42 pagine perdute della Bibbia?
Nelle ultime settimane, online e su varie piattaforme di social media ha iniziato a circolare una storia che pubblicizza la scoperta di “42 pagine perdute della Bibbia”. Sebbene vi siano stati alcuni resoconti accurati su questa vicenda, la maggior parte degli articoli acchiappaclic può risultare molto fuorviante. [1]
Alcuni, infatti, sono arrivati a usare questa scoperta come prova che il Canone del Nuovo Testamento sarebbe fluido o artificiale e, quindi, inconoscibile. Ma qual è davvero la storia dietro queste pagine bibliche finora perdute e quale impatto, se mai, ha sul Nuovo Testamento che leggiamo oggi?
In realtà, la vicenda dietro queste pagine mancanti non è nemmeno lontanamente così sensazionale come la maggior parte dei titoli vorrebbe far credere. La scoperta è stata annunciata in un articolo accademico nel marzo 2025, ma solo di recente è arrivata all’attenzione dei media generalisti.
La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricercatori dell’Università di Glasgow, guidato dal prof. Grarrick Allen e dalla professoressa Kimberly Fowler. Il loro progetto, in termini generali, era quello di indagare manoscritti greci del Nuovo Testamento che contenessero una forma precoce di divisioni in capitoli e note per i lettori. In ambito accademico, questo è chiamato apparato eutaliano o Euthaliana, dal nome del suo presunto ideatore. [2]
Questa “Euthaliana” veniva applicata alle Epistole paoline e consisteva in introduzioni a ciascun libro, nell’identificazione delle citazioni dell’Antico Testamento presenti in ogni libro e nella suddivisione dei libri in sezioni simili a ciò che oggi potremmo chiamare capitoli, ma basate su temi ritenuti pertinenti. Il manoscritto più antico che contenga l’Euthaliana è datato dalla maggior parte degli studiosi al VI secolo ed è chiamato Codex H.
È questo il manoscritto oggetto dell’indagine del gruppo di Allen e Fowler. Le sue pagine erano state separate e riutilizzate per rilegare altri manoscritti (una pratica comune nei monasteri) e, di conseguenza, sono state ritrovate in pezzi all’interno di molti manoscritti diversi in Francia, Russia e Italia. Queste sono le “pagine perdute” di cui si parla, e provengono tutte dalle epistole paoline che già possediamo nel nostro Nuovo Testamento. Non ci sono libri “nuovi” o “mancanti”.
Ma che cosa significa questo per l’affidabilità del testo delle Epistole paoline che compongono queste pagine finora perdute?
A questo proposito, mi rimetto al professor Allen stesso: "Se ci interessa solo ricostruire il testo degli scritti del Nuovo Testamento così come esistevano in una fase antica (ancora un obiettivo critico valido), allora la storia del Codex H è in gran parte irrilevante, nella misura in cui soltanto il suo testo, indipendentemente dalla sua storia materiale, è rilevante per la produzione di un [testo iniziale del Nuovo Testamento]." [3]
Per chi esamina i manoscritti del Nuovo Testamento e li usa per determinare la forma più antica del testo di ciascun libro (i cosiddetti critici testuali, tra i quali mi annovero), questa scoperta è affascinante, ma non per ragioni che incidano sul testo delle nostre Bibbie moderne.
Esistono già molti manoscritti e frammenti delle Epistole paoline che precedono di secoli il Codex H e che non sono “perduti”. Inoltre, in totale, esistono più di 5.000 manoscritti greci del Nuovo Testamento, con decine di migliaia di altri in altre lingue. Per via di questa abbondanza di materiale, il testo del Nuovo Testamento presenta il più alto grado di attestazione e di affidabilità rispetto a qualunque altro documento antico.
Queste pagine non sono perdute dalla Bibbia, ma da un singolo manoscritto della Bibbia, e noi abbiamo migliaia di altri manoscritti da esaminare. L’importanza di questa scoperta sta nel fatto che offre ai ricercatori uno sguardo su come la Bibbia veniva utilizzata nelle comunità cristiane del passato e su come i lettori si rapportavano al testo.
