Cristiani della soglia? In realtà o di qua o di là

 
 

“Sono cattolico ma non vado in chiesa”. “Sono cattolico ma a modo mio”. Quante volte abbiamo sentito ripetere queste frasi da amici o conoscenti. Sono persone che, mentre continuano a identificarsi con un’identità religiosa vagamente intesa, non rientrano nei canoni tradizionali associati alla pratica della stessa. 


In Italia e nel mondo sono molti i diversamente cattolici. Un tempo si chiamavano cristiani “nominali”, “non praticanti” … Il libro di Livio Tonello, teologo pastoralista cattolico a Padova, Il respiro di Dio. Tra i cristiani “della soglia, Padova, Messaggero 2026, li chiama i cristiani “della soglia”.


La soglia è quello spazio intermedio tra il dentro e il fuori che, in genere, viene attraversato per passare da una posizione all’altra. Sulla soglia non si staziona. Eppure, molti cattolici, invece di transitare dalla soglia, ne fanno il loro luogo stanziale. Rimangono lì. Né fuori, né dentro. 


Tonello descrive così il cristiano della soglia: “Non è meno credente di un tempo, ma diversamente; non è meno spirituale, ma non dentro una istituzione; non è meno bisognoso di segni e di riti, ma refrattario alla continuità. Chiamiamo ‘cristiani della soglia’ quelle identità smarrite ma comunque in ricerca; diffidenti rispetto all’istituzione ma aperte al mistero; indifferenti ma non ostili; distratte ma non precluse” (10).


Anche il recente fenomeno del “quiet revival” nei Paesi del Nord Europa, al netto dei numeri gonfiati, non sembra riportare la gente alla pratica confessionale tradizionale, ma semmai a muoversi dentro la soglia della ricerca del sacro. È uno movimento interno ad essa.


La cultura cattolica da tempo cerca di decodificare questo fenomeno e di rispondervi aggiornando la pastorale. Tonello si interroga su tre immagini dell’umano: “homo viator”, “homo religiosus” e “homo peregrinus”. 


Le persone sono per definizione in cammino; solo che il tracciato è diventato eclettico e non prestabilito. Quanto alla religiosità, essa permane come tratto costitutivo (“homo naturaliter religiosus”) ma i codici della confessionalità sono rimpiazzati da quelli più fluidi della spiritualità olistica. Infine, il pellegrinaggio è un’altra cifra della vita, solo che l’uomo contemporaneo diventato più nomade o vagabondo che pellegrino. La meta del cammino non c’è (più).


Sulla scia dell’appello di Papa Francesco ad essere una “chiesa in uscita”, Tonello cerca di tracciare le linee di una pastorale cattolica della frontiera che intercetti i movimenti sulla soglia e all’interno della zona grigia della credenza. Il cattolicesimo ha alcune carte da giocare per intercettare i cristiani della soglia: i pellegrinaggi medievali ora tornati di moda, i santuari come luoghi di spiritualità, i riti e le devozioni che consentono partecipazioni differenziate, gli oratori come spazi di socialità, la presenza online che invita al dialogo, ecc.


L’approccio è morbido: si tratta “di prospettare una cristianesimo che si fa cultura senza proporsi come controcultura” (123). Non sfidare, ma accomodare. Non scuotere, ma assecondare. Non invitare a scegliere, ma incoraggiare l’ibridismo. 


Dietro c’è una concezione intera di cristianesimo intrisa di sacramentalismo. Per il cattolicesimo, infatti, anche i cristiani della soglia sono persone che esprimono “una spiritualità del sacerdozio battesimale vissuto nel quotidiano” (174). 


In altre parole, sono già dentro un cammino di grazia che va accompagnato. Il cammino sacramentale, iniziato col battesimo, è comunque attivo anche nello spazio della soglia. Nelle varie sfaccettature della soglia, “permane una modalità di essere Chiesa ma senza estraneazioni, perché lo Spirito si manifesta in soggettività diverse, singole e collettive, il cui culmine è la soggettività eucaristica” (66).


Tradotto: dal battesimo in poi uno è cristiano e sempre lo rimane; l’eucaristia (cioè il sacramento centrale) è solo il culmine della vita cristiana, ma ci sono infinite altre possibilità di viverla diversamente, anche fuori dalle credenze e pratiche tradizionali. Una volta attivato dal battesimo, il cristianesimo è un continuum variabile ed in divenire. Se prima del Vaticano II, il cattolicesimo presidiava i confini incoraggiando un cattolicesimo identitario, oggi legittima le soglie e, anzi, le considera un luogo permanente dove ciascuno può trovare la propria nicchia.


Diversa è la concezione evangelica della fede confessante: rispetto al regno di Dio, o si è dentro per conversione a Cristo o si è fuori anche se nominalmente “cristiani” e occasionalmente collegate alla chiesa. O di qua o di là. Per l’evangelo la soglia è un luogo di passaggio, non di stazionamento. È un transito che si percorre in una sola direzione, non una piattaforma dove si rimane nel tempo. Un conto è allestire “verande” in cui invitare le persone a esplorare il cristianesimo, altro è incoraggiare aree di bivacco permanente.


Evangelico sulla soglia è un ossimoro. Si può essere simpatizzanti, si può essere in ricerca, si può essere titubanti, si può essere perplessi, … ma o si è di qua o di là. Se non vuole stare sulla soglia e non attraversarla, in realtà è ancora di là. La chiesa è formata da discepoli di Cristo, non da battezzati sulla soglia.


Con gentilezza, tatto e pazienza, a tutti va ricordato che il cristianesimo non è una religione prêt-à-porter, né una poketeria qualunque. O si abbraccia l’evangelo nei termini dell’evangelo stesso o lo si respinge. Non è il battesimo che salva, è Cristo che converte i cuori, non portandoli a mettere radici nella soglia, ma chiamandoli ad entrare definitivamente nel suo regno.