“Magnifica Humanitas”. L’umanesimo cattolico di fronte all’IA e i suoi problemi teologici

 
 

Non è una regola scritta, ma uno schema ben riconoscibile: la prima enciclica di un Papa definisce il tono dell’intero pontificato e la Magnifica Humanitas (MH) di Papa Leone XIV – pubblicata a un anno dalla sua elezione – fa proprio questo. Il documento fungerà probabilmente da quadro di riferimento generale per il futuro insegnamento papale. Come indica il sottotitolo, la preoccupazione del Papa è «la custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale». Questa sarà un filo conduttore del suo pontificato.


La scelta del nome Leone aveva già indicato il suo desiderio di sviluppare l’eredità di Leone XIII, il Papa che alla fine del XIX secolo diede origine alla Dottrina sociale della Chiesa cattolica (DSC). Con la sua enciclica Rerum Novarum (1891), Leone XIII diede voce alle crescenti preoccupazioni della Chiesa di Roma per le condizioni di povertà dei lavoratori e lo sfruttamento del lavoro, ampliando così lo spettro dei suoi interessi dalle questioni ecclesiastiche interne alle più ampie questioni sociali dell’epoca. La Rerum Novarum ha rappresentato una svolta nella lunga tradizione della Chiesa di Roma, rendendola più “cattolica” (con uno sguardo universale sul mondo), ma non per questo meno “romana” (rivendicando le proprie prerogative sul mondo).


Da quando è diventato Leone XIV, Papa Prevost ha lasciato intendere il desiderio di portare avanti l’eredità del suo predecessore, aggiornando la Dottrina Sociale della Chiesa alle pressanti preoccupazioni di oggi: come affrontare le sfide e le opportunità dell’intelligenza artificiale senza che la persona umana ne diventi schiava. Non è stata una sorpresa la data in cui MH è stata firmata: il 15 maggio, la stessa data della Rerum Novarum nel 1891. Come quest’ultima segnalava il desiderio di Roma di intervenire sui problemi sociali dell’epoca, così MH riflette la sua prospettiva sul dilemma urgente di oggi. Il cerchio si chiude. 

 

MH è un documento ricco e denso di 40.000 parole. La concentrazione di temi e questioni è impressionante. In questo articolo cercherò di riassumere la diagnosi su ciò che è in gioco con l’IA e la via da seguire suggerita con i valori della Dottrina Sociale della Chiesa. Poi farò alcune osservazioni sulla visione teologica di fondo da cui proviene, vista da un punto di vista evangelico. 


Il “paradigma tecnocratico” e il rimedio della Dottrina Sociale della Chiesa

Dopo aver descritto la logica teologica della Dottrina Sociale della Chiesa (cap. 1), MH fornisce una sintesi dei suoi principi così come sono stati sviluppati negli ultimi 145 anni, ovvero la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato e la centralità della pace e della fraternità (cap. 2), per poi passare a come affrontare le promesse e le minacce dell’IA per l’umanità (cap. 3), le garanzie necessarie per proteggere l’umanità, con particolare riferimento alla verità, al lavoro e alla libertà, per concludere con l’alternativa che ci si presenta tra la cultura del potere e la civiltà dell’amore (cap. 5). Essendo Leone XIV un papa agostiniano, soprattutto nell’ultimo capitolo si può cogliere il tema agostiniano delle due città (città degli uomini, città di Dio) che si trasforma nell’odierno rapporto di tensione tra potere e amore. [1]


MH non è un documento ecclesiastico rivolto esclusivamente ai cattolici romani. Come avviene per i moderni documenti magisteriali, Leone XIV vuole rivolgersi a «tutti i fedeli cattolici, a tutti i cristiani e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà» (16). È quindi destinato a essere letto da un vasto pubblico, indipendentemente dalle diverse appartenenze religiose, ideologiche e culturali.