Molti di noi oggi trovano esempi nelle proprie Bibbie in cui capitoli o versetti sembrano interrompere una sezione di insegnamento nel punto sbagliato. Con manoscritti come il Codex H e altri successivi, possiamo osservare come i lettori più antichi dividevano il testo. Possiamo anche vedere come riconoscevano l’uso dell’Antico Testamento nel Nuovo Testamento e come percepivano i temi delle epistole di Paolo. Per comprendere le realtà storiche del corpo di Cristo, questa scoperta è davvero entusiasmante!
Questo solleva anche un’ulteriore domanda che ho visto porre persino sui social media italiani. E se scoprissimo un’altra epistola verosimilmente dell’apostolo Paolo, ma non presente nel nostro Nuovo Testamento? Riaprirebbe il canone delle Scritture? Come ho sentito dire da una persona: “Se non riapre il canone, allora questo significherebbe che Paolo era ispirato solo occasionalmente”.
Qui dobbiamo innanzitutto definire che cosa intendiamo per ispirazione. Questa parola si trova in 2 Timoteo 3,16 e significa letteralmente “soffiato da Dio”. Biblicamente, questo si riferisce solo alla Scrittura scritta, non a ogni enunciazione umana. Potremmo anche considerare che Pietro parla di uomini “sospinti” dallo Spirito Santo quando parlavano (2 Pt 1,21); e tuttavia dobbiamo riconoscere che neppure questi profeti o gli stessi apostoli venivano “sospinti” dallo Spirito Santo ogni volta che parlavano.
Pertanto, dovrebbe essere perfettamente accettabile per i cristiani credere che, mentre le epistole canoniche di Paolo sono “soffiate da Dio”, questo non si estende a tutto ciò che egli possa aver detto o scritto.
Infine, dobbiamo comprendere che cos’è il Canone del Nuovo Testamento. Non è un elenco di libri selezionati o determinati da concili ecclesiastici. La verità storica è che nessun concilio ecumenico nella storia della chiesa ha mai pronunciato una decisione sui libri della Bibbia prima del Concilio di Trento nel XVI secolo.
Piuttosto, quando si esamina l’uso dei libri del Nuovo Testamento nel corso della storia della chiesa, emerge una coerenza. Altri libri sono conosciuti, ma respinti, mentre quelli che chiamiamo Canone sono stati mantenuti. Già negli scritti di Origene (III secolo) troviamo elenchi prodotti da singoli autori che riportano le Scritture cristiane accettate e, con la rara eccezione di libri come 2 e 3 Giovanni o 2 Pietro, il Canone ha sempre avuto lo stesso aspetto.
Perché? Perché i libri che si trovano nel Canone sono quelli che possiedono lo Spirito (o il soffio) di Dio, riconosciuti dalla chiesa che è abitata da quello stesso Spirito. Il popolo di Dio non ha determinato il Canone della Scrittura; lo ha semplicemente riconosciuto. Un altro modo di dirlo potrebbe essere che la chiesa non ha conferito autorità al Canone della Scrittura, ma si è sottomessa all’autorità di Dio già presente nel Canone.
Per quanto riguarda la possibilità di scoprire una nuova epistola paolina, non avremmo bisogno di riaprire il Canone, per il semplice fatto che la sua assenza dalla storia è prova della sua mancanza di autorità.
In conclusione, i cristiani possono e dovrebbero riposare nell’assicurazione che la Bibbia che possiedono oggi non solo è stata trasmessa con accuratezza nel corso della storia, ma è anche provvidenzialmente completa nella sua interezza.
[1]: Per un’analisi approfondita in inglese, si veda l’intervista al Prof. Daniel Wallace: https://www.youtube.com/watch?v=Ya7afYSAHfM.
[2]: Questa teoria ha perso credito nella ricerca recente, poiché le prime versioni di questo sistema sono attribuite a Evagrio.
[3]: G.V. Allen and K. Fowler, “The Story of Codes H (GA 015): Manuscript Migration and Primary Sources in Biblical Studies”, JBL 115.1 (2025): 188.