Un sogno mirabile. Echi di Somnium 2026
Durante questo luglio, dal 13 al 18, si è tenuta la sesta edizione (estiva) di Somnium, un’iniziativa, nata nel 2022, che offre occasioni di studio e svago a credenti di diverse chiese evangeliche italiane, per sviluppare e mantenere una prospettiva veramente evangelica per la propria vita personale, professionale, ecclesiale e sociale.
Le lezioni hanno riguardato il difficile e controverso rapporto tra fede e cultura, tema all’uopo scelto vista la località del campeggio: Amsterdam. Importante capitale europea ma anche culla della Riforma durante il sedicesimo e il diciassettesimo secolo, con importantissimi risvolti anche durante i secoli diciannovesimo e ventesimo. I Paesi Bassi, con particolare riferimento proprio ad Amsterdam, sono infatti stata la patria di grandi pensatori cristiani come Guillaume Groen van Prinsterer (1801–1876), Abraham Kuyper (1837–1920), Herman Bavinck (1854–1921), Herman Dooyeweerd (1894–1977) e Cornelius Van Til (1895–1987), di cui, per la grazia di Dio, anche in Italia possiamo, infine, riceverne l’eredità.
E quale eredità! Un’eredità che, come hanno potuto scoprire i partecipanti, è decisamente in linea con la visione del mondo, le prospettive e le scelte di Daniele e Giuseppe, perché il Dio nel quale questi personaggi hanno creduto ed hanno servito è lo stesso eterno Iddio rivelatosi nelle Scritture, che chiama delle persone a fare delle scelte radicali, a livello del cuore, per affermare ad ogni livello il principio fondante la loro fede: Gesù è il Signore. A tal fine, sono sostanzialmente quattro le indicazioni ricevute.
1. Possiamo riconoscere che siamo in esilio
Siccome ogni credente è cittadino del Regno dei cieli (Col 1,13; Fil 3,20), siccome ogni credente non era parte di un popolo ma ora è parte del popolo di Dio (1 P 2,10), siccome ogni credente è pellegrino e disperso su questa terra, pur attendendo e appartenendo già alla città di Dio (Eb 11,10,13; 1 P 2,11) ecco che là dove vive la sua vita, risulta essere nella stessa situazione in cui versava Daniele a Babilonia: in esilio.
Afferrare e fare propria questa realtà, collocarsi in tale comprensione di sé, è assolutamente necessario se si vuole fare i conti con la rappresentazione che offre Daniele capitolo primo. Lui si ritrova in un mondo diverso dal suo e viene chiamato a svolgere un servizio presso il palazzo del re. Qui gli viene insegnata una cultura completamente diversa da quella dei suoi padri e del Dio del patto: gli viene cambiato il nome, gli vengono insegnate la lingua, le tradizioni ed i costumi babilonesi e questa vera e propria rieducazione dura ben tre anni.
Cosa fare in una simile situazione? Daniele deve scegliere se ritirarsi da tutto questo, dicendo un clamoroso “no” a tutto quanto gli viene offerto, oppure accettare taluni compromessi, oppure rinunciare completamente alla propria identità e lasciarsi rieducare in tutto e per tutto.
Ciò con cui i partecipanti al campeggio hanno dovuto fare i conti è proprio questa scelta di Daniele: è pronto a condividere la storia di Babilonia, ma non è pronto ad abdicare alla sua storia. Lui c’è a Babilonia, in quella reggia ci può stare, può studiare la lingua dei Caldei e può farlo pienamente, non in modo scisso o formale. Nel medesimo tempo, però, nel suo cuore, la sua storia non viene cancellata, lui appartiene ad essa. Sì, paga un tributo al re, ma non rompe il patto con il suo Dio. Questo è, in fondo, l’idea di una reale e totale dipendenza da Dio.
Conseguentemente, i partecipanti si sono dovuti domandare se, forse, in più di un’occasione siano stati tentati dalla strada della sotto-cultura evangelica. Forse, pur inseriti da Dio in una città, non hanno vissuto per il suo bene (Ger 29,7) ma si sono come rintanati o ritirati nella loro chiesa, famiglia, cerchia di amici credenti, pensando che Dio non fosse abbastanza grande da lavorare anche nel cuore dei pagani. L’impegno è stato forse solo quello per una fede meramente personale, intima, che, per quanto necessaria, risulta incapace di relazionarsi con la realtà culturale attorno. Forse si è detto “no” a tutto, pensando così di restare fedeli a Dio, quando invece si sono perse occasioni per estendere il suo Regno, per servirlo ed anche per ringraziarlo.