Il punto di partenza nell’analisi del mondo contemporaneo non è nuovo. MS fa riferimento al «paradigma tecnocratico» (92) già utilizzato da Papa Francesco nella sua enciclica del 2015 Laudato si’. Il paradigma tecnocratico è «la tendenza a lasciare che la logica dell’efficienza, del controllo e del profitto determini da sola le decisioni personali, sociali ed economiche» (92). Il crescente sviluppo e utilizzo dell’IA non ha fatto altro che intensificare ed esacerbare ulteriormente il problema. [2]


L’IA è «uno strumento prezioso che richiede vigilanza» (100-101). In quanto strumento, «dobbiamo evitare l’errore di equiparare questo tipo di “intelligenza” a quella degli esseri umani» (99). Sebbene l’uso della tecnologia non sia mai moralmente neutro (9), esso rappresenta una grave sfida quando alimenta una «visione antiumana», ovvero quando «la pienezza della vita viene equiparata all’avere di più, al ridurre la debolezza, all’eliminare l’incertezza e all’esercitare un controllo totale» (112).


Invece di rispettare l’umanità, «magnifica e ferita» (126) e aiutare gli esseri umani a prosperare, il «paradigma tecnocratico» mira a «dominare l’umanità» (110) e, in ultima analisi, apre la strada a un «uomo potenziato» (transumanesimo) o a un «uomo ibridato» (postumanesimo) (115). Entrambe le prospettive sono in definitiva antiumane. Ciò che è in gioco con il progresso tecnologico non è la tecnologia in quanto tale, ma la «visione antropologica che la guida e i fini che persegue» (94).


La Chiesa romana affronta queste sfide con i criteri offerti dai «nobili principi della Dottrina Sociale: la dignità inalienabile della persona umana, il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà e la giustizia sociale» (96). Basandosi su questi principi ed elaborando tali criteri in termini più politici, MH propone di attivare «quadri giuridici solidi, una supervisione indipendente, utenti informati e un sistema politico che non abdichi alle proprie responsabilità» (106), in grado di imporre controlli ed equilibri e una serie di vincoli morali al progresso tecnologico. Se non vengono attuate misure adeguate a tutti i livelli (ad esempio, individui, comunità locali, Stati, organizzazioni internazionali), il pensiero tecnocratico imporrà regole «plasmate da chi possiede i dati, infrastrutture e capacità di calcolo» (106).


Più specificamente, MH suggerisce cinque passi concreti verso una responsabilità quotidiana e pubblica: la necessità di «disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo e rilanciare il dialogo e il multilateralismo» (213).


La voce del Papa tra i dialoghi internazionali e interreligiosi

Cosa dire di queste osservazioni critiche sulle minacce disumanizzanti dell’IA e sulla possibile via da seguire per salvaguardare la persona umana? Da un lato, a livello di linee guida e politiche, in MH non c’è nulla di radicalmente diverso da ciò che si può trovare in documenti paralleli di agenzie secolari (ad esempio UNESCO, Unione Europea, OCSE e altre) e comunità di fede, compresi organismi evangelici come l’Alleanza Evangelica Mondiale [3] e il Movimento di Losanna. [4] Il pericolo disumanizzante del potere tecnologico è ampiamente percepito in settori importanti della società civile e le modalità per affrontarlo sono condivise in tutto lo spettro istituzionale e religioso. Il documento papale è solo l’ultima delle molte voci che partecipano a questo dibattito globale con le proprie sfumature e accenti. Esso incoraggia l’azione internazionale per stabilire linee guida e attuarle.


Da un punto di vista biblico, la grazia comune opera rendendo diverse persone (sia cristiane che non cristiane) sensibili alla necessità che l’IA venga sviluppata e utilizzata entro parametri condivisi e limiti etici, arrivando persino ad adottare misure che Papa Leone riprende e suggerisce in MH. In questo senso, anche i non cattolici possono apprezzare alcune delle indicazioni provenienti dalla sua enciclica, che esorta alla responsabilità, alla trasparenza e alla rendicontazione nell’uso dell’IA.


Detto questo, in termini di valutazione di MH, questa è solo una faccia della medaglia. Secondo MH, la minaccia chiave dell’IA non è tecnologica di per sé, ma essenzialmente antropologica. Stando così le cose, MH presenta l’essenza dell’umanesimo cattolico romano come il rimedio più adatto contro le tendenze disumanizzanti, reali e potenziali, dell’IA. Per questo motivo, è importante valutare la visione teologica che sta alla base di MH.


L'umanesimo cattolico romano; e la rottura del peccato? 

Come ci si potrebbe aspettare, nonostante tutte le analogie che si possono trovare nell'uso di termini e categorie, MH è un documento teologico distintamente cattolico romano. Esso deriva da una particolare visione dell'umanità e del suo rapporto con Dio sostenuta dall’istituzione storica cattolico-romana. Si fonda su una visione del mondo che Roma sostiene e promuove da secoli.


