GT 2026 (IV). L’IA tra secondo comandamento e idoli 2.0
L’idolo è una categoria alla quale la Bibbia dedica particolare attenzione, mettendo in guardia il lettore dalla sua pericolosità. Dio invita l’uomo a non adorare né rendere culto agli idoli (Esodo 20,5; Deuteronomio 5,9), poiché essi non sono nulla (1 Corinzi 8,4). Eppure, l’uomo del XXI secolo si ostina a fabbricarsene di nuovi, illudendosi di trovare strade alternative al Vangelo per raggiungere sicurezza, pienezza ed eternità. Anche oggi rimane accurata l’affermazione di Giovanni Calvino: “lo spirito dell'uomo è sempre… una fabbrica di idoli” (Ist. I.XI.8)
In occasione delle Giornate teologiche 2026, tenutesi all’IFED di Padova su “La testimonianza cristiana nell’era digitale” (11-12 settembre), Nazareno Ulfo, docente di scuola pubblica e pastore della chiesa riformata battista di Caltanissetta, ha affrontato una domanda significativa: l’intelligenza artificiale (IA) può diventare un idolo? Può cioè insinuare nel cuore dell’utente un’illusoria via di salvezza diversa da quella tracciata da Cristo?
Per delineare l’anatomia dell’idolo, il relatore ha preso spunto dal Salmo 135. Il testo individua tre caratteristiche: gli idoli sono opera delle mani dell’uomo (v. 15), non possiedono autentica percezione (vv. 16-17a) e sono privi di vita (v. 17b). È indubbio che l’intelligenza artificiale presenti tali caratteristiche: è una tecnologia umana e, pur potendo simulare l’ascolto e il dialogo, non possiede coscienza, esperienza sensibile né vita propria. Tuttavia, ricorrere a un chatbot non equivale necessariamente a rivolgersi a un idolo.
Non tutto ciò che è creato dall’uomo e privo di vita diventa, di per sé, un oggetto di culto. Un oggetto diventa un idolo quando l’uomo vi ricerca salvezza, sicurezza e intimità, pur essendo, per sua stessa natura, privo delle qualità necessarie per offrirle. L’IA può dunque configurarsi come un “idolo 2.0” quando offre all’uomo l’occasione di distogliere lo sguardo dal Creatore e riporlo in un’opera delle proprie mani. In questo senso, paradigmatica è la descrizione della creazione di un idolo in Isaia 44,9-20: la legna provveduta da Dio e giustamente utilizzata per scaldarsi e cuocere le pietanze, viene abusata nel momento in cui si utilizza per intagliare un idolo da adorare.
La domanda decisiva diventa allora un’altra: esiste un uso giusto dell’IA? La risposta è sì. L’idolo non esiste nell’oggetto in quanto tale, ma nel cuore di chi lo adora. È quindi possibile servirsi dell’IA senza offendere Dio, a condizione di mantenere la corretta distinzione fra soggetto e strumento.
Il pericolo sorge quando questo rapporto si capovolge: quando l’essere umano, anziché servirsi dello strumento, delega ad esso funzioni connesse alla propria responsabilità morale e spirituale. Creato a immagine di Dio, l’uomo non può appaltare a una macchina la formazione di un giudizio morale, l’orientamento della coscienza o l’esercizio del discernimento. Queste rimangono prerogative che richiedono responsabilità personale e confronto con le Scritture che informano il rapporto con Dio e il prossimo.
Diverso è il caso delle funzioni meramente esecutive: organizzare informazioni, sintetizzare dati o alleggerire attività ripetitive. In questi ambiti l’IA può essere uno strumento utile e il suo utilizzo è lecito.
Ulfo ha inoltre ricordato che l’uso improprio dell’intelligenza artificiale conduce spesso a risultati mediocri. Nell’epoca del “già e non ancora” non si può conquistare qualcosa di autentico prescindendo dalla fatica, dal confronto e dalle relazioni. Le scoperte più significative passano attraverso impegno, meditazione, domande, crisi e dialogo; nessuna risposta immediata può sostituire questo percorso.
Le conseguenze dell’uso idolatrico dell’IA sono rilevanti. Abacuc afferma che l’idolo “insegna la menzogna” (Abacuc 2,18). Il Salmo 135 aggiunge che chi confida negli idoli finisce per diventare come loro (v. 18). Diveniamo ciò che contempliamo. Questo vale anche positivamente: contemplando la gloria del Signore, siamo trasformati a sua immagine (2 Corinzi 3,18).
Se l’idolo trasforma il suo adoratore a propria immagine, allora lo impoverisce progressivamente delle qualità che lo contraddistinguono. In questo senso è significativa l’intuizione del sociologo canadese Marshall McLuhan (1911-1980): ogni tecnologia che potenzia una facoltà umana può, nello stesso tempo, intorpidire la facoltà corrispondente. Delegando alle macchine memoria, percezione e funzioni superiori della mente, l’uomo rischia una forma di auto-amputazione cognitiva dalle conseguenze ancora difficili da valutare.
Il rischio è quello di una società progressivamente disumanizzata. Anche il racconto della torre di Babele (Genesi 11,1-9) mostra come il problema non risieda nella tecnica in sé, ma nel tentativo dell’uomo di sottrarsi alla propria dipendenza da Dio. È questo atteggiamento di autosufficienza a condurre, infine, all’autodistruzione.
L’ammonimento finale di Ulfo ha riguardato il rischio che l’IA finisca per privare i credenti proprio di quegli strumenti spirituali necessari per governarla con saggezza. Un uso scorretto dell’intelligenza artificiale, infatti, non permette ai credenti di esercitare e affinare quella intelligenza spirituale che dovrebbe invece costituire il criterio principale per un uso corretto delle chatbot.
Di fronte alle imponenti sfide poste dall’età contemporanea, non si può prescindere dalla vera saggezza, quella che proviene dall’alto. Diventa dunque urgente per la chiesa perseverare nella preghiera che Paolo innalzava per i credenti di Colosse: che siano ricolmi della conoscenza della volontà divina, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, per camminare in modo degno del Signore, portare frutto in ogni opera buona e crescere nella conoscenza di Dio (Colossesi 1,9-10).
(continua)
Della stessa serie:
Raffaele Costagliola, “GT 2026 (I). Senza visione biblica del mondo, l’IA esalta o impaurisce” (15/09/2026)
Gheorghe Balan, “GT 2026 (II). Quattro sfide per il discepolato nel mondo accelerato della tecnologia” (18/09/2026)
Isabella Savino, “GT 2026 (III). Senza timor di Dio, nessuna intelligenza (compresa quella artificiale” (22/09/2026)