Capire per votare: il referendum sulla giustizia
Il referendum sulla giustizia (così denominato), per cui i cittadini saranno chiamati al voto il 22 e 23 marzo prossimo, è al centro del dibattito politico e della società civile. Si tratta di un appuntamento cruciale per i cittadini che saranno chiamati ad esprimersi sull’approvazione della riforma dell’ordinamento giurisdizionale.
“Costituzione e giustizia, contesto storico e contesto attuale, opportunità e criticità, ragioni del sì e ragioni del no”. Questi i temi affrontati nella serata di giovedì 5 marzo presso la chiesa evangelica di Verona. Per l’occasione è stato invitato l’avv. Francesco Bolla, cultore dei rapporti tra cittadino e Stato, con particolare attenzione agli strumenti di cooperazione tra Privati e Pubblica Amministrazione.
Nella prima parte dell’incontro l’avv. Bolla ha chiarito, da un punto di vista giuridico, il contesto e la tipologia della riforma offrendo un inquadramento generale. In apertura, ha evidenziato che “la riforma non riguarda la giustizia in senso lato”, ovvero, ad esempio, non concerne i “tempi dei processi”, bensì riguarda la regolazione dei poteri della magistratura e i suoi meccanismi di controllo interno ed esterno. La riforma è meglio conosciuta come “la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente”.
Bolla ha poi proseguito offrendo un quadro del sistema vigente chiarendo il c.d. “principio di autogoverno della Magistratura che ha lo scopo di garantirne l’indipendenza dagli altri poteri (esecutivo e legislativo); ha tratteggiato il governo della magistratura da parte del CSM, la sua composizione per poi soffermarsi sulla tipologia del referendum.
Quest’ultimo è una consultazione popolare confermativa che non richiede il raggiungimento di un quorum del 50%+1 degli aventi diritto. Ovvero, produrrà il suo effetto indipendentemente da quanti elettori parteciperanno alla consultazione. Il quesito che il referendum pone invita ad esprimersi su una diversa organizzazione della Magistratura attraverso una revisione delle relative norme contenute nella Costituzione.
Al riguardo, è stato ricordato che il Parlamento ha già approvato questa riforma. Pertanto, questo referendum approvativo chiede agli Italiani di confermare o respingere la decisione presa dai propri rappresentanti politici, intervenendo direttamente nel procedimento di revisione costituzionale.
Gli elettori si pronunceranno sull’insieme delle modifiche agli articoli 87,102,104,107 e 110 della Costituzione. Una delle principali novità è la creazione di un secondo Consiglio Superiore. L’organo attuale continuerà ad occuparsi dei giudici, mentre al nuovo sarà affidato l’autogoverno delle carriere dei pubblici ministeri.
Ai due Consigli Superiori non saranno affidate funzioni disciplinari. Quest’ultima funzione sarà affidata ad una nuova Corte disciplinare di rango costituzionale (Alta Corte). Il presidente della Repubblica manterrà un ruolo istituzionale di garanzia presiedendo entrambi i CSM. Tra i vari punti, si è affrontato la questione sui criteri di selezione dei componenti di questi organi, il cosiddetto “sorteggio”, ritenuto dai promotori della proposta di legge più idoneo a gestire la neutralità degli organi.
Dopo aver chiarito la parte tecnica, l’avv. Bolla ha evidenziato che il referendum sollecita una riflessione più ampia sul modello di giustizia e sui meccanismi di equilibrio tra le funzioni. Il confronto riguarda temi strutturali, come, appunto, l’autogoverno, la rappresentanza interna e il ruolo delle dinamiche associative e si inserisce in un dibattito che coinvolge istituzioni, operatori del diritto e cittadini.
È quindi utile, per orientarsi, analizzare il contenuto della riforma e le conseguenze giuridiche dell’esito referendario, evitando letture semplificate o esclusivamente politiche. Infatti, per esercitare una libertà reale, al di là di pregiudizi ideologici, è necessario un voto informato. Ciò non significa, ha concluso, “che sia sbagliato votare secondo le proprie sensazioni e visioni politiche in quanto siamo in democrazia!”.