Ecco alcuni esempi di come funziona il quadro teologico cattolico romano della MH, seguiti da brevi commenti:


«Costruire una città impostata sul bene comune esige, dunque, in primo luogo, di edificare sulla roccia della relazione con Dio» (11).


Sì, ma l’implicazione è che tutti gli uomini e le donne siano già in una relazione con Dio fondata sulla roccia: secondo MH, tale relazione deve solo essere approfondita o ampliata facendo ciò che è bene per l’umanità. Non vi è alcun senso delle conseguenze della caduta nel peccato che ha spezzato quella relazione; nessun senso del fatto che tale relazione abbia bisogno di essere restaurata dal sacrificio espiatorio di Gesù Cristo per il peccato e della necessità della fede e del pentimento da parte nostra.


«Edificare nel bene significa accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere» (12).


Sì, ma oltre a ciò, dal punto di vista biblico, la nostra umanità non è solo limitata e debole: è peccatrice e ribelle contro Dio e ha bisogno di salvezza. Limiti e debolezza non descrivono da soli ciò che è tragicamente reale nella condizione umana. 


«La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa» (12).


Sì, ma ancora una volta non si fa menzione del peccato e della frattura che esso ha causato. La nostra realizzazione non deve riguardare solo la consapevolezza della fragilità, ma richiede il pentimento e la fede in Gesù per vedere gli inizi di una crescita armoniosa.


«Abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani» (15).


Sì, ma da una prospettiva cristiana un dovere ancora più urgente è quello di essere rigenerati da Cristo nella nostra umanità. Il bisogno urgente non è quello di rimanere più pienamente “in Adamo” (la nostra umanità peccaminosa), ma di ricevere nuova vita in Cristo, “l’ultimo Adamo”. In questo senso, MH può parlare della “portata umanizzante del Vangelo” (22) come se la Buona Novella ci rendesse solo esseri umani migliori piuttosto che nuove creature in Cristo. 


L’interdipendenza natura-grazia

Al centro della visione teologica di MH c’è l’interpretazione cattolica romana del tema natura-grazia. Il punto di partenza del cattolicesimo romano è il rapporto tra “natura” e “grazia”, su cui si innesta l’idea della Chiesa come estensione dell’Incarnazione del Figlio di Dio. [5] Questo orientamento di base spiega perché MH abbia uno scarso senso della tragedia del peccato, tenda a incoraggiare una visione ottimistica delle capacità dell’umanità, veda il Vangelo come un processo in cui la natura viene resa più perfetta e giustifichi il ruolo della chiesa come mediatrice tra l’uomo e Dio.


Le sfere della natura e della grazia si trovano quindi in una continuità teologica irreversibile, poiché la «natura» nel cattolicesimo romano comprende sia la creazione che il peccato, in contrasto con la distinzione evangelica tra creazione, peccato e redenzione. Sebbene la natura sia stata toccata dal peccato, essa rimane programmaticamente aperta ad essere permeata, elevata e integrata dalla grazia. 


La visione “moderata” cattolica romana della caduta e del peccato permette a MH di sostenere una visione della natura umana e della società in generale che è contaminata dal peccato ma non depravata, oscurata ma non accecata, ferita ma non alienata, moralmente disordinata ma non spiritualmente morta, incline al male ma ancora aggrappata a ciò che è vero, buono e bello. [6] Dopo il Concilio Vaticano II, le interpretazioni più recenti dell’interdipendenza natura-grazia arrivano addirittura a sostenere che la natura è sempre graziata dall’interno.[7] Se il cattolicesimo romano tradizionale sosteneva che la grazia fosse aggiunta alla natura, il cattolicesimo contemporaneo, riflesso in MH, preferisce parlare della grazia come di un’infrastruttura della natura. Nonostante le differenze tra le due versioni, l’interdipendenza è comunque sottolineata.


Speranza dall’interno attraverso l’elevazione?