È stato bello realizzare che Dio non è il rifugio dell’ignoranza ma la sorgente della sapienza (Proverbi 1). Ecco perché è possibile servire Dio anche al di fuori di vocazioni “ecclesiali”.
2. Possiamo riconoscere che siamo tutti servitori
Daniele ha coscienza di trovarsi in un conflitto. La cultura in cui si è immersi esiste. Rinunciare a confrontarsi con essa è già, di per sé, una scelta culturale. Dunque l’idea di non confrontarsi con la cultura è logicamente impraticabile.
Daniele non scappa e, allo stesso tempo, non rinuncia alla propria identità. Accetta molte cose, ma dice “no” ai cibi offerti dal re. Lui è ben consapevole che i cibi in sé non sono nulla di male, il punto per cui dice “no” riguarda l’uso che a Babilonia si faceva del cibo: esso era legato a delle pratiche idolatriche. Sceglie dunque di restare fedele al Dio del patto e per fare questa scelta esercita un reale discernimento, va oltre l’apparenza e realizza che in gioco c’è molto più del cibo: si tratta di servire Dio o di servire gli idoli. Ciò a cui i partecipanti hanno imparato a dover dire “no”, in altre parole, è a quanto minerebbe la loro relazione con Dio.
Così, si sono dovuti chiedere se hanno mai provato ad identificare gli idoli che si trovano nei loro luoghi di lavoro, nelle loro cerchie sociali, nelle associazioni culturali di cui fanno parte. Ma anche, a livello più personale, se hanno mai riflettuto sulla cultura trasmessa loro dalla propria famiglia naturale. È veramente in linea con le categorie del Regno?
3. Possiamo affermare il primato di Cristo in ogni cosa
Un dato fondamentale con cui i partecipanti si sono dovuti scontrare sta nel fatto che la religione non è parte della cultura, bensì la fonda. Se si crede che Gesù è il Signore, seguirà una determinata cultura. Come può ritenersi ch’essa sia compatibile con quella prodotta dagli idoli che impongono la loro signoria su cuori e menti? Daniele è ben consapevole di questo conflitto e sceglie di servire il proprio Dio: trasforma la cultura attorno a lui.
Se non si conosce la cultura – se ci si limita a dire sempre e comunque “no” - non sarà possibile trasformarla. Se non si crede che Cristo abbia delle cose da dire sul linguaggio, sull’arte, sul diritto, sull’educazione, sulla politica, e su ogni altro ambito della cultura, per forza di cose non si potrà seguire l’esempio di Daniele.
Il problema assai grave, emerso dalle lezioni, è che rinunciando ad elaborare una cultura alternativa che affermi realmente il primato di Cristo, ecco che i credenti si ritroveranno a fare propria la cultura elaborata da altri. La sensazione emersa durante le giornate di studio è che gli evangelici abbiano troppi appalti e lavorino poco in proprio. La Bibbia insegna tante volte come sia tragico quando si fanno troppi appalti (1 Sam 13). In altre parole, se non ci si impegna per affermare il primato di Cristo, si affermeranno (passivamente) altri primati e con ciò non solo impedirà al Regno di estendersi, ma contribuirà all’estensione di ciò che gli si contrappone. Ecco perché dire semplicemente “no” non è garanzia di fedeltà a Dio.
Di estremo interesse è stato, poi, osservare i modi con cui Daniele e Giuseppe affermano tale primato: Daniele non cita un versetto quando parla con l’eunuco del re e Giuseppe non si mette a pregare quando propone un piano strategico a faraone per sopravvivere all’imminente carestia.
Citare un versetto, stare in preghiera non sono strumenti sbagliati ma sono certamente insufficienti a reggere un confronto con la cultura circostante. I partecipanti sono stati invitati a fare i conti con la realtà, cioè a considerare davvero i problemi concreti che una loro proposta alternativa dovrebbe risolvere.
Giuseppe fece il giro del paese per rendersi conto della situazione, non rimase nella sua cameretta a pregare, Daniele dialogò serenamente con l’eunuco, non tirò fuori la Torah presumendo questi ne avrebbe magicamente riconosciuto l’autorità. Un tale atteggiamento è possibile in quanto l’impegno a confessare il primato di Cristo è preso come un impegno sacro: convinto ma mite, deciso ma ragionevole, audace ma rispettoso.
