Morti per cause giuste. Sono loro i martiri del XXI secolo?

 
 

Ogni giorno nel mondo 13 cristiani perdono la vita a causa della loro fede. Secondo i dati di Porte Aperte, la persecuzione dei cristiani nel mondo è in continuo aumento. Per indagare sul “fenomeno del martirio contemporaneo”, lo scorso 15 settembre il mondo cattolico ha organizzato il convegno “Il XXI secolo: un nuovo tempo di martiri?” presso l’Augustinianum di Roma.


Pur non avendo dato spazio a voci esterne al mondo cattolico, il convegno ha insistito molto sulla persecuzione come motore principale per l’ecumenismo. Nell’udienza ai partecipanti, Papa Leone XIV ha dichiarato che la denominazione “testimoni della fede” vuole indicare una categoria più ampia, distinta dai martiri dei quali è in corso la causa di beatificazione e da coloro che sono ufficialmente iscritti nel catalogo dei Beati e dei Santi. Nella storia della chiesa, infatti, i martiri, cioè coloro che sono morti uccisi per non rinnegare la loro fede avendo ricevuto il sacramento del battesimo cattolico, venivano canonizzati e resi Santi. 


Ad oggi, la definizione si è allargata; i confini sono resi sfumati e durante il convengo più volte è ritornato il riferimento alla “magnifica umanità” rappresentata da coloro che muoiono per giuste cause, riconducendo anche le loro vite ad una non meglio precisata testimonianza. 


L’approccio “ecumenico” al martirio era cominciato in vista del Giubileo del 2000 quando il Papa Giovanni Paolo II istituì una prima commissione per censire i cristiani uccisi nel XX secolo. Vennero raccolti, all’epoca, 12.000 dossier di quelli che furono definiti i "militi ignoti della grande causa di Dio" e il 7 maggio 2000 si ebbe al Colosseo una liturgia ecumenica che unì cattolici, ortodossi e protestanti storici nel ricordo del martirio contemporaneo (noto come l'“ecumenismo del sangue”). 


A riprendere l’iniziativa è stato Papa Francesco che, nel 2023, istituì in maniera permanente la commissione dei Nuovi Martiri-Testimoni della fede presso il dicastero delle Cause dei Santi, che da allora tiene aggiornati dati, liste e resoconti raccolti sui territori fungendo da osservatorio permanente. 


Lo storico Andrea Ricciardi, Vicepresidente della Commissione, facendo una breve ricognizione storica e geo-politica, ha ricordato che il nuovo millennio si è aperto e sta proseguendo con l’inasprimento delle condizioni dei cristiani in molte parti del mondo. I regimi totalitari di diversa natura non solo limitano fortemente la libertà religiosa dei cristiani, ma predispongono le condizioni per violenze e uccisioni. Le instabilità sociali-politiche e i conflitti etnici nell’Africa Sub subsahariana provocano decine di morti ogni anno. L’islam radicale in tutto il Medio Oriente e in diversi Paesi africani è una delle prime cause di morte dei cristiani perseguitati. Infine, i narco-Stati in America Latina, dove i gruppi armati prendono di mira i cristiani che si oppongono ai sistemi di corruzione, rappresentano un altro focolare di persecuzione. 


Il martirio contemporaneo è stato quindi identificato come multifattoriale, in rapida ascesa e dai contorni più fluidi del passato. Sono stati infatti citati coloro che sono morti durante la pandemia svolgendo il loro lavoro di cura con dedizione e i morti per violenza in contesti religiosi. Un’intera sessione è stata dedicata a coloro che muoiono portando avanti cause di difesa dei poveri e del creato.

Se è vero che, in molti Paesi non occidentali, i confini tra le diverse confessioni cristiane si fanno molto più sfumati e che, agli occhi dei persecutori, i cristiani sono spesso considerati indistintamente come un unico gruppo, questa nuova concezione cattolica del martirio sembra tuttavia ampliare ulteriormente la prospettiva. Essa include coloro che, nelle parole di Leone XIV, «donano la vita per la giustizia, la verità, la pace, la libertà» e che «hanno contribuito efficacemente all’avvento dei cieli nuovi e della terra nuova, che attendiamo fiduciosi dalla misericordia di Dio».


In questo modo, l’attenzione sembra spostarsi dalla testimonianza resa a Cristo attraverso la fede vissuta fino alla disponibilità a dare la propria vita per il Vangelo, verso l’impegno a realizzare, attraverso valori riconducibili al cristianesimo, una forma di regno di Dio già presente nel mondo. 


Quindi, mentre la terminologia resta quella tradizionale di “martire”, la testimonianza resa a Cristo e al Vangelo resta come criterio solo per l’eventuale processo di canonizzazione; invece, chi incontra la morte battendosi per “buone cause”, è considerato “testimone”. 


L’accento continuo sulla “magnifica umanità” di Papa Leone e l’eco dell’enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco, quindi, si riversano anche nella definizione di martire e martirio, e contribuiscono a rafforzare la prospettiva universalista del cattolicesimo. 


Ci sono due problemi con tutto ciò. Intanto, per la Scrittura il “martire” è il discepolo di Cristo che dà testimonianza della fede in vita e in morte. Non c’è bisogno di canonizzarlo e men che meno considerarlo poi un mediatore a cui rivolgere preghiere e atti di venerazione. Ora, con l’evoluzione “cattolica” della figura del martire, si aggiunge un altro problema. Il rischio è che si perda la definizione cristiana di “martire” a favore dell’esaltazione della bontà umana e della buona predisposizione a rendere questo mondo un posto migliore dando quindi l’impressione che tutte le “brave persone” sono in modo esplicito o anonimo, cosciente o ignaro, “martiri-testimoni”. 


Pur apprezzando tutto il bene che le persone fanno e possono fare, meglio attenersi alla visione biblica del martire in quanto discepolo di Cristo che dà testimonianza della fede in vita e in morte, non una “brava persona” qualunque.