oggi avrebbero molti punti basilari di accordo e dovrebbero lavorare sulle differenze che, per quanto importanti, sono “secondarie” (160). Appare evidente l’ingenuità teologica di una simile analisi. La teologia non è una torre jenga formata da pezzi che si possono comporre e scomporre a piacimento. Se tra cattolici ed evangelici vi sono differenze sostanziali nella soteriologia e nell’ecclesiologia è perché quelle differenze scaturiscono dalle loro rispettive teologie trinitarie.
D’altronde, se uno come Carter caldeggia l’adozione della metafisica tomista da parte della teologia evangelica, non sorprende che lo stesso teologo subisca il fascino intellettuale di Tommaso che però annebbia il suo discernimento teologico.
Il rapporto tra tomismo e protestantesimo è un tema “caldo” della teologia evangelica contemporanea. Questo libro è più uno specchio della fascinazione attuale che si registra in ambienti protestanti conservatori che un esercizio di lucido discernimento teologico.