L’interdipendenza tra natura e grazia, in tutte le sue varie forme e gradi, è la ragione per cui MH nutre un ottimismo nella capacità dell’umanità di conoscere e seguire la volontà di Dio e di cooperare con la sua grazia. L’umanità ha delle «ferite» (21), sperimenta limiti quali «vulnerabilità, dolore e fallimento» (122), ma possiede le risorse per essere sanata dall’interno attraverso la grazia che è già in essa. Infatti, la Chiesa «si pone accanto al mondo senza sovrapporsi ad esso, affinché in ogni vicenda umana possa germogliare la promessa di giustizia e di pace che lo Spirito Santo continua a suscitare nel cuore dell’umanità» (20).


Per il Papa, il cuore dell’umanità è il luogo in cui lo Spirito Santo (la grazia) realizza la giustizia e la pace. Ancora una volta, la sottovalutazione dell’impatto del peccato ha conseguenze di ampia portata sulla visione teologica di MH, secondo cui la grazia è già all’opera e deve solo essere ulteriormente liberata. Nelle parole di Leone XIV: «anche questa dolorosa forma di limite lascia spiragli al bene. Persino quando l’essere umano si disumanizza e provoca tragedie, una piccola luce continua a brillare nell’umanità e rimane capace di riaccendersi, con la grazia di Dio, in cammini di conversione e di riconciliazione» (121).


In altre parole, la speranza va ricercata nella «piccola luce» che continua a risplendere — una luce che il peccato ha solo offuscato, ma non spento: «è possibile inserirci nel seno di quella vita inesauribile, anche mentre camminiamo tra i limiti di questo mondo» (127). La conversione e la riconciliazione sono possibili nella misura in cui la grazia eleva la natura, piuttosto che rigenerarla, come indica il Vangelo: per MH, la speranza dell’umanità sta nell’essere «elevata dall’inesauribile grazia divina» (128).


I termini biblici di conversione e riconciliazione sono utilizzati ma intesi nel quadro dell’interdipendenza tra natura e grazia, per cui il peccato limita semplicemente la capacità dell’umanità. Se la speranza cristiana viene dall’interno attraverso l’elevazione, si tratta di speranza evangelica o di un pio desiderio umanistico e religioso?


Cristo, Colui che libera, ma che dire dell’espiazione? 

Dopo aver intravisto la speranza per la nostra umanità ferita nella grazia divina capace di elevarla, MH sottolinea anche il modo in cui Gesù Cristo la offre. L’incarnazione del Figlio di Dio è vista come l’atto di condiscendenza di Dio. In Cristo «il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza» (232). Si dice che Gesù abbia preso su di sé la nostra debolezza. Ma che dire della Sua morte sulla croce? In MH la croce è menzionata una sola volta (232) in una citazione del teologo francese del XIX secolo Pierre de Bérulle, il quale scrisse: «Secondo l’insegnamento della nostra fede, abbiamo e adoriamo, nei nostri misteri, un Dio che nasce nella mangiatoia, un Dio che vive e viaggia nella Giudea, un Dio che muore sulla croce, un Dio morto che giace nel sepolcro». La croce è genericamente indicata come parte dei misteri della fede, ma non viene data alcuna indicazione sul suo significato espiatorio.


Dato l’esempio di Cristo nella sua incarnazione, MH prosegue dicendo: «Il futuro dell’umanità trova così il suo criterio nella capacità di accogliere questo modo divino di farsi vicino, di condividere il peso del mondo, di trasformare dall’interno le relazioni» (232).


La conclusione suggerita da Papa Leone è la seguente: «Ciò che salva l’uomo è l’amore divino che scende fino al punto più fragile della sua storia e la rigenera dal profondo» (232). Tutti i fili conduttori già individuati si intrecciano qui: l’incarnazione come discesa di Gesù nella nostra fragilità (non si fa riferimento al peccato né all’espiazione) e la salvezza come movimento di rinnovamento dall’interno (la grazia opera sempre in noi). Il linguaggio è certamente mutuato dal vocabolario cristiano, ma il messaggio è biblico?


Babele e Neemia: un uso rispettoso della Bibbia?

L’infrastruttura narrativa di MH fa ampio uso di due immagini bibliche evocative, ovvero la torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme da parte di Neemia (ad esempio 90, 129, 130, 184, 241). Sono le due icone bibliche che guidano la riflessione del Papa sull’opposizione tra la cultura del potere e la civiltà dell’amore. Nel definire il tono del documento, egli scrive: «la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme» (9).


