Fratelli e sorelle, in che senso? Intorno a un libro di Massimo Recalcati
Poche settimane fa una notizia scioccante ha occupato le prime pagine dei giornali: un fratello uccide la propria sorella per futili motivi. Molte altre terribili notizie non vengono raccontate, ma chi si occupa di consulenza psicologica o pastorale conosce situazioni più o meno drammatiche legate alle relazioni fraterne. Anche quando la fratellanza non giunge ad atti criminali, tutti quanti, qualunque sia la nostra condizione, abbiamo sperimentato in un modo o in un altro le complessità e le sfide di questa relazione.
La fratellanza, infondo, è una relazione da “cronaca nera” fin da tempi antichissimi e ha suscitato l’interesse di studiosi in ogni ambito e in particolare, agli inizi del Novecento, nella psicoanalisi con Freud. Tra gli psicoanalisti italiani più noti, Massimo Recalcati ha pubblicato nel 2025 per Feltrinelli un libro dal titolo Uno diviso due. Fratelli e sorelle, nel quale si domanda se ci sia una speranza per questa relazione tanto complessa.
Il libro rispetto a molti altri nel panorama editoriale contemporaneo stupisce per la sua trasparenza e nitidezza sul piano dei presupposti, degli obiettivi e delle scuole di pensiero che abbraccia anche indicando traiettorie divergenti. L’autore, infatti, in introduzione esplicita la sua “opzione di fondo” nell’interpretare i legami familiari: non assume la fratellanza come una legge di natura, cioè una relazione che si fonda sul piano meramente biologico, ma piuttosto come una costruzione simbolica che non ha nel sangue la sua sostanza.
Lo scopo del suo lavoro è quello di “emancipare” la fratellanza e la sorellanza dal sangue, dalla stirpe e dalla genealogia per “costruire generativamente” un nuovo tipo di fratellanza, che consiste nell’atto di farsi prossimo dell’altro, sia esso fratello biologico o no, affermando la differenza irriducibile del Due e abbandonando l’illusione di poter essere uno con l’altro.
In questa sua opera di decostruzione e ricostruzione il testo biblico gioca un ruolo importante. Recalcati esamina i più noti rapporti di fratellanza, in particolare quello tra Caino e Abele e quello tra Giacobbe ed Esaù, confrontandoli con i più famosi studi psicoanalitici (Freud, Lacan) e con le evidenze raccolte nella pratica clinica.
Innanzitutto, a suo dire, le vicende bibliche ci insegnano che l'odio è più antico dell'amore e il ripudio più antico dell'accoglienza. Questo è il moto originario che orienta il legame tra fratelli in quanto la realtà è duale e non unitaria. La nascita del primo fratello espone e impone questa realtà difficile da accettare: l'Uno è sempre diviso Due. Ne fanno esperienza anche i figli unici, i quali vivono nell’incubo sospeso del possibile fratello, così come l'individuo, che è sempre diviso in sé stesso: “L'lo non è padrone nemmeno in casa propria” affermava Freud.
Perciò, fin dal principio, attraverso l’identificazione totale o l’incessante aggressività l’Uno cerca d’imporsi sul Due.
Ecco allora la prima tesi: non possiamo fondare la fratellanza sulla Natura.
I legami fraterni fondati sulla legge della natura si rivelano drammaticamente fallimentari. L'illusione della consanguineità alimenta le distorsioni perverse dei legami e genera solo follia, morte e distruzione.
Anche la psicoanalisi ha analizzato i meandri dei complessi di fratellanza. Il fratello è l’ideale irraggiungibile che diventa perciò oggetto d’odio, di invidia gelosa o di assimilazione totale. Il fratello è l’intruso che prende il posto, priva della condizione di privilegio e altera i legami famigliari. Il fratello è colui che esclude, che ci priva della nostra identità e ci fa sentire fuori luogo e senza posto. Anche i conflitti e le guerre sono figli sociologici di questi complessi psicologici.
Ecco, dunque, la seconda tesi: superare anche la schiavitù del complesso fratricida.
Se la psicanalisi classica leggeva i legati fraterni in senso deterministico, secondo Recalcati non è possibile ridurre la fratellanza e la sorellanza alla sua descrizione clinica perché si tratterebbe di una schiavitù che imprigiona. L’esperienza clinica porta alla luce la distorsione del codice di fratellanza piuttosto che la sua vera realizzazione.
