Ceuta. Inizio e fine dell’Europa
Ceuta è una piccola città abbarbicata sulla costa sud del Mediterraneo, geograficamente appartenente al continente africano, ma per ragioni storiche e politiche (il passato coloniale), territorio spagnolo, dunque europeo. Lì inizia l’Europa.
Così devono aver pensato le decine di migliaia di persone che si sono riversate a Ceuta dopo aver costeggiato a nuoto (per chi ce l’ha fatta, un centinaio di loro sono morti nella traversata) il piccolo promontorio che separa la cittadina dal Marocco. “Se arriviamo a Ceuta, siamo in Europa”.
In realtà, Ceuta è anche il luogo simbolo della fine dell’Europa. L’arrivo di decine di migliaia di migranti (prevedibile? organizzato? gestito dalle mafie dei traffici di esseri umani?) ha messo in tilt l’Europa, mostrando tutte le contraddizioni che caratterizzano il vissuto e le istituzioni europee.
La Spagna, presa di sorpresa, ha immediatamente messo in atto un’imponente “remigrazione” forzata. Il governo spagnolo, orgogliosamente di sinistra, si era distinto per aver regolarizzato centinaia di migliaia di migranti nel corso dell’ultimo anno, ma di fronte ai migranti di Ceuta ha fatto un’operazione di destra-destra che, non a caso, è stata lodata dal generale Vannacci, il fiero difensore della remigrazione in Italia.
Gli altri governi europei si sono mossi in ordine sparso, chi mostrando una retorica e vuota “solidarietà” alla Spagna (come la Francia), chi (come l’Italia) revocando la libera circolazione dalla Spagna prevista dal Trattato di Schengen, uno dei capisaldi simbolici dell’Europa, per paura che i migranti di Ceuta si riversassero nei Paesi europei. L’Unione Europea è andata in ordine sparso, mostrando che, quando sottoposta a stress-test, sono le nazioni “sovrane” che emergono, ognuna pensando per sé.
Nessuno, dico nessuno, governi di destra, di centro e di sinistra, si è chiesto se la remigrazione immediata e forzata di persone non identificate e non audite fosse in linea con i requisiti minimi dello stato di diritto di cui l’Europa si riempie la bocca quando celebra sé stessa e che presenta come un tratto distintivo della “cultura europea”. Semplicemente, lo stato di diritto europeo è stato sospeso o meglio ignorato o meglio ancora disatteso, in barba a tutta la retorica europea dei “diritti”.
Ceuta ha messo in scena un possibile anticipo della fine dell’Europa: dopo aver costruito un castello burocratico e retorico complesso ed imponente, alla prova dei fatti, i migranti di Ceuta hanno mostrato che questo castello è di carta. È la convenienza del momento a tenerlo in piedi; è l’opportunità a farlo funzionare, ma quando la convenienza e l’opportunità cambiano, il castello cade rovinosamente.
Ceuta sta mettendo in evidenza le molteplici crisi dell’Europa:
crisi politica: di fronte alle grandi questioni del nostro tempo, non c’è governance europea che tenga e le distinzioni destra-sinistra si rivelano simulacri vuoti;
crisi istituzionale: i singoli stati prevalgono sulle istituzioni europee;
crisi umanitaria: cento persone sono morte annegate in mare e migliaia di persone bivaccano nelle strade di Ceuta;
crisi culturale: in barba alla cultura dei diritti, è stato applicato il respingimento forzato a chi era sul nostro territorio senza neanche ascoltarli;
crisi valoriale: ipocrisia e doppiezza tra la difesa retorica dei valori europei e la loro non applicazione in questo caso;
crisi di visione: nella complessità del mondo contemporaneo, tra cui il tema delle migrazioni, l’Europa brancola nel buio;
crisi di futuro: nessuno sa cosa sarà e se ci sarà l’Europa non tra 50 anni, ma tra 5 anni.
E noi evangelici? In un’intervista a Protestante Digital (31/7/2026), il pastore Javier Santolaria di Ceuta dà voce allo scoramento diffuso anche tra gli evangelici. In sostanza, dice che la situazione è più grande di noi, che ci deve essere un modo per coniugare fede e responsabilità sociale, che dobbiamo pregare per saggezza e concretezza. Sono parole di realismo evangelico che riflettono un deficit di elaborazione culturale diffuso che l’Europa evangelica sconta per non aver fatto i compiti a casa sulle grandi questioni culturali e istituzionali del nostro tempo.
Ceuta chiama in causa anche gli evangelici europei tutti. A partire dalle chiese locali, fino alle istituzioni evangeliche europee (Alleanza Evangelica Europea) e ai corpi intermedi (agenzie missionarie, facoltà di teologia, luoghi di pensiero e aggregazione). Se gli evangelici hanno qualcosa da dire sull’Europa di oggi e di domani, battano un colpo e rispondano almeno a questa domanda: Ceuta è l’inizio o la fine dell’Europa?