Il caso Ranucci e i nodi al pettine di un Paese malato

 
 

Ci sono storie che sembrano paradigmatiche dello stato di salute di un Paese. Quello che sta emergendo in queste settimane del cosiddetto “caso Ranucci” è come se stesse dando la possibilità di guardare cosa si muove nelle pieghe del potere e di come storie, a tratti surreali, manovrino la vita pubblica in direzioni quantomeno anomale. 


La vicenda è talmente tanto intricata che frastorna e lascia senso di sgomento. Tentando di fare una sintesi [1]: a Torvajanica, sul litorale romano, il 16 ottobre 2025 esplode una bomba fuori casa di Sigfrido Ranucci, noto conduttore di Report, il programma Rai di giornalismo di inchiesta italiano più noto e premiato.


Le inchieste del programma negli anni hanno dato così fastidio in maniera trasversale che Ranucci viveva già sotto scorta perché più volte minacciato. Le prime ipotesi investigative, infatti, si concentrano su un possibile attentato di stampo mafioso. 


L’antimafia in Italia è un nervo sensibile. Genera immediata empatia e, infatti, arrivano ondate di solidarietà e attestazioni di stima per l’eroico giornalista da ogni parte politica, da colleghi e dalla società civile. L’onda emotiva che si muove subito dopo l’attentato non è un dettaglio secondario della storia. Anzi. Ne è proprio il fulcro. 


Le indagini procedono rapidamente e arrivano ad una banda di cinque personaggi improbabili da anni ai margini della criminalità organizzata campana, che per pochi soldi accettano di piazzare una bomba a Roma. La pista della camorra, però, si ridimensiona presto perché i cinque non avrebbero agito per conto dei clan, ma su incarico di un certo Gomez Clesio Tavares, un uomo camerunense con precedenti in Italia, legato da un’amicizia fraterna a uno degli attentatori.


Tavares però sembra essere un criminale in carriera e, infatti, non solo intrattiene buoni rapporti con i camorristi della provincia campana, ma in carcere è riuscito a diventare collaboratore e fidata mano destra di un certo Valter Lavitola che ha condiviso con lui alcuni anni di reclusione. 


Lavitola è il vero protagonista della storia. Emerge come mandante ed ideatore dell’attentato. Negli anni è stato editore, giornalista e imprenditore con molti legami nella politica. L’ ultima attività è la gestione del suo ristorante a Roma “Cefalù Bistrò di Pesce” nel quartiere di Monteverde Vecchio che sembra il punto nevralgico in cui si incontrano giornalisti, imprenditori, politici e figure ambigue e dai cui tavoli Lavitola pare sogni di influenzare la politica e l’andamento del Paese. 


Lavitola era conosciuto alle cronache per il suo tentativo di ritorsione a Berlusconi e per essere stato coinvolto nello scandalo “della casa a Montecarlo” che aveva lasciato macchie e delegittimato l’allora presidente della Camera Giancarlo Fini. 


Insomma, un personaggio losco e poco affidabile che però riesce a intrufolarsi a più riprese nelle stanze dei bottoni. Il paradosso della vicenda arriva quando, grazie all’inchiesta, si scopre, e diventa di dominio pubblico, che Lavitola e lo stesso Ranucci, vittima dell’attentato, sono amici. 


Non solo conoscenti, ma proprio legati da un rapporto di scambi continui e cene insieme. La vicenda giudiziaria al momento è ferma alla confessione di Lavitola e le indagini preliminari concludono che Ranucci sia la vittima unica e inconsapevole della vicenda. 


Nonostante questo, il movente stesso dell’attentato sta smuovendo l’opinione pubblica. Pare infatti che la bomba sia stata fatta esplodere per generare empatia e solidarietà nei confronti del giornalista e di renderlo quindi noto ed amato al punto da capitalizzare la stima nei suoi confronti in voti per una sua eventuale candidatura a premier del Paese. 


Insomma, Lavitola pare stimasse così tanto Ranucci da volerlo candidato a Presidente del Consiglio in un momento di impasse della sinistra. Per questo è stato disposto a mettere una bomba sotto casa del suo amico. 


Questa storia assurda sembra non avere precedenti in Italia. Sembra piuttosto una cattiva copia casalinga e personalistica della stagione stragista. Contemporaneamente sono riemerse vecchie storie sui rapporti poco ortodossi che Ranucci avrebbe coltivato con colleghe durante tutti questi anni alla conduzione di Report. Stanno venendo fuori le voci di alcune giornaliste che si dicono pronte a denunciare molestie da parte del conduttore. 


La vicenda apre un vaso di pandora senza fine che mette in luce tutti i punti critici di un sistema Paese che ha urgentemente bisogno di una svolta. O, potremmo dire, di una Riforma. 


Mettiamo in fila alcuni. C’è la moralità compromessa dell’eroico simbolo dell’antimafia. Il paladino della legalità si scopre frequentare personaggi borderline della legalità e ambienti non proprio di specchiata reputazione.


C’è la fragilità politica che il faccendiere della Seconda Repubblica coglie e tenta di risolvere manipolando i sentimenti dei votanti con piani deliranti. C’è l’avidità con cui i politici si stanno avventando sulla vicenda per trarne benefici, come un cambio alla conduzione della trasmissione con persone più vicine a loro.


C’è il sempreverde problema della cultura criminale di alcune aree del Paese da dove è facile reclutare, per pochi euro, manovalanza per piazzare bombe potenzialmente capaci di causare stragi. Inoltre, emerge l’opacità di un sistema di informazione in cui, in ordine sparso: 


  • anche i giornalisti più quotati si compromettono con le fonti senza lasciare distanza critica, 

  • scambi e favori sessuali sono ancora una pratica in voga per riuscire a lavorare, 

  • la televisione pubblica non riesce a staccarsi dalle ingerenze della politica

  • le lotte intestine tra colleghi guidano anche il racconto e l’interpretazione di questa vicenda. 


Insomma, le crepe sono ovunque. Evidentemente la carne viva del Paese non ha anticorpi che vengono da una cultura minimamente toccata dal Vangelo e vicende come queste lo mettono bene in evidenza. 


Il senso di impotenza però deve anche lasciare spazio alla responsabilità di essere portatori di valori nuovi e diversi. La svolta non viene dal balletto tra destra e sinistra. Il cambiamento non verrà dai vaffa di ieri o dai generali di oggi. Vicende come queste gridano il bisogno di una Riforma spirituale che sprigioni energie fresche che abbattono il vecchio e ricostruiscono il nuovo.

[1]: Oltre agli articoli di cronaca, ho trovato utile per la comprensione della vicenda la video-sintesi che Roberto Saviano ha fatto delle più di 300 carte dell’inchiesta preliminare.