Evangelici e Islam (V). Jonathan Edwards e l'Islam tra eresia "deista" e forza futura
Damasco con Giovanni, Zurigo con Bullinger, e Ginevra con Calvino e Turrettini: questi, per ora, i luoghi dove abbiamo brevemente soggiornato per ascoltare ciò che avevano da dire i nostri interlocutori sull’Islam. Ora è giunto il momento di lasciare il Vecchio Mondo e salpare oltreoceano, precisamente verso il New England del XVIII secolo, dove ci sta aspettando Jonathan Edwards. Ad introdurci nel suo “soggiorno intellettuale” è Gerald R. McDermott con il suo studio “Jonathan Edwards and Islam” pubblicato nella rivista Jonathan Edwards Studies (2016).
Rispetto ad altri intellettuali del 18mo secolo, Edwards si distinse per la sua conoscenza approfondita dell’Islam. Oltre ad avere una copia del Corano, all’epoca non un aspetto scontato, egli consultava regolarmente dizionari ed enciclopedie sulle altre religioni e in particolare sul pensiero islamico, annotando aspetti legati alla sua storia e teologia. Se da un lato, McDermott osserva che Edwards riprende grossomodo le prospettive dei suoi predecessori, ritenendo l’Islam un’eresia cristiana che ha preso in prestito e corrotto alcuni aspetti centrali del cristianesimo, dall’altro, egli sottolinea anche degli approfondimenti interessanti.
Edwards, infatti, utilizza l’Islam per confutare anche un’altra “religione”, cioè il deismo, il movimento nato tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII che promuoveva una fede razionale in un essere supremo creatore dell’universo conoscibile attraverso il solo intelletto umano senza la necessità della rivelazione biblica.
Secondo il teologo americano, Islam e deismo sono facce della stessa medaglia. In entrambi i casi si tratta di movimenti che hanno preso in prestito aspetti del cristianesimo, come l’esistenza di un essere superiore o di un altro libro “sacro”, corrompendoli e creando “fedi” lontane da quella biblica. Essendo l’uomo debole di fronte al peccato e perciò suscettibile di distorcere la verità, non è sufficiente accettare alcuni aspetti spuri della via, ma bisogna continuamente camminare per essa, accettandone ogni elemento fondamentale (Isaia 30,21), consci del fatto che la vera dottrina e la vera spiritualità vanno a braccetto. Questo intreccio, se non coltivato, porta a lungo andare a devianze che si “istituzionalizzano” e si auto-alimentano, appunto come l’Islam e il deismo.
Edwards introduce inoltre due termini per descrivere l’Islam: barbarie e brutalità. Per “barbarie” egli intende affermare che l’Islam scoraggia l’indagine intellettuale e ostacolo lo sviluppo della coscienza. Egli lo contrappone al cristianesimo, che a suo giudizio, era sorto in importanti centri culturali e aveva incoraggiato il ragionamento, la ricerca e l’esame pubblico delle proprie affermazioni. Che dire dell’importante apporto della filosofia medievale? Per Edwards qualunque progresso apparso nella civiltà islamica è stato mutuato dal cristianesimo piuttosto che prodotto autonomamente dall’Islam stesso.
Con il termine “brutalità”, Edwards si riferisce invece all’associazione storica dell’Islam con la conquista militare. Egli contrappone Maometto a Gesù Cristo: il cristianesimo si è diffuso attraverso miracoli pubblicamente attestati, la testimonianza apostolica, la sofferenza e la mitezza, mentre il profeta Maometto non aveva compiuto miracoli pubblicamente verificabili e si era affidato al successo militare. Per il teologo americano, il cristianesimo si fonda su avvenimenti storici quali la risurrezione di Cristo, mentre l’Islam poggia sulla pretesa non verificata di Maometto di aver ricevuto una rivelazione e sul successo delle sue conquiste.
Infine, è curioso osservare l’importanza attribuita all’Islam nella teologia della storia di Edwards. Egli predisse che, all’inizio del XXI secolo, due delle tre forze religiose più formidabili ancora presenti sulla scena sarebbero state il cattolicesimo romano e l’Islam. La terza “forza” sarebbe stato il protestantesimo evangelico. È interessante notare che un secolo dopo, Abraham Kuyper avrebbe elaborato un concetto molto simile nelle sue Lezioni sul calvinismo, affermando che l’Islam, il cattolicesimo romano e il modernismo erano le tre visioni del mondo che stavano modellando la società. Con le sue Lezioni, affermava che la quarta doveva essere e tornare ad essere una visione riformata del mondo.
Edwards riprende quindi elementi dei suoi predecessori e ne aggiunge altri in risposta al proprio contesto “deista”, dedicando anche del tempo per riflettere sui risvolti futuri. Siamo quindi spronati, oltre ad ascoltare le voci del passato, a riflettere sul nostro presente e futuro. Che dire dei sindaci di fede islamica eletti in Europa e negli Stati Uniti come Sadiq Khan (Londra), Ahmed Aboutaleb (Rotterdam) e Zohran Mamdani (New York)? Si tratta di “barbari” o, essendo cresciuti in Occidente, la loro mentalità è stata mutuata da valori nominalmente cristiani? C’è quindi una differenza di cui tener conto?
Che dire del futuro? Ai tempi di Edwards (e di Kuyper) i musulmani erano in larga parte geograficamente “delimitati” e “distanti”; ora, interagiamo quasi giornalmente con persone provenienti da diversi tipi di Islam (da quello più conservatore a quello più progressista). È quindi evidente come più si va avanti e più sarà necessario confrontarsi ancora più seriamente con il pensiero islamico e su come esso sta modellando e modellerà una larga fetta della società.
(continua)
Della stessa serie:
“Evangelici e Islam (I). Per i cattolici siamo “tutti fratelli”, per gli evangelici?” (9/07/24)
“Evangelici e Islam (II). Il primo contestatore dell’Islam? Giovanni Damasceno” (8/10/24)
“Evangelici e Islam (III). Bullinger, Calvino e la centralità della Trinità” (24/02/25)
“Evangelici e Islam (IV). Turrettini e l’utilizzo della rivelazione generale” (3/07/25)