La forma del tempo. La nuova mostra d’arte all’ICED
Roma. Superando il foro di Traiano si arriva in via di Sant’Eufemia dove, al numero 9, sulle pareti della sede dell’Istituto di Cultura Evangelica e Documentazione, sono allestite 15 forme del tempo. Entrando, la luce proveniente dalla finestra sulla sinistra guida lo sguardo e illumina un verso posto a parete.
Per tutto c’è il suo tempo; c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo.
È il principio di Ecclesiaste 3 il cui brano è silenziosamente riportato in diversi punti dello spazio. Una cornice quasi impercettibile per le riflessioni visive che dialogano tra loro, nonostante la diversità dei linguaggi e dei contesti dai quali provengono i 15 autori esposti.
Ciascuno di essi ha colto l’opportunità promossa dall’Istituto mediante la Open Call rivolta ad artisti, quest’anno nella sua seconda edizione. Il progetto, volto a promuovere una riflessione collettiva sul tema proposto, è stato inaugurato nel 2025 con la mostra Riposaterra. Gli artisti oggi selezionati hanno risposto ad una domanda, la quale ad una prima lettura può sembrare astratta, rivelandosi poi immediatamente concreta se letta attraverso l’arte. Quale forma diamo al tempo?
Il lavoro si apre con dieci segni di matita. Dieci momenti rappresentativi del tempo della colazione che Alice Provini appunta su carta. Una ripetizione che però non annulla l’unicità. Una contemplazione intima del quotidiano, un tempo semplice qui elevato ad opera. I dieci disegni ci portano al tempo che Chiara Fronterrè deposita sul tessuto che assorbe e trattiene il pigmento per poi passare all’indagine di Futura Tittaferrante, la quale dà una nuova configurazione a paesaggi e momenti passati.
Un passo a destra e ci si ritrova davanti la pittura ad olio su tela di Elena Cucci. La schiusa delle uova rivela qualcosa di insolito, un altro uovo e dunque un altro tempo. Apre un’altra attesa, un non ancora da compiersi. Laura Serafini ci porta in una dimensione intima attraverso la sua cianotipia virata su stoffa. Un archivio personale ricomposto in un patchwork che raccoglie e conserva un vissuto.
Accanto, una fotografia dei dipendenti dello Stabilimento di Orbetello dialoga con il dettaglio della corteccia di un albero caduto nel fiume Nera colto nella sua metamorfosi da Matteo Capone, interrogando il nostro sguardo, responsabilizzandolo. Peso e leggerezza nella fotografia di Isabella Quaranta; un corpo che spinge per venir fuori. Come una nuova nascita.
Pausa. La parete rossa dell’Istituto ricorda una breccia passata e fa sperare in una futura.
Sulla tavola in legno di Brian S. Chan il tempo è richiamato dal complesso meccanismo di un orologio. Il rimando è tutt’altro che banale, non vede il tempo come misura ma come qualcosa avente uno scopo ultimo, una direzione ben precisa.
Una metafora della sua complessità solo parzialmente comprensibile dall’esperienza umana. Andrea Canneva dà al tempo la forma di un boomerang in cui il passato irrompe nel presente continuando ad agire in esso. Mirko Vercelli addestra un modello di intelligenza artificiale per generare possibili immagini dei discendenti della famiglia dalla quale la nonna è stata separata in giovane età. Anche Juliette Wayenberg recupera tempi passati; scarti provenienti da precedenti esperimenti fotografici, errori, prove che recupera e ricompone dando loro una nuova lettura, una nuova possibilità.
Chronos e Kairos, il tempo che scorre e il tempo che accade, sono percepibili nelle fotografie analogiche di Sarah Strand. Accanto un edificio ferito ma ripreso dall’occhio di Simone Caione in una luce che fa sperare in un futuro pensabile. Con Denisa Maria Leat il tempo entra nella dimensione della casa, dell'appartenenza e del gesto. Una parola ricamata su un tessuto diventa traccia materiale di una memoria che continua ad accadere. Il percorso si conclude con lo sguardo di Jacopo Bellapianta che guarda lo scarto e gli restituisce attenzione. Compressione, perdita e dissoluzione non sono così una conclusione, bensì un passaggio verso una nuova narrazione.
Un tempo del meno che, nella prospettiva cristiana, è anche un tempo del più. L’Istituto che ospita la mostra è volto a promuovere la cultura evangelica per la quale il tempo non è un movimento all’indietro ma una storia che continua ad aprirsi. Secondo la fede cristiana, la storia contemporanea non fa solamente da sfondo alla storia della salvezza operata in Cristo. Si inserisce in essa. Il tempo assume così una dimensione orientata, in cui ogni momento partecipa ad un significato più ampio.
P.S. La mostra “La forma del tempo” sarà aperta sino al 20 dicembre 2026.
ICED, via di Sant’Eufemia 9, Roma.
Lunedì–venerdì: 9:30–17:30
Ingresso libero.
Per prenotazioni: 06 69920113