I convitati di pietra. Il Premio Strega e il patto che ravviva

 
 

La cena di classe. C’è chi si è fermato a quella dell’ultimo anno delle superiori e da allora si aggiorna velatamente sulla vita dei suoi compagni o tramite quei pochi con cui resta in contatto o attraverso i social. C’è chi invece, dopo anni dalle superiori, si è ritrovato aggiunto in un gruppo Whatsapp chiamato “Ci rivediamo?”, creato dalla compagna che più di tutti ci teneva a mantenere le relazioni e che finalmente aveva avuto il tempo di organizzare qualcosa.

Visti i compagni, aggiornatisi reciprocamente, arrivederci al prossimo impavido che deciderà di prendersi la responsabilità di organizzare una nuova cena, forse tra una decina d’anni. Credo che molti di noi si collocherebbero in una di queste dinamiche. 


C’è però una terza categoria di persone, sicuramente ammirevole: quelli che, da quando hanno finito le superiori, si incontrano annualmente e considerano la cena di classe impegno immancabile e insostituibile. Questo lo scenario de I convitati di pietra di Michela Mari (Einaudi, 2026), vincitore del premio Strega di quest’anno. Protagonisti trenta ex compagni della III A di un liceo milanese che, il 22 luglio 1975, stipulano un patto tanto spietato quanto avvilente: ogni anno, dalla fine della maturità, ognuno versa una somma di denaro da investire per accumulare una grande fortuna nel corso dei decenni. Il gioco finirà quando in vita resteranno gli ultimi tre superstiti che si divideranno il montepremi. Così inizia la cosiddetta “riffa”, la lotteria privata che marcherà la vita dei partecipanti portandoli a mostrare il peggio di sé pur di assicurarsi di arrivare fino alla fine. 


Ogni capitolo si apre con la cena di classe, rigorosamente programmata per il 22 luglio, dove il narratore informa su ciò che è capitato l’anno precedente. Così si scopre che i compagni di classe non sono stati con le mani in mano, ma si sono maleficamente impegnati per rimanere tra i superstiti. Tolte le morti naturali, si scopre che alcuni sono deceduti a causa di incidenti, altri si sono suicidati e altri ancora sono morti uccisi dagli stessi compagni con cui una volta avevano condiviso le avventure e disavventure scolastiche. Il patto concordato diventa una tenaglia che ossessiona e annichilisce i partecipanti, disposti a tutto pur di servire e prostrarsi davanti al dio denaro. 


Anche la cena in sé, che fino alla maturità era occasione di celebrazione e festeggiamenti, dopo la stipula del patto diventa scenario grottesco e deprimente. Le gioie continuano, ma non per motivi altruisti. All’inizio della cena, difatti, i compagni di classe devono condividere i loro malanni e le loro patologie e sperare di non essere quelli messi peggio. C’è chi mente per evitare che qualcuno pensi di farlo fuori, chi non è esaustivo, chi non può negarlo per via dell’evidenza fisica. Così la cena diventa una liturgia macabra, marcata da desideri egoistici e da un clima tossico. 


Quello che può essere circoscritto a una cena tra compagni di classe, in realtà può essere allargato a tutta l’umanità. Metaforicamente parlando, abbiamo tutti deciso di prendere parte alla “riffa” della III A. Siamo tutti colpevoli di aver rotto il patto di vita e abbandonato il gioioso e ricco banchetto che Dio aveva intavolato nell’Eden, e di esserci seduti al tavolo del patto apparentemente più “bello da vedere” (Gen. 3,6), ma invero conducente alla morte. Siamo morti, diventati omicidi e servitori di mammona, interessati al nostro tornaconto e falso benessere. 


La morte e risurrezione di Cristo hanno inaugurato una nuova cena, un nuovo patto, e hanno cambiato i presupposti della “riffa”: non si vince cercando a fatica di arrivare alla fine annientando il prossimo, ma avendo fede nel Vincitore che ha pagato per grazia con il suo sangue e che ha assicurato come montepremi la vita eterna.  


Tanti, troppi ambienti di famiglia, lavorativi, relazionali, vivono le dinamiche della III A. Per smania di successo e denaro, molti sono quelli che vivono una “riffa” onnicomprensiva e totalitaria. Mentre questo patto non fa altro che continuare a generare morte, il patto della redenzione crea dinamiche di vita dove le persone vogliono e sono chiamate a desiderare il bene reciproco. 


Questa è la realtà della chiesa e delle relazioni ad essa collegate, dove i credenti sono chiamati a non cercare il proprio interesse, ma quello degli altri (1 Corinzi 10,24). Diversamente dalla cena della III A, la cena alla quale la chiesa è chiamata a partecipare ogni domenica è un pasto che invita a guardare ai propri malanni, quindi peccati, alla luce della grazia di Dio in Cristo e a rallegrarsi insieme della salvezza ricevuta e della salvezza che un giorno sarà consumata.