Il successo norvegese alle Olimpiadi. C’entra la gloria di Dio?

 
 


Le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 si sono concluse e tra le tante immagini di queste celebrazioni sportive due hanno fatto il giro del mondo. Non si tratta di ringraziamenti a Dio scritti sulle maglie o di mani puntate al cielo, ma dei sorridenti podi norvegesi e della reazione del padre dello statunitense Malinin di fronte alla perdita del podio mondiale.


La Norvegia ha superato gli USA nel medagliere olimpico di ben 8 medaglie, pur essendo una nazione di soli 6 milioni di abitanti contro i 350 milioni di americani. Da anni gli esperti si interrogano sul segreto del successo norvegese. Sta tutto nello speciale allenamento olimpionico o in una cultura dello sport diversa?


Negli ultimi anni è stato studiato a fondo, ad esempio, l’allenamento di Jakob Ingebrigtsen, mezzofondista e campione olimpionico e il suo “metodo norvegese” nel quale pare abbia un peso notevole la misurazione dei livelli di lattato nel sangue in fase di allenamento. Ciò ha dato il via a vere e proprie mode, e le mode come si sa vanno e vengono. 


Alcuni vedono la fonte del successo norvegese nella promozione dello sport come diritto dell’infanzia al gioco senza pressioni di tipo competitivo e agonistico fino ai 13 anni d’età, così come definito già nel 1987 nella Children’s Rights in Sport (rivista nel 2007). Tale visione fu ripresa dall’ONU nella Convenzione per i diritti dell’Infanzia nel 1989 (convenzione che gli USA, per esempio, non hanno mai ratificato). 


Altri ancora vedono il segreto norvegese nella “friluftsliv” la filosofia della “vita all’aria aperta” (espressione attribuita al poeta Henrik Ibsen) che non è semplicemente fare sport all’aperto, ma vivere il più possibile a contatto con la natura per sviluppare benessere e felicità.


Le due immagini iniziali allora potrebbero parlarci non solo di vittorie e sconfitte, ma anche di sistemi culturali e pedagogie dello sport molto diversi che stanno dietro alle esperienze olimpiche.


Nell’approccio allo sport, la Norvegia ha riconosciuto che esso va promosso fin dall’infanzia perché è una parte fondamentale della vita umana e del suo sviluppo individuale e comunitario. Esso è legato non tanto alla possibilità di sviluppare il proprio talento, competere e vincere, quanto all’universalità dell’esperienza del gioco anche chi non ha un talento specifico per una disciplina sportiva. 


Per questo motivo l’accesso allo sport è favorito precocemente, promuovendo il più possibile attività diversificate, favorendone il godimento come occasione di cooperazione reciproca, di amicizia e di festa condivisa. L’agonismo non è promosso prima dei 13 anni compiuti, la partecipazione alle competizioni sportive deve essere una scelta libera da pressioni da parte di genitori e allenatori, cercando di limitare possibili abusi. 


È addirittura favorito lo spostamento libero da una squadra all’altra in qualunque momento, senza che questo diventi uno stigma. Ciò promuove lo sport come abitudine di vita per tutti a prescindere dalle capacità e dalle possibilità e facilita l’accesso successivo e volontario alle competizioni di alto livello senza le pressioni e le rinunce che i giovani atleti di altre nazionalità vivono.


Sicuramente una visione del mondo che promuove momenti di vita a contatto con la natura, anche in forme semplici e spontanee e senza perseguire un obiettivo particolare, favorisce una visione dello sport di questo tipo, nel quale il gioco e l’esperienza della relazione con il proprio corpo, con l’altro, in un contesto libero da finalità utilitaristiche, sono determinanti. 


Poi c’è sicuramente anche una rilevanza data all’approccio fisiologico nella preparazione atletica ma ciò si innesta su un tipo di approccio educativo allo sport integrato al resto della vita e che ne coglie l’essenza fondamentale, quella della gioia del gioco. È evidente qui il beneficio che i singoli e la collettività godono, oltre le medaglie olimpiche, nell’abbracciare una visione dello sport più vicina al buon proposito di Dio: un diletto creativo, in relazione con altre creature, nella buona creazione di Dio.


Certamente il quadro è ben più complesso di questo e quando si osservano, per esempio, le ricerche legate all’Educazione Fisica nelle scuole primarie norvegesi ci si accorge che molte delle sfide affrontate dagli insegnanti sono simili alle nostre. Però, viene da chiedersi in che misura il retroterra protestante in Norvegia abbia favorito l’innestarsi di una tale cultura dello sport e quali siano stati invece gli elementi che in una cultura come quella americana hanno portato ad una visione dello sport così diversa. 


In che misura infondo queste due culture dello sport hanno dato gloria a Dio durante le Olimpiadi? Sembra che Dio si prenda la gloria anche quando le dita degli atleti non puntano al cielo.



Per approfondire: AaVv, “Sport”, Studi di teologia – Suppl. N. 23 (2025)