Leone XIV e il cattolicesimo globale. Intorno ad un libro di Massimo Faggioli
A distanza di un anno e mezzo dall’inizio del pontificato di Leone XIV, le analisi su papa Prevost cominciano a fioccare. Quali disegni scorgere nei suoi interventi? Come interpretare il suo governo? Quali enfasi intravedere nella complessa scacchiera della chiesa cattolica e del mondo globale?
Ad offrire un ritratto di papa Leone è lo storico Massimo Faggioli, docente alla Villanova University di Philadelphia (la stessa istituzione universitaria gestita dall’Ordine agostiniano in cui il giovane Prevost si laureò in matematica nel 1977) e tra i massimi esperti di cattolicesimo contemporaneo. Nel volume Leone XIV e la Chiesa globale, Brescia, Morcelliana 2026, pp. 242, Faggioli fornisce un ritratto di inizio papato basato soprattutto sull’attenta lettura dei discorsi e dei documenti prodotti dal papa da quando è stato eletto.
Di particolare interesse è osservare la postura di Leone di fronte a quello che è stato definito un nuovo “momento cattolico” che si registra negli USA. Lui, primo papa americano della storia, è a capo di una chiesa che in quel Paese è un cantiere in cui si confrontano direzioni diverse, spesso in conflitto tra loro. Distanziandosi dalla linea tradizionalista del cattolicesimo conservatore (i “cattolici più cattolici del papa” 149), per Faggioli “Prevost incarna la differenza tra cattolicesimo sociale e cattolicesimo liberal” (35), tipico della corrente progressista. Lui si colloca in una posizione mediana che, mentre vuole ricucire le polarizzazioni per valorizzare l’unità in tensione del cattolicesimo, sottolinea semmai l’anima sociale del cattolicesimo. Non a caso, i suoi primi documenti magisteriali sono stati sul tema dei poveri (“Dilexi te”, 2025) e sull’IA (“Magnifica Humanitas”, 2026).
In una felice espressione di Faggioli, la proposta di Leone cerca spazio “nella via stretta con l’America trumpiana e MAGA da un lato e il “woke” transatlantico dell’altro” (208). In altre parole, cerca di iniettare dosi di cattolicità per rinforzare i tessuti connettivi tra cattolicesimi diversi e a rischio di reciproco estraniamento.
In un’ottica storico-teologica, il nome scelto (Leone XIV) riprende l’eredità dell’insegnamento sociale di Leone XIII ma anche la promozione della cornice tomista (molto evidente di “Magnifica Humanitas”) cui quel papa diede un notevole impulso, temperandola e fecondandola con la tradizione cattolica dell’agostinismo (che è l’ordine religioso da cui proviene Prevost). In una battuta, papa Leone sta promuovendo il “tandem Agostino-Tommaso” (39). Nella teologia cattolica USA questa saldatura può rappresentare un tentativo di collegare anime di cattolicesimo altrimenti scontrose e litigiose.
Il tema della ricucitura dell’unità cattolica lo vede maggiormente impegnato sui dossier istituzionali della chiesa di Roma che i predecessori avevano trascurato e anche sul tentativo di costruire una memoria condivisa sul Vaticano II che è stato oggetto di letture e recezioni contrapposte. Non a caso le sue catechesi del mercoledì sono dedicate ai documenti del Concilio in cui Leone lo rilegge in chiave “cattolica”: nella tradizione vita della chiesa, in vista della sua crescita. In questa epoca di “post-post-concilio, Leone opera per una de-polarizzazione e la ricerca di una nuova unità” (144) all’interno del cattolicesimo.
Per Faggioli, “l’approccio di Leone è improntato a un comprensivo e inclusivo et et, piuttosto che un aut aut, sulle questioni divisive nella Chiesa oggi” (138).
Fuori dalle dinamiche della chiesa cattolica, Leone si misura con un mondo che vive una stagione di “kaos globale” in cui l’istituzione del papato è vista da molti come uno degli ultimi punti di riferimento mondiali.
Anche dallo studio di Faggioli, viene confermata una sostanziale distanza o mancanza d’interesse nei confronti del mondo evangelicale globale. Gli impegni ecumenici di papa Leone sono stati sin qui legati alle celebrazioni del 1700mo anniversario di Nicea e rivolti più che altro all’ortodossia orientale. I suoi viaggi in Africa e in Medio Oriente non hanno mostrato un’attenzione particolare agli evangelicali che pure sono una componente dinamica e in crescita del cristianesimo globale.
Mentre si è interessato alle espressioni politicizzate di settori del conservatorismo religioso americano (contro cui ha avuto diverbi accesi: sull’ordo amoris, sui migranti, sulla legittimazione della guerra), l’essere il primo papa americano non lo rende di per sé un interlocutore dell’evangelismo che sia portatore di conoscenze dirette o approfondite.