Né padrone, né peluche. Serve il papà educativo

 
 

All’interno della bellissima sala dalla volta affrescata del settecentesco Palazzo Cavallerini Lazzaroni a pochi metri da Piazza Argentina, presso l’iconica libreria Spazio Sette Ubik, un noto educatore e padre romano invoca una parola di speranza da uno dei più famosi pedagogisti italiani contemporanei.

Si apre così la presentazione, moderata da Massimo Guidotti fondatore e direttore del Celio Azzurro, dell’ultimo libro di Daniele Novara direttore del famoso “Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti” di Milano e Piacenza, Il papà peluche non serve a nulla. Il padre educativo: la nuova figura di cui i figli hanno bisogno, Milano, Rizzoli 2026. 

Novara esordisce descrivendo una seria mutazione in corso riguardo la figura del padre. In passato, il padre non aveva bisogno di giustificarsi; espressioni come “Quando torna tuo padre, vedrai cosa ti succede!” o “Un padre che non picchia è un cattivo padre!” fungevano da sostegno alla figura del padre. Poteva essere alcolizzato, dedito al gioco d’azzardo o anche infedele, ma la società in quanto sistema, anche a partire dalle madri, ne sosteneva il ruolo. Era il padre padrone, autoritario che, seppure assente per gran parte della vita dei figli, dettava le regole e le faceva rispettare anche usando la forza.


Poi, è arrivata l’epoca della televisione commerciale e della cultura narcisistica. Se prima il narcisismo era considerato una malattia, ora è un modo di essere: è l’epoca dell’auto affermazione del “ciascuno fa squadra con sé stesso”. In questa fase si è assistito a una mutazione nella figura del padre e, come spesso accade in epoche di grandi cambiamenti, l’idea è fare il contrario di quanto si è fatto prima: non conta più l’autorità o la responsabilità; bisogna essere accattivanti, confortevoli, simpatici... Il padre si pone il problema di essere presente, di mostrarsi empatico, di diventare amico. Il padre assente si supera con il padre presente, il rapporto violento o distaccato con la sola positività, il gioco, l’ascolto ossessionato, con un ribaltamento del rapporto padre-figlio. Nasce così il papà peluche – la cui funzione è essenzialmente l’assecondamento totale delle richieste dei figli. 


Tutto ciò è un’idea balorda – secondo Novara – perché, come due facce di una stessa moneta, la situazione educativa non cambia, il problema rimane irrisolto perché entrambi i modelli sono diseducativi. Dapprima il perpetrarsi di situazioni oppressive, violente o lesive della dignità personale, successivamente l’alimentare una generazione ansiosa, tecnodipendente e priva di freni inibitori. Servono allora padri di qualità che recuperino il senso pieno del loro ruolo.


La natura stessa, infatti, impone al padre la funzione di limite perché per crescere c’è bisogno di incontrare una forza che ti resiste. Non ci può essere una relazione di pura e semplice accoglienza, servono anche regole, limiti chiari e il coraggio di affrontare le sfide, le ansie, le paure e le difficoltà della vita che non vanno nascoste tantomeno negate. Non basta la presenza: ci vuole una funzione diversa.

Per affrontare il recente problema dei coltelli nelle tasche dei ragazzi, del crescente scarso rendimento scolastico dei ragazzini che anziché riposare trascorrono notti insonni sui social o davanti ai videogame, della sempre maggiore dipendenza da smartphone, serve il padre educativo, che coniughi limiti e coraggio, favorendo lo sviluppo di tutte le competenze necessarie alla vita.


Questo nuovo padre però necessita di un sistema che lo supporti, a partire dalle madri. Senza la fiducia delle madri, i padri non possono farcela - ciò vale anche per i genitori separati. La madre deve assecondare il padre in questo movimento; quando impone dei limiti ai figli o quando li sprona ad affrontare le loro sfide con coraggio. 


Ci vogliono, per questo, regole condivise, un progetto educativo, un gioco di squadra. Tutto ciò è molto difficile, specie se le mamme non si fidano dei padri perché vivono ossessionate dall’immagine fallimentare dei propri padri. 


Se la cultura narcisistica ha superato il padre padrone favorendo l’insorgenza del (non soddisfacente) padre peluche, il padre educativo ha bisogno di una solida cultura del limite e della responsabilità che, come lo stesso autore ha ammesso, in Italia non c’è. La cultura dominante odia il limite e desidera espandere l’egocentrismo all’infinito; perciò, sarà respingente nei confronti dei padri educativi. La soluzione però, secondo l’autore, non è non fare figli e sostituirli con un animale domestico, ma piuttosto costruire comunità di supporto reciproco che scelgano un’educazione più rigorosa.


A orecchie evangeliche, le parole di Daniele Novara, con la sua personalità leggera ma profonda, sono certamente una voce positiva che rompe un trend culturale, gettando luce sul bisogno di una relazione paterna di tipo diverso. Eppure, è davvero sufficiente la buona volontà per uscire dalla giostra del “vano modo di vivere tramandatoci dai padri” (1 Pietro 1,18)?


L’Evangelo afferma che una cultura della responsabilità, che valorizza il limite come atto d’amore necessario a far fiorire la vita da un terreno pieno di spine e rovi, può nascere solo da uomini e donne che hanno prima di tutto riconosciuto di essere figli ribelli e disorientati e che hanno bisogno del Padre educativo per eccellenza: un Padre autorevole ma non autoritario, giusto ma misericordioso, totalmente altro ma sempre presente; un Padre che corregge, insegna, indirizza e incoraggia con fermezza e al tempo stesso grazia: Dio Padre che in Cristo ci ha riscattati dal nostro vano modo di vivere che abbiamo ereditato dai nostri genitori.


Inoltre, l'Evangelo non ha remore nel considerare i figli come un dono da parte del Signore nel contesto per eccellenza di gioco di squadra: il patto matrimoniale, in cui il padre e la madre, pari in dignità e con ruoli differenziati, si uniscono pubblicamente per un progetto educativo comune, condiviso e portato avanti con i propri talenti, predisposizioni e risorse (come peraltro riconosciuto anche dal nostro codice civile). 


Le comunità evangeliche devono essere in prima linea nel sostenere, in ogni modo possibile e con grande creatività, non solo tutti i padri che scelgono di abbracciare responsabilmente il proprio ruolo educativo, ma anche la coppia come luogo privilegiato, ancorché imperfetto, in cui questo gioco di squadra possa svolgersi per il bene di ogni generazione e dell’intera società.