L’autore suggerisce, riprendendo le parole di Gesù in Marco 3,31-34, che sia la Bibbia stessa ad invitare ad estendere il significato di fratello come “colui che è in grado di farsi prossimo”. Se non è la natura a istituire per legge la fratellanza né l’esperienza psicologica a determinarla una volta per sempre, essa allora va costruita generativamente con le nostre forze, a partire da ciò che ci rende davvero fratelli, cioè il riconoscimento del nostro comune destino, tragico e finito.
La fratellanza, dunque, diventa l’unica possibilità per fronteggiare la realtà della morte e della sofferenza ed essa consiste nello scegliere di abitare la realtà che è sempre duale “rinunciando a fare e a essere Uno con l'Altro”. Il paradigma è nel gesto di Giacobbe ed Esaù che mentre si abbracciano, lasciandosi alle spalle la rivalità, scelgono anche due cammini divergenti. In questa nuova fratellanza, ad esempio, compito della genitorialità è contrastare la spinta aggressiva che originariamente accompagna i legami fraterni, calmierare le rivalità, incoraggiare una cooperazione fondata sul riconoscimento delle differenze reciproche e sull’assoluta insostituibilità dell’uno e dell’altro.
In poche pagine Recalcati mette a nudo molte delle ombre dei legami di fratellanza e sorellanza, invita a superare il determinismo biologico e quello psicologico e propone, infine, una fratellanza nuova che non contrasti ma piuttosto abbracci il fondamentale dualismo della realtà. Alcuni elementi in particolare dovrebbero subito richiamare l’attenzione evangelica e condurre a proposte diverse.
Innanzitutto, nonostante un richiamo riverente e alcuni riferimenti perspicaci possano sedurre, la Bibbia è, dal principio alla fine della sua analisi, posta sotto la categoria del mito e anche accostata ai corrispettivi miti greci. L’autore non ne riconosce mai lo statuto interno di Parola di Dio rivelata e interprete di sé stessa e dunque la piega e ne trae interpretazioni che non sono fedeli al testo biblico nel suo complesso, rendendo debole anche la sua conclusione.
Inoltre, nell'interpretazione di Recalcati al principio della storia umana non c’è Dio e il suo libero e completamente buono atto creativo. Al principio, si potrebbe parafrasare, era la Caduta. La spinta al fratricidio precede ogni possibile buona fratellanza. Gli studi psicoanalitici e il dato clinico ne sono l’evidenza e il “mito biblico” di Caino e Abele ne è il paradigma. Il male viene prima del bene, ma non è mai qualcosa di cui pentirsi.
Infine, c’è una visione dualista della realtà che non ammette la possibilità di alcun tipo di unità sostanziale. La fratellanza è quindi un atto della volontà umana di lasciar vivere l’altro nella sua diversità sulla base di una solidarietà comune dovuta alla nostra finitudine.
Recalcati ci offre una visione assai lontana da quella biblica nella quale la realtà è conforme alla vita del Dio Uno e Trino, il quale pur mantenendo l’Unicità delle sue persone e dei suoi ruoli non è mai diviso. È certamente vero che la Scrittura invita ad estendere il senso della fratellanza oltre il sangue. Tale invio però va molto oltre la comune mortale umanità che non risolverebbe in alcun modo il nostro peccato di odio fraterno. Cristo piuttosto ci invita ad entrare in una fratellanza segnata da un nuovo sangue: il Suo, versato alla croce.
La nuova fraternità non può essere un costrutto umano, ma è un progetto divino: è un rapporto che lega insieme due e molte più persone, a prescindere dalla genealogia e dalla psicologia, in una terza persona che è Cristo, al quale ognuno è unito anche personalmente. In questa fratellanza e sorellanza ognuno rimane sé stesso, eppure, tutti sono davvero uno con l’altro; tutti muoiono a sé stessi, eppure, rivivono completamente in Cristo; tutti percorrono cammini diversi, eppure, anche uno stesso cammino.
Che fine fa allora la comune umanità? La nuova fratellanza in Cristo non pone su un gradino più alto nella gerarchia umana e non elimina la condizione comune di ogni donna e ogni uomo, perché essa è contraddistinta non tanto dalla finitudine materiale ma dalla morte spirituale di creature a immagine di Dio. La fratellanza rinnovata ricevuta come dono in Cristo costringe ad essere prossimi e debitori verso chiunque donando senza interesse e vivendo con amore ciò che si ha di più prezioso: l’Evangelo di Cristo.