Franco Baresi (1960-2026), un “libero” come non ce ne sono più

 
 

C’era una volta il “libero”. Nel gioco del calcio, era il difensore che non aveva incarichi di marcatura a uomo (ruolo dello stopper e del terzino) ed era quindi “libero” di cucire eventuali varchi nelle maglie della difesa e di raddoppiare la marcatura in caso di azioni pericolose di attaccanti prestanti. 


Il “libero” doveva avere anche piedi buoni e visione di gioco. Da lui, infatti, partiva l’azione che poi i centrocampisti avrebbero dovuto costruire per creare la fase offensiva. Gli ottimi “liberi” avevano anche la capacità di sganciarsi dalla difesa per diventare attaccanti aggiunti in caso di ripartenze veloci.


In un certo senso, per questo suo ruolo cruciale, il “libero” doveva essere anche il leader della difesa e anche di tutta la squadra. Molto spesso era il capitano della squadra e non a caso.


Franco Baresi aveva tutte queste qualità. Lui aveva iniziato a giocare da “libero” nel Milan quando il ruolo era impersonificato da figure leggendarie del calcio moderno come Franz Beckenbauer (1945-2025) e Ruud Krol (1949- ). In Italia il grande “libero” di quella generazione è stato Gaetano Scirea (1953-1989), campione del mondo nel 1982.


Nella sua lunga carriera, Baresi è diventato il simbolo del ruolo del “libero”. Con i suoi capelli arruffati (insieme alla precoce stempiatura), la maglia rigorosamente tenuta fuori dal pantaloncino, il passo dinoccolato e la corsa leggermente scomposta (quasi goffa), Baresi aveva un eccellente senso della posizione, una rapidità di lettura dei cambi di gioco e un tocco di palla da fare invidia alle mezzali più raffinate.


Avendo giocato sempre nel Milan, è diventato anche un giocatore-bandiera apprezzato non solo dai tifosi rossoneri, ma da tutti gli amanti del calcio. L’unico neo della sua carriera (si fa per dire) fu il rigore sbagliato nella finale del Campionato mondiale del 1994 negli USA quando tirò altissimo sopra la traversa. Alla fine della partita persa (anche per l’altro grande errore: quello di Roberto Baggio), colpì tutti il fatto che quest’uomo apparentemente impassibile e roccioso, si mise a piangere come un bambino. 


Baresi è stato un giocatore di classe, di poche parole e di molti fatti sportivi. Fuori dal campo di gioco, di lui si è sempre saputo poco, non perché si atteggiasse da divo, ma perché sembrava avere una vita normale, fuori dai circuiti dello showbiz.


Oggi, nel calcio contemporaneo, il ruolo del “libero” non c’è più. Non giocando più a marcatura a uomo, i due “centrali” di difesa presidiano la loro zona. La combinazione tra visione di gioco, piedi buoni, senso della posizione, attitudini di guida, forza difensiva e abilità negli inserimenti propria del buon “libero” non ha più un posto nel gioco attuale. Forse anche per questo, di Franco Baresi non ce ne sono più in giro, almeno in Italia.


Si può pensare alla sparizione del “libero” applicandola alla vita della chiesa? Forse sì. Quanto è importante avere nella comunità cristiana qualcuno che sostiene gli altri ruoli nel momento del bisogno, che è bravo a difendere ma anche capace di osare, che gioca per la squadra più che pretendere che essa giochi per lui. Il “libero” nella chiesa non è la persona che vuole eccellere e segnare per forza, ma la cui presenza dà stabilità alla squadra quando gli equilibri sono sotto pressione. È una figura su cui si può fare affidamento, che sai che è al suo posto anche quando gli altri non lo sono, pronto ad intervenire per ovviare a svarioni e per riprendere a macinare gioco.


Anche la vita della chiesa ha bisogno di “liberi” di calibro, come Franco Baresi è stato nel Milan e nella Nazionale.