La presentazione dell’avv. Bolla è stata accompagnata da una breve introduzione e discussione di chiusura. È stato osservato che i cristiani hanno una relazione complicata con la politica, oscillante tra l'impegno per la giustizia sociale e il rifiuto verso la partecipazione alla vita pubblica. Tuttavia, la politica, come ha insegnato J. Althusius, è l’arte di creare tra gli uomini le condizioni necessarie, essenziali ed omogenee della vita sociale, ovvero l’arte di vivere in comunità.
Inoltre, nell’Epistola ai Romani (13,1-7), l’apostolo Paolo ha evidenziato quali doveri abbia un cittadino cristiano verso lo Stato in cui vive. Il suo dovere è quello di rispettare le autorità stabilite, perché questo, in fondo, significa rispettare l’ordine stabilito da Dio. Perciò, occorre intervenire attivamente al suo funzionamento anche partecipando alle votazioni richieste.
Ad ogni modo, i cristiani sono chiamati a partecipare alla vita pubblica promuovendo valori non negoziabili quali verità, pace e giustizia. La valutazione dei candidati e dei loro programmi/proposte di legge non dovrebbe prescindere da una promozione di questi valori. Infatti, occorre dare fiducia a programmi giusti, proposti da qualcuno la cui storia personale e politica sia contrassegnata dal mantenimento degli impegni promessi (verità), da proposte che favoriscono le relazioni sociali nella ricerca/attuazione delle soluzioni migliori date le circostanze (pace), dalla tendenza a promuovere il bene comune (giustizia). Quindi, occorre saper valutare le varie proposte/programmi attraverso una griglia multi-prospettica che intreccia norma, situazione, persone.
Nella fattispecie, occorre votare per la promozione di una giustizia equa (Deuteromio 25,1), perché questa è fondamentale per l’esercizio dei diritti/doveri di tutti i cittadini e il buon funzionamento della società. Una magistratura efficiente ed efficace è indispensabile allo scopo e, in linea di principio, la separazione delle carriere potrebbe favorirla. Tuttavia, in pratica, un esito positivo del referendum non risolverà minimamente le problematiche quotidiane che affliggono i cittadini (numero di processi e loro durata, certezza della pena, etc…).
Votando per il referendum, occorre anche tenere presente che in Italia la Riforma della Giustizia corre in parallelo con la riscrittura della legge elettorale e la riforma del cosiddetto premierato. Magistratura, forma di governo e sistema di voto vanno insieme. Il risultato di queste riforme, per come sono state concepite, potrebbe determinare uno sbilanciamento dell’assetto costituzionale con effetti non prevedibili.
Del resto, se in linea di principio votare per la separazione tra magistratura inquirente e giudicante parrebbe auspicabile, concretamente farlo risulta un azzardo, in quanto si è chiamati a votare una riforma i cui contenuti verranno specificati solo in un secondo momento. Da questo punto di vista la riforma proposta è alquanto “fumosa” e, pertanto, problematica.
Infine, pare assennato valutare insieme alle proposte/programmi le persone che li propongono, cioè la loro credibilità e coerenza. Ebbene, è triste dovere constatare che spesso chi è chiamato ad amministrare il bene pubblico ha competenze approssimative, si affida a programmi urlati, mostra una notevole disinvoltura nel cambiare obiettivi e proponimenti.
In effetti, andrebbe considerato con estrema attenzione cosa i proponenti abbiano già effettuato nel “merito” (in questo caso la giustizia) nel loro percorso politico, onde delineare una traiettoria di ciò che realizzeranno in futuro. Ovvero, occorre chiedersi se costoro hanno promosso leggi e cambiamenti per una giustizia che garantisce i diritti di tutti, specie delle minoranze e dei più fragili.
Con questi interrogativi la serata si è conclusa auspicando una ricca e consapevole partecipazione al referendum, sapendo che “credere in cose false minaccia quelle vere”.