Gli esempi concreti che i partecipanti hanno potuto conoscere durante la settimana hanno riguardato Rembrandt, pittore olandese del 1600, e Guillaume Groen van Prinsterer, storico, giurista e politico olandese attivo nel 1800. Entrambi, ciascuno nell’ambito della propria vocazione (una artistica ed una politica), hanno tradotto in cultura il Vangelo di Gesù Cristo.
Ad esempio, durante la visita al museo di Rembrandt (che altro non è che la sua stessa casa!), i partecipanti sono stati confrontati con delle scelte artistiche innovative per il 1600: i personaggi della storia sacra non erano più rappresentati con le aureole, a dimostrare la convinzione che i santi sono i credenti, la luce nei quadri era utilizzata per rappresentare la grazia di Dio che brilla sui volti dei suoi figli, personaggi di colore venivano rappresentanti con le loro effettive fattezze, senza esagerazioni comiche, perché l’autore era convinto che tutti hanno la medesima dignità in quanto creati a immagine di Dio. Queste scelte artistiche hanno prodotto una cultura specificamente biblica nell’ambito della pittura.
Qualcosa di simile si potrebbe dire su Von Pristenerer. Durante una visita all’Aia, i partecipanti hanno avuto modo di visitare il Parlamento olandese, dove questo personaggio servì il Signore, proponendo una visione della Rivoluzione francese assolutamente inedita e nettamente controculturale a quella “mitica” che tutti i partecipanti davano per scontata. Da tale comprensione, Von Pristerer aveva poi elaborato una specifica comprensione delle forme di stato e di governo.
4. Possiamo riconoscere che abbiamo bisogno di guarigione
L’esempio lasciato da Giuseppe ha aiutato i partecipanti a capire che il confronto con la cultura passa anche per intrecci di carattere personale e sistemico. Non è solo la cultura “di fuori” che ha bisogno di essere trasformata, ma è anche quella “di dentro”, la nostra propria cultura. Essere parte di una famiglia credente o di una chiesa evangelica non è garanzia di ragionare in termini autenticamente biblici.
Giuseppe aveva vissuto delle esperienze profondamente traumatiche nella sua vita che avevano lasciato delle ferite nel suo cuore, ma poi la Scrittura fa questa mirabile sintesi: “ma Dio era con lui, lo liberò da ogni sua tribolazione” (Atti 7,10).
I partecipanti al campeggio hanno dovuto prendere coscienza che se l’impegno cristiano nell’ambito culturale manca non è dovuto solo ad un’immagine troppo modesta che si ha di Dio, come se regnasse solo nella chiesa, ma dipende anche da questi intrecci di natura personale, dalla propria biografia, in altre parole, che non è stata sufficientemente ricollocata davanti al Dio vivente e vero che era presente anche prima della conversione.
C’è allora bisogno di sperimentare questa guarigione che sperimentò Giuseppe: lì c’era un uomo che non si è fermato nella sua vita con il Signore, non è rimasto ossessionato dal bisogno di autostima o dalla considerazione dei fratelli, né dal ruolo che avrebbe potuto ricoprire. Non aveva bisogno di essere dominato dall’autocommiserazione, non aveva sentimenti di pessimismo, amarezza o disfattismo: ha fatto i conti con la realtà e non l’ha rigettata, ma vi è rimasto dentro malgrado tutte le ferite della vita. La preoccupazione di Giuseppe non è stata più quella di essere accettato, ma di restare fedele a Dio.
Così, i partecipanti al campeggio hanno ricevuto qualcosa di estremamente prezioso e, come sempre, noblesse oblige.
Vi sono molti altri accenti che sono stati sottolineati durante le relazioni e che non possono essere qui riassunti. Sono comunque state moltissime le occasioni per stare insieme, ragionare e confrontarsi sulle tematiche affrontate, legare nuove amicizie, approfondirne di già esistenti, godere della comunione fraterna e finanche impiegare la propria creatività di gruppo per realizzare dei video che rendessero gli elementi salienti della settimana.
I partecipanti tutti saranno ben felici di condividere quanto appreso con altri credenti disposti ad ampliare i loro orizzonti; d’altro canto, è auspicabile che i pastori delle chiese incoraggino i membri a partecipare a queste occasioni, perché Somnium non ci sarà per sempre, ma di uomini e donne desiderosi di avere dei sogni per Dio ce ne sarà sempre bisogno.