Alla tavola del Signore, tutt’altro che un “triste intrattenimento”

 
 

“Domenica dopo domenica, in molte chiese la Santa Cena viene celebrata senza una particolare emozione. Non è solennità o gravità ma pomposa e vuota severità. È vissuta come un ‘triste intrattenimento’ (I. Kant) cui sottostare con compunzione e pesantezza. In taluni casi causa d’imbarazzo e di banalizzazioni. In altri persino di ipocrisia”.[1]


Queste parole del prof. Bolognesi mi sono tornate in mente nel prendere in mano il volume di Dario Di Luca, Alla tavola del Signore. Brevi meditazioni sulla Cena del Signore (2026). Si tratta di un libro che contiene una novantina di meditazioni bibliche di massimo 2 pagine l’una sulla Cena del Signore, tutte basate su un versetto dell’AT o del NT e sviluppate come ausilio per la liturgia della presidenza della Cena o per la devozione personale o familiare. 


Nelle parole dell’Autore, “ogni meditazione parte da un versetto biblico e sviluppa un aspetto specifico della comunione con il Signore: la memoria della sua morte, la gioia della sua resurrezione, la gratitudine per la grazia ricevuta, il ravvedimento, la speranza, l’unità della chiesa, l’attesa del suo ritorno” (7).


L’intento non è di fornire uno studio esegetico o un abbozzo sistematico di teologia dell’ordinamento, ma di condividere meditazioni bibliche che possono aiutare a celebrare meglio la Cena del Signore e a gustarne il dono per il credente riunito con la chiesa. 


Quante volte, infatti, il servizio della Cena avviene in modo anonimo o improprio o sconnesso con i segni costitutivi (pane e vino) lasciatici dal Signore? Quanto volte la Cena è un corpo estraneo all’interno del culto che passa più come un atto burocratico da espletare che come uno dei nuclei della vita ecclesiale? Quante volte i visitatori o i simpatizzanti presenti al culto si trovano a partecipare ad un rito che non viene introdotto in senso evangelico, ma lasciato in preda a non-detti o alle tradizioni implicite della chiesa senza che sia un’occasione per apprezzare la “Parola visibile” (Pietro Martire Vermigli) dell’evangelo? Le meditazioni profonde e limpide di Di Luca possono aiutare chi è chiamato a presiedere a svolgere l’incarico con pertinenza biblica.


Inoltre, per quanto riguarda la partecipazione personale alla Cena, il libro può aiutare ad apprezzare l’ampiezza e lo spessore dell’orizzonte biblico della Cena che non è limitato ai testi istitutivi nei vangeli o nella Prima Corinzi, ma include riferimenti sparsi in tutto il canone biblico che convergono nella persona e nell’opera di Gesù Cristo e s’intrecciano nell’ordinamento della Cena. Anche la lettura personale o familiare troverà nel libro delle risorse preziose per apprezzare la ricchezza della tavola del Signore e a desiderare di partecipare per grazia mediante la fede. 


Quando si evoca la Cena del Signore, subito si aprono mille domande dibattute nella storia (sacramento? presenza? …), Di Luca opportunamente scrive che “il punto di vista adottato è quello evangelico, con particolare attenzione alla dimensione memoriale della Cena del Signore. Il pane e il vino sono considerati segni semplici e concreti, attraverso i quali la chiesa ricorda, proclama e contempla l’opera compiuta da Cristo” (7-8).


Il libro è frutto di una vita dedicata allo studio attento e devoto della Scrittura e alla predicazione nelle chiese evangeliche italiane. Leggendolo e meditandolo, si capisce anche l’amore per la chiesa locale riunita e il desiderio di incoraggiarne il culto secondo gli insegnamenti biblici. 


Kant sbagliava: la Cena del Signore non è un “triste intrattenimento”, ma una tavola imbandita per festeggiare la vittoria di Gesù Cristo, morto e risorto per i peccatori, in attesa della festa finale. Sta ad ogni chiesa testimoniarlo.

[1]:  Pietro Bolognesi, “La questione sacramentale”, Studi di teologia N. 62 (2019) p. 161.