Con l’eutanasia la Francia prende a martellate la “fraternité” e l’“égalité”
Bisogna riconoscere che il presidente francese Macron ha realizzato le sue promesse elettorali. Nel suo programma c’era il riconoscimento dell’aborto come diritto costituzionale e la legalizzazione dell’eutanasia. Ebbene, ci è riuscito.
Il 15 luglio l’assemblea nazionale francese ha approvato la legge che legalizza l’eutanasia e il suicidio assistito, dopo un travagliato percorso parlamentare e un controverso dibattito pubblico.
Nel commentare l’approvazione della legge, il Comité Protestant évangélique pour la Dignité Humaine (CPEDH) parla di un “messaggio agghiacciante per i più vulnerabili. Inserire il suicidio assistito nell'ordinamento giuridico comunica agli anziani, ai malati e alle persone con disabilità che la loro eutanasia è un'opzione legittima. In quanti si sentiranno in colpa semplicemente per il fatto di esistere?”
Inoltre, si legge nel comunicato che “per la prima volta, la medicina non sarà più chiamata esclusivamente a curare, ma sarà autorizzata a provocare la morte. Prendersi cura non significa uccidere; non si possono fare entrambe le cose”.
Infine, viene sottolineato il fatto che “secondo la Corte dei Conti, viene soddisfatto solo il 50% del fabbisogno di cure palliative. 19 dipartimenti francesi sono ancora privi di un'unità di cure palliative. Legalizzare l'eutanasia prima di garantire un'assistenza adeguata offre una via d'uscita anziché una soluzione”.
Sono le obiezioni comuni all’eutanasia che il CPEDH ha fatto proprie nel reagire al voto francese, dopo avere negli anni contribuito al dibattito pubblico sostenendo il no alla legalizzazione e aiutando le chiese evangeliche a partecipare alle discussioni sul tema in modo informato.
Se allarghiamo lo sguardo agli ultimi 15 anni, oltre all’aborto come diritto costituzionale e ora all’eutanasia legalizzata, la Francia ha introdotto nel 2013 anche il matrimonio egualitario (cioè esteso anche a due persone dello stesso sesso). Si è trattato, allora, di una lenzuolata laicista che ha intaccato alcuni presidi simbolici fondamentali sull’inizio della vita, sul fine vita e su una delle relazioni primarie della vita sociale: il matrimonio. Difficile non vedere l’intenzionalità ideologica dietro questa pervicace azione volta a destrutturare un ordine simbolico prima che culturale e legislativo.
Tornando all’eutanasia, dà a pensare quanto l’introduzione della morte di Stato non sia in linea con i princìpi della “fraternité” e dell’“égalité”, cardini della Rivoluzione francese e iscritti nell’orizzonte ideale della cultura francese contemporanea. Certamente essa è frutto della dilatazione della “liberté” elevata ad autonomia assoluta anche di fronte alla propria morte (e a quella del feto).
È la “liberté” svincolata da altri impegni morali ed esente da limiti che intacca la relazione col prossimo al punto da somministrargli la morte su richiesta, invece di attivare risorse relazionali e medicali che allevino le sofferenze, ma non attraversando la soglia della somministrazione della morte. Più che essere composta da “fratelli” che sono uniti da un patto di cittadinanza, la società diventa il risultato di contratti che vengono eseguiti e di disposizioni unilaterali che vengono attuate da agenti impersonali, ognuno dei quali munito di autonomia assoluta su tutto.
Anche l’“égalité” ne esce compromessa. Nell’attuazione delle leggi eutanasiche nei Paesi che le hanno introdotte è comprovato che, mentre sono pochi i soggetti che la chiedono, sono molti quelli che la subiscono: soggetti incompetenti, malati di cui nessuno si prende cura, anziani soli. Se la soglia simbolica di non dare la morte è attraversata, l’uguaglianza dei cittadini è minata.
Ecco, elevando la “liberté” ad un assoluto si corre il rischio di calpestare la “fraternité” e l’“égalité”, mandando in malora i valori su cui la Francia ha costruito la sua identità moderna. Non è un bel risultato. A vincere non è la laicità, ma l’ideologia del laicismo.