Da un lato, «Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio» (7). Pertanto, seguire Babele significa essere contagiati dalla «sindrome di Babele», ovvero «l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni» (10). Per salvaguardare la persona umana nell’era dell’IA, Babele è l’immagine negativa da cui mettere in guardia e il modello malvagio da evitare.


D’altra parte, i primi capitoli di Neemia parlano della possibilità di «edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità» (10). MH li considera l’immagine biblica alternativa da cui trarre ispirazione. Con tono enfatico ed esortativo, Papa Leone esorta: «Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati» (10).


Sebbene il richiamo alle immagini e alle storie bibliche sia lodevole, il loro utilizzo nell’argomentazione dell’enciclica presenta due problemi. 


Il peccato di Babele fu innanzitutto il rifiuto di Dio e il tentativo di diventare il proprio dio (o i propri dei). Le conseguenze negative che derivarono da questo peccato furono la confusione delle lingue e la dispersione del popolo. Per superare il peccato di Babele, deve avvenire una conversione attraverso la quale le nostre vite siano riorientate verso di Lui. Non ci si può aspettare alcuna inversione delle conseguenze negative del peccato se Dio non viene riconosciuto e obbedito come Dio. 


Nell’uso che il Papa fa dell’immagine di Babele, tuttavia, pur evocando la conversione spirituale, non vi è alcuna aspettativa che tutti i lettori di MH si rivolgano a Cristo con pentimento e fede come condizione per annullare gli effetti di Babele. Ciò che sta al centro del suo messaggio è che l’umanità nel suo insieme dovrebbe lavorare insieme per coltivare la giustizia e la fraternità. Egli vuole il frutto senza la radice.


Ecco come lo esprime: «il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico» (236). 


Ancora una volta, qui non si fa alcun riferimento al peccato, ma sorge un’altra domanda: a chi si rivolge? Il Papa si rivolge ai cattolici? No, l’enciclica è indirizzata a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Ora, se tutti dobbiamo mettere al centro il nostro rapporto con Dio, dovrebbe esserci un invito rivolto a tutti a giungere alla fede in Gesù Cristo. Altrimenti, dal punto di vista biblico, quel rapporto è ancora caratterizzato dall’ideologia peccaminosa e anti-Dio di Babele. Tale invito manca in MH. 


Alla fine, c'è un altro appello del Papa, ovvero «un invito a superare le nostre divisioni e a lavorare insieme — perché questa è la via di Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre» (242). Sta scrivendo questo ai cristiani? No. Nello spirito di MH, egli chiama l'umanità a superare le divisioni e a lavorare insieme, senza aver prima esortato tutti gli uomini e le donne a professare la fede in Cristo.


Egli ricorre all’espressione «Dio al centro» e alla «via di Gesù Cristo» per incoraggiare la responsabilità condivisa e la collaborazione tra uomini e donne di tutte le religioni o di nessuna religione, senza invitarli a credere nel Vangelo biblico. Come è possibile questa ambiguità?


L’altra immagine biblica, ovvero la ricostruzione delle mura di Gerusalemme da parte di Neemia, getta altra luce sulla questione. Nella Bibbia, Neemia chiama il popolo dell’alleanza di Dio a lavorare insieme per ricostruire le mura. Chiaramente, il libro parla della responsabilità del popolo di Dio, non dell’umanità in generale. Eppure, nella sua applicazione ai nostri tempi, MH usa la storia di Neemia per incoraggiare la cooperazione tra uomini e donne di buona volontà, perdendo di vista il fatto che essa si rivolge alla Chiesa.


L’ambiguità può essere spiegata alla luce della visione cattolica romana della Chiesa sostenuta in MH. Utilizzando le parole del Concilio Vaticano II, la Chiesa è considerata «un sacramento… della comunione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (2, citando Lumen Gentium 1). MH spiega questo punto dottrinale nel modo seguente: la Chiesa «abbraccia l’intera famiglia umana e, allo stesso tempo, vive immersa nelle condizioni concrete dei popoli e delle culture» (26). La Chiesa romana è sia la comunità dei fedeli cattolici sia un segno e uno strumento dell’intero genere umano. È sia la Chiesa cattolica romana definita canonicamente, i cui membri sono i battezzati e i comunicandi, sia – sacramentalmente – la rappresentante estesa dell’intera umanità. Questo spiega perché in MH il Papa possa usare un linguaggio cristiano e applicarlo a tutti. I confini tra la Chiesa romana (i cattolici credenti e praticanti) e la Chiesa cattolica (l’intera razza umana) sono fluidi e misteriosi.


