GT 2026 (III). Senza timor di Dio, nessuna intelligenza (compresa quella artificiale)

 
 

L’era digitale, oggi, è l’era dell’Intelligenza Artificiale: poche rivoluzioni tecnologiche del passato hanno avuto un impatto tanto profondo in un arco di tempo così ristretto. Davanti a un tema di attualità così pressante, la fede cristiana non può accontentarsi di adottare visioni del mondo elaborate altrove, né subire in modo acritico l’evoluzione tecnologica e la sua influenza sulla società. 


Come può la sapienza biblica informare da dentro l’approccio cristiano all’IA? Nel corso delle Giornate teologiche 2026 su “La testimonianza cristiana nell’era digitale”, il prof. Pietro Bolognesi ha aperto i lavori della giornata conclusiva scegliendo come testo guida il Salmo 111, inno che celebra la grandezza e l’affidabilità delle opere di Dio. Una scelta non casuale: il salmo è diventato la chiave per proporre un metodo, prima ancora che un contenuto, su come accostare la parola di Dio al tema dell’intelligenza artificiale.


Un metodo che “feconda dall’interno”

Fin dalle prime battute, Bolognesi ha chiarito che la Scrittura non va usata come un correttivo esterno, chiamato a riparare a posteriori le distorsioni prodotte dalla tecnologia. La parola di Dio, ha insistito, deve invece “fecondare dall’interno” la comprensione stessa del fenomeno: non un supplemento, ma un principio originario da cui partire. Da questa impostazione è scaturita una meditazione articolata in quattro movimenti, quattro tratti della sapienza biblica messi in dialogo — mai in contrapposizione meccanica — con le capacità e i limiti dell’intelligenza artificiale.


Una sapienza che collega

Il primo tratto è la capacità della sapienza di collegare. Nella prospettiva biblica, la sapienza ricompone elementi sparsi, restituisce unità dove regna la frammentazione. È un compito che, a prima vista, sembra avvicinarsi a ciò che fa l’IA quando mette in relazione dati ed etichette.


La somiglianza, ha precisato Bolognesi, si ferma qui. La sapienza di cui parla la Scrittura non è un fenomeno meccanico né un automatismo informale: non si limita a fornire risposte pronte. Richiede impegno, richiede coinvolgimento della persona. Il libro dei Proverbi lo esprime con forza: “acquista la verità”. Un invito che implica partecipazione, determinazione, investimento di energie perché quella verità diventi realmente patrimonio della persona.


Per la Bibbia, ha ricordato Bolognesi, l’uomo è sempre l’attore dell’apprendimento, mai un ricettore passivo. È un punto decisivo per comprendere la differenza tra un processo algoritmico e l’acquisizione della sapienza: l’IA collega dati, la sapienza investe tutta la vita.


Una sapienza che discerne

Il secondo elemento richiama la responsabilità del discernimento. Collegare i dati, per quanto utile, non è sufficiente: occorre un criterio capace di scegliere, di includere ed escludere, di distinguere ciò che ha valore da ciò che non lo ha. Bolognesi ha richiamato la figura di Daniele, la cui intelligenza (“Madda” in ebraico) indica una conoscenza capace di penetrare in profondità la realtà, non di limitarsi a scorrerne la superficie.


Si tratta di una precisazione decisiva: la sapienza non serve solo per raccogliere i dati; serve per comprenderli, per redimerli, per collocarli all’interno di una visione più ampia. Essa non è un processo tecnico, ma un lavoro interiore che richiede lentezza, impegno e trasformazione personale.


Un discernimento così inteso non ammette scorciatoie: è un cammino “assorbente e totale”, in tensione diretta con la cultura contemporanea, spesso tentata di cercare nella tecnologia proprio la scorciatoia che la Scrittura esclude come via alla vera sapienza.


Una sapienza che verifica

Il terzo elemento è la verifica. Bolognesi ha ribadito che la sapienza deve essere “omnicomprensiva”, capace di evitare la tentazione frammentaria e atomistica della realtà. Solo questa connessione permette di verificare davvero ciò che si sta dicendo, di vagliare ciò che è affidabile, di riconoscere ciò che regge.

In questo quadro, ha aggiunto un punto decisivo: nessun artefatto umano — neppure il più sofisticato — dovrebbe prescindere dalla dipendenza, dal collegamento con Dio. È la relazione con il Creatore che garantisce la solidità dell’imago hominis e impedisce che l’uomo si perda nell’autosufficienza tecnologica. Ogni tentativo di costruire una comprensione di sé che prescinda da questo legame genera inevitabilmente inquietudine e opacità.


Una sapienza per timorati

Il quarto tratto, quello che tiene insieme tutti gli altri, è il timore di Dio. È il criterio ultimo della sapienza biblica, quello che impedisce di ridurla a una funzione cognitiva o a una soluzione pratica dei problemi.


Il cuore dell’uomo, ha osservato Bolognesi, non cerca soltanto di sapere di più, ma desidera essere conosciuto; non cerca solo dati, ma relazione e intimità. Da questa osservazione nasce l’appello conclusivo: collegare, discernere, verificare non possono restare verbi impersonali. Hanno bisogno di persone — di timorati di Dio, capaci di orientare l’uso della tecnologia dentro una teologia del noi, non dentro la logica autoreferenziale della “tecnologia del sé”.


Una formula che ha colpito i partecipanti e che sintetizza bene la posta in gioco: fede e tecnologia non sono in contrapposizione, ma verificano e mettono alla prova la qualità spirituale e la solidità della visione del mondo di chi utilizza gli strumenti a propria disposizione.


La tecnologia, per essere davvero al servizio dell’uomo, deve restare sotto la signoria di Dio, e di una sapienza che — oggi, come nel Salmo 111 — nasce dal timore di Yahweh. Senza timore, non c’è intelligenza. Di nessun tipo.


(continua)


Della stessa serie:

Raffaele Costagliola, “GT 2026 (I). Senza visione biblica del mondo, l’IA esalta o impaurisce” (15/9/2026)

Gheorghe Balan, “GT 2026 (II). Quattro sfide per il discepolato nel mondo accelerato della tecnologia” (18/9/2026)