WASH, l’acqua come bene prezioso e l’impegno evangelico
WASH (Water, Sanitation & Hygiene) è una strategia internazionale per garantire accesso economico e sostenibile all’acqua, a servizi sanitari e all’igiene. Questa rete di associazioni, ONG, organismi religiosi, ecc. affronta così il grave problema di mancanza di accesso ad acqua sanificata specialmente in strutture di assistenza medica che affligge svariate parti del mondo e una porzione di popolazione mondiale elevatissima (più di 1/3 delle strutture mediche del mondo).
Dal 22 al 23 aprile si è tenuto a Roma l’ultimo incontro di WASH. Il tentativo di queste conferenze è cercare di passare da approcci individuali e individualistici a un movimento caratterizzato anche da leadership condivisa, collettiva e diffusa. Infatti, WASH è una sfida che va affrontata, per la quale si possono mettere in campo varie soluzioni, il cui impegno deve essere ampliato, e soprattutto è una sfida che non può essere portata avanti da soli, ma con uno sforzo collettivo e congiunto.
Nei vari interventi è emerso che i problemi WASH sono fondamentali e non secondari, che sono legati alla dignità delle persone, che implicano l’aspetto della cura verso e di advocacy per conto di coloro che sono più vulnerabili.
È emerso che il problema è infrastrutturale ma anche pastorale, che è un problema tecnologico ma anche di amministrazione, che è un problema di educazione ma anche di contestualizzazione, che è un problema che si configura come imperativo morale personale ma che richiama anche l’accountability dei policy makers.
È un problema che è una opportunità per dare concretezza alla missione degli uomini e donne di fede, ma che richiede anche una comprensione più profonda e trascendente dell’essere esseri umani.
Come l’acqua ha il potere di unire tutta l’umanità, va recuperato il senso della fratellanza dell’umanità facendo leva sulla necessità di partnership di fiducia, nella consapevolezza che da soli non ce la possiamo fare.
All’incontro di WASH erano rappresentati vari organismi religiosi (cattolici, ecumenici, inter-religiosi) e no, tra cui l’Alleanza Evangelica Mondiale (WEA). Evangelicamente parlando, nello spirito di svariati documenti evangelici raccolti in Dichiarazioni evangeliche I [1]e Dichiarazioni evangeliche II più la recente “Dichiarazione di Seoul” (2025), è stata una occasione per:
- apprezzare la portata, l’attualità e l’urgenza dell’impegno sociale a cui la fede evangelica incoraggia;
- gioire della grazia comune di Dio che suscita in persone appartenenti a visioni del mondo molto diverse in favore della dignità, della difesa, del sostegno dei vulnerabili;
- aprire gli occhi sulla vastità e sulle svariate opportunità di incarnare il mandato a essere sacerdoti, re e profeti mentre si evangelizza e si serve il prossimo, in àmbiti di intervento forse non noti a tutti gli evangelici.
Dire di amare Dio vuol dire necessariamente anche impegnarsi ad amare e prendersi cura di ciò che Dio ama e di cui Lui si prende cura: sono due facce della stessa moneta. [2]
È stata anche però un’occasione per riflettere sul trend soggiacente che investe vari aspetti del (doveroso) impegno sociale. Esso tende, con una retorica altamente inclusiva, a scartare o minimizzare le differenze religiose in favore dell’unità (perché l’unione fa la forza) e ad assimilare a questa o a quell’istituzione (sia essa religiosa o governativa) ogni espressione evangelica di servizio.
L’impegno evangelico, mentre deve essere pronto a interloquire e a collaborare con tutti sulla base di punti d’interesse comuni, non può cedere di fronte alla narrazione che siamo “fratelli tutti” e che le differenze dottrinali sono superate.
In tale senso, occorre recuperare le categorie di Francis Schaeffer (1912-1984) di “cobelligeranza” e “alleanza”: la prima indica la possibilità di collaborazione trasversale su progetti di interesse comune in campo etico e sociale; la seconda riguarda l’unità cristiana tra i nati di nuovo e che è la base della missione comune.
L’impegno evangelico non può ritirarsi da ambiti come questi, che toccano dignità umana, giustizia, salute e cura concreta del prossimo (l’evangelo di Cristo ce lo impone). Tuttavia, non possiamo entrarci come se il terreno fosse neutro o come se le collaborazioni operative non portassero con sé anche implicazioni simboliche, spirituali ed ecclesiali.
Sono sì una benedetta opportunità per misurarci con questi contesti, per dare concretezza alla missione che Cristo ci ha affidato, e per imparare a cooperare anche con altre visioni del mondo. Ma dobbiamo anche imparare ad avere “regole di ingaggio” in linea con l’evangelo e non a farci assimilare alla visione pan-religiosa dell’ecumenismo cattolico e liberale.
[1]: Dichiarazione di Chicago (1973), Patto di Losanna (1974), Impegno di Grand Rapids (1982), Manifesto di Manila (1989) e Impegno di Città del capo (2010), solo per citarne alcuni. In questi (e altri) documenti l’impegno all’evangelizzazione (ruolo profetico) è sempre accompagnato dall’esigenza di un vissuto di fede coerente, santo e regolato (ruolo regale) e dalla prossimità nei confronti del prossimo (ruolo sacerdotale): sono elementi inscindibili di una fede cristiana autentica. Inoltre, richiamano anche all’apertura a fare fronte comune con persone di altre fedi in questioni di impatto sociale (cura dei poveri, cura del creato, lotta alle ingiustizie).
[2]: Anche se i succitati documenti evangelici tengono sempre insieme evangelizzazione e impegno sociale, è vero pure che l’evangelizzazione è reputata non solo come inevitabile, ma come prioritaria.