In definitiva, il riferimento alle due immagini bibliche di Babele e Neemia, per quanto brillante possa sembrare, è un esempio di applicazione errata della Scrittura. MH vi fa riferimento per rafforzare le affermazioni sulla cattolicità di Roma, per cui il linguaggio cristiano viene utilizzato senza essere governato dai principi biblici e applicato in modo coerente.


Considerazioni finali

«Magnifica Humanitas» è un documento programmatico di Papa Leone XIV che definirà l’orientamento del suo futuro magistero sulle sfide poste dall’intelligenza artificiale. Diventerà sicuramente un punto di riferimento per la SDC. In esso, la saggezza umanistica della Chiesa cattolica romana si manifesta in tutta la sua pienezza. Molte delle intuizioni e delle proposte su come preservare e promuovere la dignità umana in tempi in cui il paradigma tecnocratico sembra prevalere sono già condivise al di là dei confini culturali, istituzionali e religiosi, grazie alla grazia comune. La voce del Papa aggiunge nuova forza al coro di coloro che non vogliono soccombere alla tecnocrazia dell’IA e dovrebbe essere ascoltata da tutti coloro che condividono questa preoccupazione.


Detto questo, la visione teologica di MH è radicata nella concezione cattolica romana dell’interdipendenza tra natura e grazia. Il tema della natura e della grazia non è il messaggio biblico secondo cui tutto è stato creato da Dio, il peccato ha rotto tutto e in Cristo (incarnazione ed espiazione) c’è l’unica speranza di redenzione. Al contrario, sebbene riconosciuto da MH, il peccato ha solo indebolito la capacità dell’umanità di cooperare con la grazia per essere elevata da essa. La bontà umana, per quanto ferita, è ancora ciò che contraddistingue tutti gli uomini e le donne e costituisce lo sfondo dell’appello dell’enciclica a lavorare insieme per la giustizia e la pace.


Il linguaggio utilizzato è cristiano dal punto di vista lessicale, ma il significato è di stampo cattolico romano piuttosto che biblico. Ciò comporta, nel migliore dei casi, un’ambiguità dottrinale, se non addirittura un errore teologico. Se si è alla ricerca della saggezza biblica per affrontare le sfide poste dall’intelligenza artificiale, è necessario cercare altrove.[8]

[1]: Anche se MH è firmata da un papa agostiniano, la teoria agostiniana della “guerra giusta” è considerata superata (192). Un agostiniano contro Agostino!

[2]: Analisi peraltro anticipate nel documento del Dicastero per la Dottrina della Fede – Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Nota Antiqua et nova (14 gennaio 2025).

[3]: Quinting McGrath, Gretchen Huizinga, John Dyer, Mark Graves, “AI, Ethics, and Trust: A Biblically Grounded Christian Position” (2025). Questa relazione è stata tenuta all’assemblea generale dell’Alleanza Evangelica Mondiale (2025).

 [4]“AI Ethics and the Great Commission”, Lausanne Global Analysis (2025).

[5]: Gregg Allison ha utilmente parlato di “interdipendenza tra natura e grazia” e di “interconnessione tra Cristo e la chiesa”: Roman Catholic Theology and Practice. An Evangelical Assessment, Wheaton, Crossway 2014, pp. 42-67.


[6]: L’insegnamento cattolico sul peccato è riassunto nel Catechismo della chiesa cattolica (1992), nn. 1849-1875. Nell’indicare la radice del problema, MH parla di “strutture di peccato” (36, 79), cioè “meccanismi, assetti economici e culturali che producono disuguaglianza quasi automaticamente”, ma non fa alcun riferimento al peccato personale.

[7]Stephen J. Duffy, The Grace Horizon. Nature and Grace in Modern Catholic Thought, Collegeville, Liturgical Press 1992. La teologia romana non distingue tra “grazia commune” e “grazia speciale”.

[8]: Cfr. le note 2 e 3 per risorse evangeliche. Le Giornate teologiche 2026 dell’IFED saranno su: “La testimonianza cristiana nell’era digitale” (Padova, 11-12 settembre 2026).