Chiese con “veranda”. Spazi per incontrare le persone in ricerca

 
 

Le metafore danno a pensare. Recentemente, mi ha dato a pensare l’immagine della “veranda” (inglese: porch, che può essere tradotto anche con “portico”) applicata alla vita della chiesa. Ne parla Tim Keller nell’articolo “Lemonade on the porch: the Gospel in a post-Christendom society” (2023) e ne ha recentemente parlato anche James Englinton, professore di teologia sistematica al New College di Edimburgo, in un seminario tenuto alla conferenza della Gospel Coalition del 2025.


Cosa vuol dire una chiesa con veranda? La veranda è uno spazio connesso alla casa dove si può sperimentare qualcosa del clima della casa senza essere ancora entrati in essa. È uno spazio di incontro protetto e gradevole dove si possono avere conversazioni, gustare la compagnia di persone, senza ancora essere introdotti nell’intimità della casa. 


Fuor di metafora, la chiesa con veranda è una chiesa che ha spazi intenzionali di incontro con persone in cammino e alla ricerca. Non si tratta di un ambiente fisico, ma di un luogo relazionale dove si può vedere il vangelo all’opera, non ancora nel contesto del culto cristiano, ma in uno spazio prossimo dove vedere credenti interagire tra loro e credenti e non credenti fare delle attività comuni in modo che si creino opportunità di parlare e di fare domande.


La metafora della veranda non è originale. Salvo errori, il primo ad usarne una simile nel mondo protestante fu Abraham Kuyper (1837-1920) in una serie di articoli poi confluiti nel primo volume della raccolta Pro Rege. All’inizio del XX secolo, Kuyper si interrogava sulla perdita di presa della cristianità sulla cultura occidentale e su come le chiese si sarebbero mosse in un contesto non più “protetto” da una cultura favorevole ai valori cristiani. Riprese allora l’immagine del “cortile” del secondo tempio a cui potevano accedere anche gli “stranieri” interessati al culto d’Israele. Il tempio in sé era accessibile solo ai giudei, il cortile a tutti. Ecco, Kuyper disse che le chiese avrebbero dovuto aprire dei “cortili” per accogliere coloro che avessero mostrato interesse per la fede e dove far loro gustare qualcosa di essa. [1]


Prendendo spunto dalla metafora di Kuyper, Keller ha tradotto il richiamo al cortile in uno alla “veranda”.  Scrive Keller: “Utilizziamo questa metafora per descrivere un luogo in cui le persone vengono a contatto con il cristianesimo in modo sia informativo che positivo, al di fuori delle normali funzioni religiose e dei corsi di formazione. Quando parlo di ‘luogo’, non mi riferisco necessariamente a uno spazio fisico (sebbene possa esserlo), ma a un insieme di relazioni. In questo spazio, i non credenti non si sentono intrusi, né spettatori tollerati, ma partecipanti amati e accettati.

Ancora Keller: “Sulle verande le persone sono regolarmente esposte al cristianesimo in almeno tre modi: 

(1) Hanno la possibilità di vederlo. Ciò accade quando viene incarnato nella vita dei singoli cristiani, ma può anche consistere in espressioni visibili del cristianesimo, che si tratti di un servizio alla comunità (come la cura dei poveri), di arte (come la letteratura, la musica o il teatro) o di istruzione (come una scuola cristiana). 


(2) Devono essere incoraggiate a metterlo in discussione. Ciò accade quando i cristiani presenti ascoltano attentamente, pazientemente e con grande rispetto i dubbi e le domande dei non credenti, e rispondono con umiltà e riflessione. Naturalmente, il mettere in discussione è reciproco. Sulle verande, le potenti e indiscusse narrazioni culturali – "siamo intolleranti solo all'intolleranza" e "bisogna sempre essere fedeli a se stessi" – vengono pazientemente interrogate. 


(3) Infine, devono avere la possibilità di ascoltarlo. Questo accade quando il cristianesimo viene presentato nel loro linguaggio e nel loro vocabolario (anziché nel gergo specialistico dei cristiani), e come risposta alle domande che più stanno a cuore, realizzando le loro più grandi aspirazioni e speranze meglio delle loro intuizioni e convinzioni”.

In concreto, cosa significa per le chiese avere una veranda? Intanto, si tratta di sviluppare una cultura ecclesiale dell’accoglienza e dell’ospitalità in cui poter invitare le persone e non respingerle. Poi, si tratta di aprire spazi intenzionali di relazione con persone non credenti tramite attività culturali, mostre d’arte, servizi per il vicinato, ecc. Sono queste verande i luoghi in cui le persone possono vedere l’evangelo all’opera ed essere attratte ad avvicinarsi ancor di più all’evangelo.


La chiesa non è una veranda, nel senso che non deve perdere il suo fuoco che è l’adorazione, l’ascolto della parola, gli ordinamenti e il discepolato per i credenti. La distinzione tra credenti e non credenti va mantenuta se una chiesa vuole essere evangelica e non di popolo, cioè nominale o moltitudinista. Ciò detto, una chiesa votata alla missione necessita di una veranda dove accogliere le persone in ricerca aprendo spazi relazionali di testimonianza creativa e invitante.

[1]: Da notare che la Chiesa cattolica, sotto la regia del Cardinal Ravasi, ha lanciato nel 2009 l’iniziativa del “Cortile dei gentili” come luogo di incontro con la cultura laica e le altre culture religiose. Le intenzioni di questo “cortile” sono di mostrare la cattolicità della Chiesa di Roma che è in grado di assorbire in sé varie credenze.