C’era una volta l’America … ma Trump non è figlio dei fondamentalismi

 
 

No, non è il film di Sergio Leone. È il titolo dell’incontro promosso dalla chiesa valdese di piazza Cavour di Roma in occasione del 17 febbraio, data simbolica per la storia valdese in quanto ricorda le Lettere Patenti del 1848 con cui Carlo Alberto riconobbe i diritti civili prima ai valdesi e poi agli ebrei. 


Cosa sta succedendo in America? La democrazia è a rischio? Qual è il ruolo delle ali estreme delle religioni in questa fase turbolenta della politica americana e mondiale? Di qui il titolo della serata: “C’era, una volta, l’America… I fondamentalismi politici e religiosi nel mondo di oggi”.


Ad intervenire sono state Pamela Harris, politologa della John Cabot University, americana ed ebrea riformata, e Debora Spini, filosofa politica e valdese di Firenze. Le loro voci hanno dato una personale lettura della crisi. 


Da notare due elementi nel titolo: uno quasi nostalgico di un’America che non c’è più, l’altro l’attribuzione ai “fondamentalismi” (non alle religioni in generale) della responsabilità del deragliamento percepito.


Le chiese protestanti storiche si erano riconosciute grosso modo nel modello di relazione tra politica e religione che è stato prevalente negli USA sino all’emersione del trumpismo. Anche se sposava una forma di “religione civile” e non la laicità alla francese, i protestanti storici si sentivano a loro agio nella variante americana del pluralismo. Ora si sentono disorientate e stentano a riconoscere quel Paese che prima ammiravano.


Il trumpismo e il movimento MAGA sono stati presentati come esempio di strumentalizzazione religiosa della politica: linguaggio messianico, mobilitazione identitaria, promessa di restaurazione di un ordine perduto. In realtà, il discorso pubblico americano (anche quello “democratico” di Clinton e Obama) è sempre stato imbevuto di eccezionalismo e di accarezzamento del mito fondativo della “città posta sul monte”, comunque intrecciato a motivi religiosi e all’immancabile “God bless America”.


Nella lettura proposta nell’incontro, così come il trumpismo, sono molti i governi occidentali che, prendendo spunto da varianti regionali di ideologia MAGA applicata ai loro Paesi, si reggono su “utopie regressive” che guardano ad un presunto glorioso passato a cui tornare ed in cui la religione fungeva da collante sociale e perno identitario. 


È stato sottolineato che la destra evangelica americana è parte integrante di questa narrazione tanto quanto il cattolicesimo e l’ebraismo fondamentalisti ugualmente rappresentati nel governo Trump. Di qui la sottolineatura del ruolo dei “fondamentalismi” trasversali che inquinano il modello virtuoso americano e lo hanno trasformato in qualcosa di tossico.


È ovvio che questa lettura non aveva solo una valenza politica, ma andava ben oltre l’analisi della congiuntura politica attuale. L’impressione è che tutto ciò che non collima con l’orientamento “liberal” debba essere etichettato come “fondamentalista” e che questo termine sia usato in modo sprezzante. 


Non c’è dubbio che gran parte (ma non tutto) del mondo evangelicale americano (trasversale alle denominazioni evangeliche) abbia votato Trump, ma così hanno fatto anche tanti cittadini/e che nulla hanno a che vedere con la fede evangelica e con la religione in generale. 


Il fenomeno Trump non può essere compreso solo evocando lo spauracchio del fondamentalismo. Le ragioni della sua emersione sono anche da rintracciare nell’oltrepassamento da parte delle amministrazioni “democratiche” di confini importanti sui temi del gender, del wokismo, del globalismo meticcio, della contestazione dei presidi della cultura occidentale. 


Queste radicalizzazioni da sinistra hanno prodotto l’effetto boomerang contrario che ha interessato anche le parti “conservatrici” delle famiglie religiose (evangeliche, ebraiche, cattoliche, musulmane) che hanno appoggiato la retorica trumpiana all’insegna del “riscatto”, della rivendicazione dei primati americani, insomma del MAGA. 


In altre parole, è troppo comodo dire che Trump sia figlio dei fondamentalismi. Intanto perché fondamentalista è un’etichetta derogatoria che i gruppi religiosi a cui si è accennato nell’incontro non accetterebbero per sé; poi perché Trump è anche figlio della cultura libertina e trasgressiva (molto presente nel suo linguaggio sprezzante e nella sua vita moralmente complessa) che poco o nulla hanno a che fare con le ali conservatrici delle religioni.


L’ideologia del MAGA è figlia della paura seminata da decenni di decostruzione culturale che ha portato molti ad avvertire l’abisso del nichilismo e li ha fatti reagire nella direzione opposta. Molti evangelici hanno votato Trump, così come molti milioni di elettori non evangelici. Eppure, quel voto non definisce gli evangelici.


Vero è che la religione (anche quella evangelica) può venire strumentalizzata da populismi e sovranismi vari che poco o nulla hanno a che fare con l’evangelo. Da questo rischio, gli evangelici americani devono sempre guardarsi, non per compiacere al politicamente corretto della cultura sposata dal protestantesimo storico, ma per interpretare fedelmente la vocazione cristiana di essere sale e luce della terra, come Cristo vuole che siamo.