Il portafoglio come altare. Risorse, valori e il problema dell’ordine

 
 

Un giorno un uomo si avvicina a Gesù. Osservava i comandamenti, viveva in modo rispettabile, cercava sinceramente la vita eterna. Si avvicina a Gesù non per sfidarlo ma perché vuole davvero conoscere di più. Gesù lo guarda con amore — non con sospetto, non con ironia. Con amore. Poi gli chiede una cosa sola, radicale. E di fronte a quella richiesta il giovane se ne va, rattristato. Quello che lo blocca è la distanza tra i valori che possiede e le risorse che non è disposto a muovere in quella direzione. 


Timothy Keller, nel suo Idoli e altri inganni, Torino, La Casa della Bibbia 2017, ha un nome per questo: idolatria. Non quella vistosa e pacchiana delle statue, ma quella sottile e rispettabile di chi ha già deciso, senza saperlo, a cosa non può rinunciare. Il problema del giovane ricco non è che fosse cattivo. È che aveva costruito la sua vita nel modo sbagliato.


Ci sono due cose che definiscono una vita: i valori che si dice di avere e le risorse che si è disposti a muovere per onorarli. Le risorse, nella loro accezione più ampia, non sono solo il denaro: sono il tempo, l’energia, l’attenzione, la salute, le competenze. Sono tutto ciò che è finito e non si può recuperare. E è proprio questa finitezza a renderle rivelatrici, perché quando non si può avere tutto, ciò che si sceglie racconta chi si è davvero. Gesù lo formula con una densità che non lascia scampo: dove è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore (Mt 6,21). Non il contrario, si noti. Prima il tesoro, poi il cuore. Le risorse non seguono i valori: li formano.


In teoria dovrebbe funzionare così: si ha un valore, lo si riconosce come tale, e poi si orientano le risorse disponibili in quella direzione. Dio – e tutto ciò che per noi vale di più – al primo posto, e dunque il tempo, il denaro, l’energia organizzati in modo coerente con quella priorità. Ma chi è onesto sa che il meccanismo reale funziona spesso al contrario: non sono le risorse a piegarsi ai valori, ma i valori a piegarsi alle risorse. Questo lavoro mi porta lontano da casa, ma paga bene. Questa scelta mi consuma, ma è un’opportunità che non posso perdere. Questa decisione compromette alcune cose, ma è vantaggiosa. Il linguaggio dei valori rimane, ma si svuota lentamente di contenuto. Ciò che doveva essere un criterio diventa uno slogan; ciò che doveva essere uno strumento diventa un fine.


Keller introduce, a questo proposito, una distinzione che aiuta a capire come funziona il meccanismo: quella tra idoli profondi e idoli di superficie. Gli idoli profondi sono i motori nascosti del cuore — il bisogno di controllo, di approvazione, di sicurezza, di potere. Gli idoli di superficie sono ciò attraverso cui quegli impulsi cercano soddisfazione: il denaro, il successo, la carriera, il consenso. 


Il denaro in sé, secondo questa lettura, raramente è il problema vero. È il mezzo attraverso cui qualcosa di più profondo riceve la sua offerta. Chi accumula ossessivamente e non spende probabilmente sta cercando controllo. Chi spende in modo vistoso probabilmente sta cercando riconoscimento. Chi investe dove ottiene influenza probabilmente sta cercando potere. Le forme cambiano; la struttura è sempre la stessa: le risorse diventano liturgia al servizio di qualcosa che occupa il posto di Dio.


Ciò che rende questa dinamica difficile da intercettare è che non si manifesta quasi mai in modo vistoso. Non è una rottura, è una deriva. Succede lentamente, con piccoli aggiustamenti, con una progressiva ridefinizione di ciò che è ragionevole aspettarsi da sé stessi. 


La domanda che dovremmo porci, dunque, è cosa succede quando i nostri valori entrano in collisione con le risorse che possediamo. Perché quella collisione prima o poi arriva. Ed è proprio in quei momenti che si vede l’ordine reale della nostra vita, e non quello dichiarato. 


Keller sostiene che gli idoli non si abbattono con la forza di volontà: si sostituiscono. Non basta riconoscere il problema per risolverlo; serve qualcosa di abbastanza grande da poter prendere il posto di ciò che si stava adorando. In altre parole, la questione non è imparare a gestire meglio le nostre risorse, né sviluppare una maggiore disciplina spirituale riguardo al denaro. La questione è trovare qualcosa che valga davvero di più. Qualcosa che, quando arriva il momento della collisione, abbia abbastanza peso da far cedere l’altra parte.


In fondo questa partita tra valori e risorse, tra le priorità del cuore e le nostre disponibilità, è una questione di signoria: chi governa davvero. E la risposta non si trova nelle intenzioni, ma in ciò che rimane fermo quando tutto il resto è in gioco. Il nostro portafoglio risponde sempre, la domanda è solo: a chi?